La baratteria nel Medioevo era un luogo al chiuso o talvolta all'aperto dove si giocava d'azzardo. Coloro che gestivano il gioco erano chiamati barattieri.Esiste a tutt'oggi un "Gruppo Giochi Medievali" chiamato "I Barattieri", che si dedica alla ricostruzione storica dei giochi un tempo tenuti dai barattieri. (Cfr. Associazione sanmarinese giochi storici )

Storia della baratteria

Di solito il gioco d'azzardo si praticava nella taberna, frequentata anche dalle prostitute e quindi era ritenuto un luogo di malaffare non tanto per la loro presenza quanto perché praticato dai giocatori.Le Costituzioni di Melfi, III, XC: L'infamia delle alee e dei dadi

Il gioco d'azzardo nel Medioevo era perseguito soprattutto perché occasione di frodi e bestemmie.

Nelle Costituzioni di Melfi (III libro, legge XC "L'infamia delle alee e dei dadi"), l'imperatore Federico II di Svevia comandava:

Fra il XIII e il XIV secolo si afferma il diritto di giocare d'azzardo, cioè con scommesse in denaro, in luoghi pubblici.

Nasce la baratteria, la bisca pubblica, prima clandestina poi riconosciuta dai poteri locali come dimostra il fatto che in alcuni comuni sia settentrionali che meridionali venisse tassata da una gabella che per esempio ad Amalfi nel 1287 consisteva nella somma annua di 45 once. Gli interessi economici dei Comuni facevano passare in secondo piano la riprovazione morale e religiosa che si era espressa ad es. nelle condanne del domenicano Raimondo di PeñafortQuam magnum peccatum sit patet, inter alia, ex novem quae in talibus ludis attenduntur:Primum, desiderium lucrandi: ecce cupiditas, quae radix est omnium malorum Secundum est voluntas spoliandi proximum: ecce rapina Tertium est usura maxima… Quartum est multiplicata mendacia et verba otiosa et vana Quintum est blasphemia: ecce heresis Sextum, corruptio multiplex proximorum qui ad ludum inspiciendum de consuetudine prava conveniunt Septimum est scandalum bonorum Octavum contemptus prohibitionis sanctae matris Ecclesiae Nonum est omissio temporis et bonorum quae in illo tempore teneatur facere. (Raimondo di Peñafort, Summa de paenitentia, l. 2, t.8) e del predicatore francescano Bernardino da Siena.«O così anco colui che dice: «Oh che bisognava ardere i tavolieri? Elli bastava a levar via il gioco senza ardarli, e conduciare che chi giocava, si rimanesse [astenesse] di quello e d'ogni suo malfare.» Tu dici: - Oh si giuoca in segreto! - Io ti domando se tu ha' memoria di quello che io ti dissi. Io so' bene ch'io non t'ho detto che tu arda e' tavolieri, e poi giochi; so' io ch'io ti dissi, che tu ti rimanesse del gioco, che non n'è boccone di buono; e perché non te ne venisse voglia, che tu ardesse e' tavolieri e l'altre cose che ti davano cagione di giocare. (Quaresimale Siena 1427, pred. XXV, 50)

Si pensò bene attraverso una regolamentazione degli Statuti comunali di adibire alla baratteria appositi luoghi per non esporre alla vista del pubblico questi barattieri, termine che diviene sinonimo di gaglioffo, ribaldo, che gettati in terra su una stuoia nella piazza o sotto i portici, giocavano a dadi bestemmiando.

Riportati al chiuso, spesso in una taberna, i barattieri accrebbero i loro guadagni divenendo i protettori delle prostitute e la loro influenza economica crebbe al punto che poterono organizzarsi in regolari corporazioni con il loro gonfalone (“il quale era bianco, coi Barattieri dipinti, in gualdana e giucando”) sotto la guida di un Potestà della Baratteria (Potestas Barateriorum) a cui era affidato l'incarico di regolare i rapporti con il potere pubblico.

Questi equivoci rapporti con le istituzioni comunali fecero sì che i barattieri fossero incaricati di svolgere, pubblicamente, i lavori più infamanti come pulitori dei pozzi neri o boia incaricati delle pubbliche esecuzioni, oppure, segretamente, gli incarichi di messaggeri e spie.Dante, che fu accusato e sottoposto a processo per baratteria, nel suo caso intesa come reato di corruzione di pubblico ufficiale, descrive nella Commedia la condizione di Ciampolo da Navarra che come barattiere si era procurato la dannazione infernale: Mia madre a servo d'un segnor mi puose, che m'avea generato d'un ribaldo, distruggitor di sé e di sue cose. Poi fui famiglia del buon re Tebaldo; quivi mi misi a far baratteria, di ch'io rendo ragione in questo caldo". (Dante,Div.Comm. Inferno Canto XXII,Cerchio ottavo: fraudolenti, Bolgia quinta: barattieri)

Il pubblico scandalo della baratteria nel XV secolo era tanto cresciuto che, nonostante i lauti introiti derivanti dalle gabelle sul gioco d'azzardo, alcune autorità comunali stabilirono di vietarne la pratica. Così ordinava ad esempio il Comune di Siena: «Anco, imperciò che de la barattaria non esce se non male et imperciò che inde biastemmie di Dio et de la beata Maria Vergine et delli altri sancti, ogne dì ne nascono et rapine et furti molti si commettono, statuto et ordinato è, che la barattaria in neuno modo sia tenuta né tenere si possa in alcuna parte de la città di Siena et de' borghi; né alcuno tenga essa barattaria o vero biscazaria sotto pena di X libre di denari per ciascuno contrafacente et ciascuna volta.in Ranieri Gangalandi, Costituto del comune di Siena volgarizzato (Il) 1309-10 dist. 5, cap. 401, vol. 2, pag. 402.15,Edizione a cura di Alessandro Lisini, voll. 2, Siena, Tip. Sordomuti di L. Lazzeri, 1903.

Note

Bibliografia Alessandra Rizzi, Ludus/ludere Giocare in Italia alla fine del medio evoCollana Ludica, 3

Voci correlate Gioco d'azzardo Baratteria (diritto) Bisca

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