Col grado di SS-Obersturmbannführer (tenente colonnello) era responsabile di una sezione del RSHA; esperto di questioni ebraiche, perseguendo la cosiddetta "soluzione finale" organizzò il traffico ferroviario per il trasporto degli ebrei ai vari campi di concentramento. Sfuggito al processo di Norimberga, si rifugiò in Argentina dove, nel 1960, venne catturato dal Mossad. Fu quindi processato in Israele nel 1961 e condannato a morte per genocidio e crimini contro l'umanità; la sentenza fu eseguita l'anno seguente.
Biografia Infanzia Otto Adolf Eichmann nacque nel 1906 a Solingen, figlio di Adolf Karl Eichmann e Maria Schefferling. Nel 1914, dopo la morte della madre, la famiglia si trasferì a Linz. Durante il primo conflitto mondiale il padre di Eichmann combatté nell'esercito austro-ungarico e al congedo tornò ai propri affari a Linz.
Eichmann abbandonò prima del diploma la scuola superiore (RealschuleLa Realschule è una scuola superiore paragonabile agli Istituti tecnici dell'ordinamento italiano.) e cominciò un corso per diventare meccanico, ma nel 1923 abbandonò anche questo per lavorare presso l'azienda paterna di estrazione mineraria. Tra il 1925 e il 1927 Eichmann trovò impiego come agente commerciale presso lOberösterreichische Elektrobau AG. Passato, quale agente distrettuale, alla Vacuum Oil Company AG, una sussidiaria della Standard Oil, rientrò in Germania nel luglio 1933.
Eichmann, che non aveva mai mostrato particolare interesse per la politica, cominciò invece a partecipare a manifestazioni e raduni di partiti politici che in quegli anni si svolgevano numerosi sia in Germania che in Austria e, durante una manifestazione del NSDAP, incontrò un vecchio amico di famiglia, Ernst Kaltenbrunner, entrando così a far parte delle SS (nº 45326) alle sue dirette dipendenze.
Ruolo nelle deportazioni
La grande svolta nella vita e carriera di Eichmann fu probabilmente rappresentata dalla lettura del libro Lo Stato ebraico di Theodor Herzl, il fondatore del movimento sionista.
Affascinato dalla conoscenza del nemico, Eichmann intuì che una reale possibilità di fare carriera all'interno delle SS consistesse proprio nel presentarsi come esperto di ebraismo e sionismo. Nel 1937 si recò in Palestina (all'epoca Mandato britannico) nell'ambito dell'Accordo dell'Haavara per favorire l'emigrazione di ebrei tedeschi verso la Palestina. La grande occasione per Eichmann di distinguersi agli occhi dei capi delle SS e dei pezzi grossi del partito nazista arrivò nel 1938, quando, in seguito all'Anschluss, si ritenne necessario espellere gli ebrei austriaci dal territorio appena annesso al Reich. Si insediò a Vienna, nell'ex palazzo del barone ebreo Albert de RothschildSituato nell'odierna Prinz-Eugen-Straße 4. 20-22 (precedentemente Heugasse 26), era stato requisito dal nuovo regime assieme a molte altre proprietà dei cittadini di origine ebraica e fu demolito nel 1954. costituendo nell'ambito del Sicherheitsdienst, il servizio di sicurezza del Reich in capo alle SS, un'apposita agenzia denominata Zentralstelle für jüdische Auswanderung (Ufficio centrale per l'emigrazione ebraica), deputata all'emigrazione forzata del maggior numero possibile di ebrei austriaci, sistematicamente spogliati di ogni avere e costretti ad abbandonare precipitosamente il paese per salvarsi. In merito all'evacuazione di Vienna Eichmann rivendicò con orgoglio la propria impresa, dicendo di avere fatto trottare i signorini, cacciandone oltre 50.000 dall'Austria.
Benjamin Murmelstein in un'intervista dichiarò che da quando nell'estate del 1938 conobbe Eichmann, ebbe chiaro che all'ufficiale delle SS premeva la "cancellazione dei Giudei" dal Reich e con lui dovette giocare d'astuzia, anche quando, in qualità di rabbino, fu poi l'ultimo decano ebreo del lager di Theresienstadt. Eichmann, promosso intanto a ufficiale delle SS, divenne l'esperto degli spostamenti di massa degli ebrei e questo talento per l'organizzazione logistica lo portò a ricoprire un ruolo estremamente importante nell'evoluzione degli eventi che portarono al genocidio. Il successo logistico di Eichmann fu talmente apprezzato che Hermann Göring costituì un nuovo Ufficio centrale del Reich per l'emigrazione ebraica anche a Berlino, affinché provvedesse all'emigrazione forzata degli ebrei secondo il modello viennese. Eichmann venne chiamato a dirigere il sopracitato Ufficio sotto la supervisione del capo dello SD Reinhard Heydrich e del capo della Gestapo Heinrich Müller. Alla fine del 1939 Eichmann subentrò a quest'ultimo come capo dell'Ufficio. (In italiano: La distruzione degli Ebrei d'Europa, Einaudi 1995).
Molti ebrei che lo conobbero riferirono inoltre del suo violento disgusto verso di loro, affermando che girava armato di frustino, e percorreva molto velocemente gli uffici dove stavano gli ebrei in attesa del visto per l'espatrio (prima della decisione dello sterminio), poiché non voleva respirare a lungo "l'aria contaminata" dagli ebrei.
Eichmann, diventato così il braccio destro dello specialista degli affari ebraici Heydrich, nel 1939 fu mandato a Praga per provvedere alla emigrazione forzata degli ebrei dalla Cecoslovacchia, appena annessa, senza colpo ferire, da Hitler poco dopo la Conferenza di Monaco. Qui le cose non furono così facili come a Vienna, perché Eichmann non poté contare sull'acquiescenza delle sue vittime, consce che ormai erano pochissimi i paesi disposti ad accogliere ebrei in fuga dall'Europa, quindi si rese necessario ammassare la popolazione ebraica nei ghetti, dove fu decimata da fame, malattie e freddo.
Il riempimento dei ghetti fu l'anticamera dei campi di concentramento e, per Eichmann, il banco di prova per le deportazioni di massa verso i lager: nel gennaio del 1942, con la Conferenza di Wannsee, i vertici nazisti decisero di procedere alla soluzione finale, e, dal marzo 1942, quando i carichi di deportati cominciarono a confluire verso i campi di concentramento di tutta Europa, Eichmann fu il coordinatore e il responsabile della macchina delle deportazioni, colui che materialmente provvedeva a organizzare i convogli ferroviari che trasportavano i deportati verso Auschwitz.
Eichmann fu fino alla fine della guerra uno dei principali esecutori materiali della Shoah, dirigendo personalmente le deportazioni degli ebrei ungheresi sino alla fine del 1944. Poteva decidere della vita e della morte di centinaia di migliaia di persone, ma non divenne mai membro dellélite nazista e non ebbe mai alcun peso in decisioni strategiche della politica o della guerra nazista, restando solo un efficiente burocrate, poco apprezzato anche dai suoi superiori e dai suoi commilitoni, che gli rimproveravano l'inclinazione all'alcol.
Tuttavia la scarsa notorietà gli permise, a fine conflitto, di far perdere le proprie tracce e rimanere nascosto cinque anni nelle campagne tedesche, per poi trovare rifugio in Argentina, come molti altri nazisti.
Fuga in Sud America
Eichmann, come altri fuoriusciti nazisti (ad esempio Mengele, il "dottor morte"), nel giugno 1948 venne munito di documenti di identità falsi dal vicario di Bressanone, Alois Pompanin, a nome Ricardo Klement, rilasciati dal comune altoatesino di Termeno, attestanti l'esservi nato. Nel 2007 è stato ritrovato, tra i documenti coperti dal segreto di stato in Argentina, il passaporto falso con il quale Eichmann lasciò infine l'Italia nel 1950: era pure esso intestato a Ricardo Klement, altoatesino, rilasciato da una non meglio precisata "Delegazione in Italia" della Croce Rossa di Ginevra (a firma del dottor Leo Biaggi de Blasys a Genova) in base alla testimonianza del padre francescano Edoardo Domoter. Grazie a questi documenti, Adolf Eichmann, che, in attesa, soggiornava nella Pensione San Carlo, (oggi non più esistente) in via Balbi 9, poté imbarcarsi sulla motonave "Giovanna Costa" alla volta del Sud America.
La cattura Nel 1957 concesse un'intervista al giornalista ed ex collaborazionista nazista olandese Willem Sassen (1918-2002), ma con l'accordo che i contenuti dell'intervista non sarebbero stati rivelati se non dopo la sua morte. Fu invece parzialmente pubblicata e resa nota dopo la sua cattura, ma prima della sua morte, poiché Sassen la vendette al settimanale americano Life. I servizi segreti scoprirono che egli si trovava in Argentina. A Buenos Aires, dove la famiglia di Eichmann s'era insediata, il figlio Klaus frequentava una ragazza tedesca, Sylvia Hermann, figlia di Lothar Hermann a cui si era presentato col suo vero cognome e con cui si lasciò andare ad affermazioni compromettenti sul mancato genocidio. Nessuno dei due ragazzi conosceva a fondo la storia delle rispettive famiglie.
Nel suo libro Eichmann in Argentina, lo scrittore Alvaro Abós (1941-2017) afferma che Lothar Hermann (1901-1974) nativo di Quirnbach, era un avvocato di idee socialiste che i nazisti avevano inviato nel campo di Dachau. Avendo parenti in America lo lasciarono partire nel 1938. Hermann con sua moglie viaggiò in Argentina, dove ebbero una figlia, Sylvia, e riuscirono a ricostruire la loro vita. Non senza disagi, poiché a causa delle percosse inflittegli durante la prigionia, l'uomo finì per diventare completamente cieco.
Vissero per un periodo a Vicente López e alla fine degli anni '50 si trasferirono a Coronel Suárez, località dove viveva una grande colonia di cittadini tedeschi. Fu nella zona nord che Sylvia incontrò un ragazzo da lei definito “magro e nervoso” che si presentò come Nicolás ma che in realtà era Klauss. Si erano conosciuti al cinema York del quartiere (distretto) di Olivos, durante le proiezioni di una serie di film tedeschi. A casa cominciò a parlare di questo ragazzo e delle sue opinioni sulla “grandezza della Germania" unita alla "ammirazione per il Reich millenario". Presentatosi in casa un giorno Nicolas affermò di essere orgoglioso del padre, morto in guerra; il vecchio Lothar Hermann chiese chi fosse il padre ed egli rispose che il padre biologico era morto e il suo patrigno, il secondo marito di sua madre, si chiama Ricardo Klement. Lothar chiese alla figlia il cognome del ragazzo. La risposta fu: Eichmann, Nicolas Eichmann. Da quel momento in poi per Hermann sarà solo questione di collegare una vicenda all'altra. Chiese la collaborazione di sua moglie per sfogliare vecchi ritagli. Arrivò alla notizia che Adolf Eichmann poteva essersi rifugiato in Argentina, sotto falso nome. Bisognava verificare una cosa: l'identità di quell'uomo che viveva nella casa di Nicolás. Sylvia Hermann, nata nel 1942, visse in seguito negli U.S.A., non volendo parlare direttamente con la stampa e i media, acconsentì al fatto che in sua vece parlasse la nipote, Liliana Hermann. A modo suo, Liliana, i cui nonni sono morti ad Auschwitz, è diventata la custode della memoria di suo zio, facendo di tutto per tramandarne la memoria e il ruolo avuto. “Mio zio cominciò a lamentarsi dell'esistenza di Eichmann a Olivos nel 1954. Nel quartiere gli ebrei sopravvissuti convivevano con i nazisti fuggiti, ma tutti in silenzio perché nessuno voleva togliere tanto dolore. Mengele abitava a tre isolati dalla casa di mio zio ed Eichmann a dieci isolati”, racconta la donna. Dietro di lei vi è un dipinto di Lothar, l'uomo che instancabilmente contattò l’ambasciata israeliana e che nel 1957 scrisse a Fritz Bauer (procuratore tedesco che contribuì a portare avanti il processo contro gli assassini di Auschwitz). Nel 1959 ricevette una richiesta dal Centro di documentazione di Haifa di passare informazioni e che esisteva una ricompensa per le informazioni accurate su Eichmann e altri nazisti. Hermann Lothar iniziò a dettare lettere che in sostanza avevano lo stesso tema: il fatto che "Eichmann è qui, non venite a cercarlo?"