Biografia Nato ad Alessandria d'Egitto da una famiglia ebrea, dopo la morte della madre Clara, rientrò col padre Marco in Italia, stabilendosi a Pisa. Qui frequentò le scuole superiori e l'università, laureandosi nel 1881 in matematica. Si avvicinò quindi alla Società italiana di Antropologia ed Etnologia fondata a Firenze da Paolo Mantegazza (1870), appassionandosi agli studi etno-antropologici.

Nel 1883 Loria visitò la Svezia, la Norvegia, la Finlandia e la Russia, giungendo fino al Turkestan, luoghi dai quali riportò numerosi oggetti di interesse etnografico. Nel 1885 conobbe Giacomo Doria, primo direttore del Museo Civico di Genova, a cui promise di inviare le collezioni zoologiche che intendeva raccogliere nei suoi viaggi successivi, in Nuova Guinea; Loria mantenne la disinteressata promessa, inviando negli anni seguenti a Genova ben 23 casse di insetti, uccelli e piccoli mammiferi. La reciproca amicizia e la stima professionale che da allora si instaurò tra i due studiosi è testimoniata dalla loro ricca corrispondenza. Nel 1886 Loria partì per la Nuova Guinea assieme ad Elio Modigliani, ma per ragioni di salute si limitò ad un breve soggiorno in India. Visitò quindi l'Alto Egitto risalendo il Nilo fino alla prima cataratta.

Non smise tuttavia di rivolgere i propri interessi scientifici ed etnografici verso la Nuova Guinea, già in parte esplorata tra il 1865 e il 1886 da Luigi Maria d'Albertis e Odoardo Beccari.

I viaggi in Nuova Guinea

Loria ripartì dunque alla fine del 1888, e dopo un lento viaggio con numerose soste in India, Malesia e Java, percorse infine la costa sud-est della Nuova Guinea britannica, visitò l’Arcipelago d’Entrecasteaux, le isole Trobriand e Woodlark. Rimase in Papuasia (come all’epoca gli Italiani chiamavano la Nuova Guinea) fino all’ottobre del 1890. Tornato in patria per commemorare la morte dell’amata sorella Corinna, avvenuta durante la sua assenza, ripartì però ben presto per la Nuova Guinea, regione che esplorò intensamente e in cui visse dalla primavera del 1891 fino al 1897. Nel corso di questa seconda permanenza nell’isola oceanica, Loria visitò Thursday Island, Cooktown, Port Moresby, Kapa-Kapa, risalì il corso del fiume Hunter fino alla baia dell’Astrolabio, si recò sull’isola di Yule, a Cape Rodney, Bautama, Milne Bay, l’isola Jurien, Farm Bay e in molte altre località. Nel 1893 soggiornò anche per alcuni mesi in Australia per essere operato per edemi alle gambe, e nel 1896, prima di tornare in Italia, visitò Cairns, Rockhampton e la miniera di Mount Morgan. Memorie, appunti etnografici, note di campo e pensieri personali di questo secondo viaggio sono raccolti in 19 quaderni (del primo viaggio rimane invece un solo quaderno superstite), scritti da Loria con una prosa schietta e veloce, priva di fronzoli ma molto genuina e precisa, talvolta molto schematica; ciò mostra chiaramente che questi quaderni fossero uno strumento di lavoro, dal carattere privato, e non una serie di diari di viaggio scritti già con l’intenzione di essere pubblicati, come spesso accadeva ai viaggiatori ed etnografi di quegli anniAd esempio D'Albertis e Modigliani.. Anche nel caso di testi appositamente scritti per la pubblicazione, l’approccio di Loria alla materia si dimostrò moderno e controcorrente rispetto ai gusti del tempo. Ne dà testimonianza quanto scritto dallo stesso Loria quando, al ritorno dalla Nuova Guinea, l’amico Doria (allora presidente della Società Geografica Italiana) gli chiese di stendere un resoconto delle sue avventure papuane. Loria accettò seppure a una condizione:

Nei suoi quaderni di appunti Loria racconta in primis dei costumi e delle usanze degli indigeni che incontra nei tanti villaggi visitati: Bono, Hughibagu, Siro Iarumi, Boreani, Hoggheri, Vadiri, Gaile, Tupussuleia, Delele, Mailu, Maupa, Irupara e molti altri. L’interesse etnologico di Loria emerge soprattutto nelle ampie descrizioni delle credenze indigene, dei metodi di caccia e pesca, delle religioni e dei rituali. Altri argomenti da lui trattati sono l’alimentazione, la medicina, il cannibalismo, la guerra, gli usi funebri, i giochi dei bambini, il matrimonio, l’agricoltura. Tra i gruppi indigeni che Loria ebbe modo di studiare più approfonditamente si ricordano i Maghibiri e gli abitanti di Maupa, di Bula’a, di Innawi e di Logea. Loria descrive anche i propri compagni di viaggio, i missionari e i governatori che incontra, ricopia alcune sue lettere, racconta le difficoltà del viaggio e gli incidenti di percorso, la fatica di costruire dei rifugi e di procacciarsi il cibo, la gioia e l’entusiasmo nel raccogliere nuovi campioni naturali (soprattutto insetti e uccelli), la tristezza per alcune disavventure personali e anche casi di cronacaCome l’omicidio di George Hunter, durante il primo viaggio, che offre l’occasione a Loria per fare interessanti accenni ad alcune superstizioni locali.. Racconta anche di invidie tra collezionisti e dell’indolenza di molti occidentali in ruoli istituzionali, con i quali ha alcuni screzi, e non risparmiando aspre critiche anche nei confronti dei missionari. Oltre alla letteratura etnografica, i suoi viaggi in Nuova Guinea sono documentati anche da numerose fotografie di persone intente nelle occupazioni quotidiane e di abitazioni scattate nei villaggi indigeni visitati: come già altri etnologi e antropologi del XIX secolo, anche Loria era rimasto affascinato dalla tecnica fotografica, intuendone il grande valore come strumento rapido e oggettivo di rappresentazione di popoli e culture molto lontane da quella occidentale; la fotografia aveva oltretutto il merito di documentare un soggetto senza allontanarlo dal proprio contesto. Oltre alla documentazione fotografica, Loria riportò in Italia migliaia di oggetti di valore inestimabile, tra cui sia campioni naturalistici (insetti, animali e piante) che reperti etnoantropologici (manufatti e crani).

La spedizione in Eritrea Qualche anno dopo il suo ritorno dalla Nuova Guinea, a Loria fu data la possibilità di intraprendere una nuova esplorazione all’estero: tra 1905 e 1906 egli soggiornò infatti in Eritrea, a quel tempo posta sotto l’amministrazione coloniale italiana. La missione eritrea fu promossa dall’Istituto di Studi Superiore di Firenze e finanziata dal Ministero della Pubblica Istruzione; insieme a Loria, cui spettava lo studio etnologico, viaggiarono l'antropologo fisico Aldobrandino Mochi, allievo di Mantegazza, e i geografi e geologi Giotto Dainelli e Olinto Marinelli. Il ritratto di Loria che emerge anche dai diari di questi suoi illustri compagni di viaggio è quello di uno studioso estremamente attivo, preciso e infaticabile. Loria non sta mai fermo: se non è impegnato a raccogliere o fotografare campioni e oggetti, allora sta insegnando i rudimenti della fotografia al proprio inserviente, o ha “ancora e sempre da impacchettar roba”.

La collezione etnologica eritrea crebbe velocemente e copiosamente, grazie a scambi, acquisti e contrattazioni (ma anche raggiri e talvolta perfino profanazioni di sepolcri), fino a che i quattro esploratori dovettero chiedere un magazzino in affitto: al ritorno in Italia i manufatti raccolti e donati al Museo di Antropologia e di Etnologia di Firenze furono ben 1300.

Le ricerche in Italia e il Museo di Etnografia Italiana Nell'ultima fase della sua vita, stabilitosi in Italia e conclusa la sua attività di esploratore (ad eccezione della breve parentesi eritrea del 1905-1906), Loria si dedicò all'etnografia italiana e collaborò con l'antropologo fisico Aldobrandino Mochi, allievo di Mantegazza, alla raccolta di oggetti dei popoli italiani. Entrambi condividevano una visione teorica evoluzionista, che considerava le classi subalterne e meno acculturate delle società "civili", per i loro modi di vita e la loro cultura, “non ancora profondamente modificate dalla civiltà moderna”, dunque più simili alle comunità primitive che a quelle moderne. L’Italia come campo di ricerca etnologica era del resto un territorio ancora quasi del tutto inesplorato e a Loria parve subito chiaro quanto interessante potesse rivelarsi questo studio, soprattutto perché egli aveva l’opportunità di applicare “in casa” le metodologie di ricerca già maturate in gioventù nel corso dei suoi viaggi in paesi remoti:

Nel 1905 l’interesse comune di Loria e Mochi per l’etnologia italiana si espresse nella forma di una prima, ambiziosa, idea: la costituzione a Firenze del primo museo dedicato alla rappresentazione di usi e costumi popolari italiani, al fine di promuovere un approccio nuovo allo studio del folklore italiano, meno dilettantistico e più rigoroso sia sul piano teorico che pratico. Loria era interessato in particolare a raccogliere manufatti e costumi dell’Italia rurale, poiché temeva che la progressiva industrializzazione e urbanizzazione potessero portare in breve tempo alla scomparsa della cultura agro-pastorale in molte regioni italiane. Oltretutto la ricerca sugli usi e costumi popolari aveva secondo Loria il grande merito civile di rafforzare il senso d’appartenenza nazionale e l’amor di patria, contribuendo a far conoscere gli Italiani agli Italiani, uniti sotto la medesima bandiera ma ancora quasi estranei gli uni agli altri.

L’etnografia italiana poteva porsi al servizio anche di altri nobili fini di carattere sociale: secondo Loria i suoi studi avrebbero potuto gettare luce sulla povertà degli Italiani, per contrastarla, e avrebbero permesso ai governanti di conoscere l’indole e i desideri reali del popolo più misero, che raramente era interpellato o ascoltato.

La realizzazione di tale progetto non fu certo semplice, poiché richiedeva non solo grandi sforzi di ricerca e raccolta di oggetti etnografici, ma soprattutto ingenti finanziamenti e la ricerca di locali adatti ad ospitare le collezioni. L’iniziale e idealistico progetto dovette però essere presto ridimensionato: Loria non trovò chi finanziasse la costruzione ex novo del grandioso edificio museale così come egli se l’era immaginato, e i cui costi sarebbero arrivati ben oltre le 200 000 lire. Ciononostante, Loria e Mochi non si persero d’animo e continuarono a promuovere negli ambienti scientifici e accademici il loro progetto, che infine vide la luce nel novembre del 1906 grazie al mecenatismo del conte Giovanni Angelo Bastogi. Loria era riuscito a raccogliere già un primo nucleo di 2000 oggetti, e la scelta del luogo ricadde infine su un locale in via S. Jacopo a Firenze. Si trattava tuttavia di una soluzione provvisoria, ben lontana dal luminoso palazzo che Loria aveva immaginato fino a solo un anno prima: la sede di via S. Jacopo corrispondeva infatti ad una casa-torre medievale, “una oscura casa”, stretta tra altri fabbricati simili in una via molto angusta, alle spalle dei quartieri popolari di S. Spirito e S. Frediano.

Nei mesi successivi il Museo di Etnografia Italiana di Firenze si arricchì gradualmente di nuove collezioni, grazie alla collaborazione di illustri studiosi: oltre al codirettore Aldobrandino Mochi, tra i collaboratori di Loria si ricordano Alessandro D'Ancona, Francesco Baldasseroni, Angelo De Gubernatis, Paolo Mantegazza e Giuseppe Pitré. La nascita del Museo fu salutata in diverse occasioni, a partire dall’annuncio di Mantegazza sulle pagine del Marzocco, il 2 dicembre 1906, e nel corso di successivi eventi e adunanze delle società scientifiche di cui Loria e collaboratori erano membri. Non tutte le regioni italiane erano però ancora rappresentate nelle collezioni del Museo e, dopo alterne vicissitudini, tra cui il deteriorarsi del rapporto tra Loria e Mochi e talvolta qualche rimprovero di Loria anche nei confronti del finanziatore Bastogi, il Museo fu trasferito in una sede più ampia, in un villino di via Colletta, che potesse meglio ospitare gli ormai 5000 oggetti presenti nelle sue raccolte.