Dal 1849 al 1861 fu inoltre duca di Savoia, principe di Piemonte e duca di Genova. È ricordato anche con l'appellativo di Re galantuomo, perché dopo la sua ascesa al trono non ritirò lo Statuto Albertino promulgato da suo padre Carlo Alberto. Coadiuvato dal presidente del Consiglio Camillo Benso, conte di Cavour, portò a compimento il Risorgimento, culminato con la proclamazione del Regno d'Italia. Grazie al ruolo svolto per realizzare l'Unità d'Italia, viene indicato come Padre della Patria. Così chiamato, compare nell'iscrizione presente nel Vittoriano, il monumento nazionale che da lui prende il nome che si trova a Roma, in piazza Venezia.

Biografia Infanzia e giovinezza

Vittorio Emanuele era il primogenito di Carlo Alberto, Re di Sardegna, e di Maria Teresa di Toscana. Nacque a Torino nel Palazzo dei Principi di Carignano e trascorse i primi anni di vita a Firenze. Il padre Carlo Alberto era uno dei pochi membri maschi di Casa Savoia e apparteneva al ramo cadetto dei Savoia-Carignano. Era il secondo nella linea di successione al trono.la cui origine risale al 1620; con Tommaso Francesco, figlio di Carlo Emanuele I di Savoia.Dopo la morte del re di Sardegna e di suo fratello, Carlo Alberto sarebbe divenuto il nuovo Re.

Carlo Alberto, che era di simpatie liberali, fu coinvolto nei moti del 1821, che portarono all'abdicazione di Vittorio Emanuele I. Per questo motivo, il nuovo Re Carlo Felice di Savoia ordinò a Carlo Alberto di recarsi con la sua famiglia a Novara.

Carlo Felice, che non amava Carlo Alberto, gli fece ben presto pervenire un ordine di trasferimento in Toscana, completamente fuori dal Regno. Per questo motivo, Carlo Alberto partì con la famiglia per Firenze, la capitale del Granducato di Toscana, all'epoca retto dal nonno materno di Vittorio Emanuele, il granduca Ferdinando III di Toscana. A Firenze, Vittorio Emanuele venne affidato al precettore Giuseppe Dabormida, che educò i figli di Carlo Alberto a una disciplina militaresca.

Nel 1822 Vittorio Emanuele sopravvisse a un incendio scoppiato nella villa del Poggio Imperiale, in cui morì la sua nutrice. Questo evento, insieme alla scarsa somiglianza fisica e caratteriale tra Vittorio Emanuele e i genitori, contribuì alla nascita e alla fortuna della diceria secondo la quale il vero Vittorio Emanuele sarebbe morto bambino durante l'incendio e quindi sostituito con il figlio di un macellaio fiorentino di Porta Romana.

Nel 1831 Carlo Alberto ritornò a Torino per succedere a Carlo Felice di Savoia. Vittorio Emanuele lo seguì a Torino e fu affidato al conte Cesare Saluzzo di Monesiglio, affiancato da uno stuolo di precettori tra cui il generale Ettore De Sonnaz, il teologo Andrea Charvaz, lo storico Lorenzo Isnardi e il giurista Giuseppe Manno. La disciplina pedagogica destinata ai rampolli di Casa Savoia era sempre stata spartana. I precettori, rigidi formalisti scelti in base all'attaccamento al trono e all'altare, gli imponevano orari rigidi sia d'estate sia d'inverno. La giornata tipica era così strutturata: la sveglia era prevista alle 5:30 e la mattinata era scandita da tre ore di studio seguite da un'ora di equitazione. Vi era poi un'ora per la colazione, terminata la quale si dedicava alla scherma e alla ginnastica, a cui seguivano altre tre ore di studio. Al pranzo era dedicata mezz'ora insieme alla visita di etichetta alla madre. La giornata si concludeva con mezz'ora di preghiere.

Gli sforzi dei dotti precettori ebbero, però, scarso effetto sulla refrattarietà agli studi di Vittorio Emanuele che di gran lunga preferiva dedicarsi ai cavalli, alla caccia e alla sciabola, oltre che all'escursionismo in montagna (il 25 agosto 1837 Vittorio Emanuele salì in vetta al RocciameloneRivista delle Alpi degli Appennini e vulcani, C.T. Cimino, 1866). I risultati erano così scarsi che un giorno — non aveva che dieci anni — il padre lo convocò davanti a un notaio facendogli prendere solenne impegno, con tanto di carta bollata, di praticare maggiormente lo studio. Sembra che le uniche tenerezze le avesse ricevute dalla madre, il padre non ne era capace con nessuno: solo due volte al giorno gli dava la mano da baciare dicendo: C'est bon. Inoltre, per saggiarne la maturità, gli ingiungeva di rispondere per iscritto a quesiti di questo tipo: "Può un Principe prendere parte a contratti di compra-vendita di cavalli?" Nonostante la promessa, i risultati di Vittorio Emanuele non migliorarono che di poco. Ne sono una prova le lettere autografe che testimoniano incertezze linguistiche. Inoltre, dovette dare studi specifici per imparare a dare i comandi. Le uniche materie nelle quali aveva un certo profitto erano la calligrafia e il regolamento militare. La maggiore soddisfazione la ebbe quando, a diciotto anni, gli venne concesso il grado di Colonnello e il comando di un Reggimento, grazie al quale poteva finalmente dare sfogo alla sua ambizione di carattere militare e liberarsi del periodo di studi che non aveva mai amato.

Matrimonio e relazioni extraconiugali

Ottenuto il grado di generale nel 1842, sposò la cugina Maria Adelaide d'Austria. Nonostante l'amore che legava Maria Adelaide a suo marito e il sincero affetto che questi nutriva per lei, Vittorio Emanuele ebbe varie relazioni extraconiugali. Nel 1847, incontrò per la prima volta Rosa Vercellana, detta "la bela Rosin", che sarà la sua compagna per tutta la vita. Nel 1855 la moglie Maria Adelaide morì. Iniziarono le trattative per un nuovo matrimonio con la principessa Maria Adelaide di Cambridge che, però, non andarono in porto, non solo per via della scarsa reputazione personale che Vittorio Emanuele aveva tra le corti, ma soprattutto per la riluttanza del sovrano, dovuta al suo legame sentimentale con Rosa Vercellana.

Nel 1864 Rosa Vercellana seguì il re a Firenze, stabilendosi nella Villa La Petraia. Nel 1869 il re si ammalò e, temendo di morire, a San Rossore si accordò con Rosa Vercellana per un matrimonio morganatico, cioè "senza attribuzione del titolo di regina". L'incontro si svolse il 18 ottobre 1869, poi il rito a Roma, il 7 ottobre 1877.

Re di Sardegna

Ascesa al trono

Carlo Alberto, acclamato come sovrano riformatore, concesso lo Statuto Albertino il 4 marzo 1848 e dichiarata guerra all'Austria, apriva intanto il lungo periodo noto come Risorgimento italiano entrando in Lombardia con truppe piemontesi e volontari italiani. Vittorio Emanuele duca di Savoia era a capo della 7ª Divisione di riserva. Gli esiti della prima guerra di indipendenza furono disastrosi per il prosieguo del conflitto per il Regno di Sardegna che, abbandonato dagli alleati e sconfitto il 25 luglio a Custoza e il 4 agosto a Milano, negoziò un primo armistizio il 9 agosto. Riprese le ostilità il 20 marzo 1849, il 23 marzo, dopo una violenta battaglia nella zona presso la Bicocca, Carlo Alberto inviò il generale Luigi Fecia di Cossato per trattare la resa con l'Austria. Le condizioni furono durissime e prevedevano la presenza di una guarnigione austriaca nelle piazzeforti di Alessandria e di Novara. Carlo Alberto, al cospetto di Wojciech Chrzanowski, Carlo Emanuele La Marmora, Alessandro La Marmora, Raffaele Cadorna, di Vittorio Emanuele e del figlio Ferdinando di Savoia-Genova, firmò la sua abdicazione e, con un falso passaporto, riparò a Nizza, da dove partì per l'esilio in Portogallo.

La notte stessa, poco prima della mezzanotte, Vittorio Emanuele II si recò presso una cascina di Vignale, dove l'attendeva il generale Radetzky, per nuovamente trattare la resa con gli austriaci, ovvero per la sua prima azione da sovrano. Ottenuta un'attenuazione delle condizioni contenute nell'armistizio (il Radetzky non voleva spingere il giovane sovrano nelle braccia dei democratici), Vittorio Emanuele II diede però assicurazione di voler agire con la massima determinazione contro il partito democratico, al quale il padre aveva consentito tanta libertà e che l'aveva condotto verso la guerra contro l'Austria. Sconfessò pienamente l'operato del padre e definì i Ministri un "branco di imbecilli", pur ribadendo al generale Radetzky di disporre ancora di uomini da gettare nella mischia, i quali però esistevano solo sulla carta. Tuttavia, Vittorio Emanuele, malgrado le pressioni dell'Austria, si rifiutò di revocare la costituzione (Statuto), unico sovrano in tutta la Penisola a conservarla.

Re galantuomo

Dopo la sconfitta di Novara e l'abdicazione di Carlo Alberto, si iniziò a definire Vittorio Emanuele II il re galantuomo, che animato da sentimenti patriottici e per la difesa delle libertà costituzionali si oppose fieramente alle richieste di Radetzky di abolire lo Statuto Albertino.

Il giovane re si dichiarò infatti amico degli austriaci e rimproverando al padre la debolezza di non aver saputo opporsi ai democratici prometteva una dura politica nei loro confronti con l'abolizione dello statuto.

Questa nuova versione della figura del sovrano è emersa con la scoperta e la pubblicazione di documenti diplomatici austriaci sui colloqui tenutisi a Vignale, nei quali il generale Radetzky il 26 marzo scriveva al governo di Vienna:

Questa rappresentazione del re come illiberale sarebbe confermata da quanto scritto in una lettera privata al nunzio apostolico del novembre del 1849 dove il re dichiara di:

Charles Adrien His De Butenval, plenipotenziario francese a Torino scrisse il 16 ottobre 1852 a Parigi che Vittorio Emanuele è un reazionario che si serve dello Statuto per mantenere come sostenitori e alleati di sé e della sua dinastia gli inquieti emigrati italiani e i liberali rifugiatisi a Torino dopo i fatti del 1848-49 dei quali egli si atteggia a protettore perché gli verranno utili per giustificare una futura guerra regia di conquista.

Opposta a questa versione dell'incontro tra il re e il generale Radetzky riportati da Denis Mack Smith vi è quella del generale Thaon di Revel che, un mese dopo il colloquio di Vignale, ebbe modo di incontrarsi con Vittorio Emanuele II a Stupinigi. «Il Re - scrive il generale - venne a parlarmi delle moine adoperate dal Maresciallo nel convegno, per indurlo ad abrogare lo Statuto; rideva accennando all'illusione del vecchio che aveva creduto sedurlo con maniere obbliganti e con ampie promesse, fino al punto di offrirgli quarantamila baionette austriache se avesse avuto bisogno di ricondurre il buon ordine nel suo Stato.»Genova Thaon di Revel, Dal 1847 al 1855: La spedizione di Crimea; ricordi di un commissario militare del re, ed. Fratelli Dumolard, 1891, p. 46

Una spiegazione del comportamento del re nell'armistizio di Vignale è attribuita a Massimo d'Azeglio il quale avrebbe giudicato un «liberalismo malcerto» quello del sovrano che avrebbe affermato: «Meglio essere re in casa propria, sia pure con le limitazioni costituzionali che essere un protetto di Vienna.»Marziano Brignoli, Massimo d'Azeglio: una biografia politica, ed. Mursia, 1988, p. 178

Una branca della storiografia afferma che Vittorio Emanuele, pur di sentimenti assolutisti, abbia mantenuto le istituzioni liberali per lungimiranza politica, capendone la grande importanza nell'amministrazione dello Stato. La riprova di ciò sta anche nella lunga collaborazione fra il Re e il Presidente del Consiglio Camillo Benso, conte di Cavour, dal quale il re era fortemente distante per quanto riguarda le posizioni politiche, assolutista il primo, liberale il secondo. Per esempio, il saggista Gianni Oliva dice:

Peraltro, un'altra recente ricostruzione delle trattative di Vignale sostiene che:

La sovraccitata lungimiranza politica, che lo portò a contraddire i propri principi, sarebbe quindi l'origine del termine "Re galantuomo".

Fine della prima guerra di indipendenza