Il Museo storico della Liberazione di Roma raccoglie documenti originali, cimeli, giornali e manifesti, volantini, scritti e materiali iconografici relativi all'occupazione nazi-fascista di Roma e alla lotta che valse alla città di Roma la medaglia d'oro al valor militare per la guerra di Liberazione nell'ambito della Resistenza italiana durante la Seconda guerra mondiale.

Il Museo ha sede nei medesimi locali dell'edificio in via Tasso che, durante l'occupazione nazifascista di Roma, divenne tristemente famoso come luogo di reclusione e tortura da parte delle SS per oltre 2000 antifascisti, molti dei quali caddero fucilati a Forte Bravetta o uccisi alle Fosse Ardeatine.

Le celle restaurate come i tedeschi in fuga le lasciarono, popolate dalle memorie e persino dai graffiti originali tracciati da chi vi patì tortura e privazioni prima di vedersi strappata la vita, sono testimoni del dramma e della scelta civile di italiani di ogni ceto e di ogni famiglia politica che diedero vita alla Resistenza. Non si tratta quindi di un museo nel senso più comune del termine, ma piuttosto di un realistico e reale monumento, un documento storico che ne contiene altri e le cui stesse pareti sono testimoni capaci di suscitare emozione.

Al Museo è annessa una biblioteca che raccoglie testi, collezioni di giornali, opuscoli e materiali relativi soprattutto alla guerra, alla Lotta di Liberazione e ai movimenti politici che l'animarono.

Storia dell'edificio L'edificio che attualmente ospita il Museo fu costruito sul finir degli anni trenta su terreno per iniziativa di Francesco Ruspoli, I duca di Morignano (1891-1970). Appena terminato, lo stabile di quattro piani più attico, con due ingressi in via Tasso 145 e 155 e giardino interno, fu affittato all'ambasciata tedesca a Roma - allora ubicata nella Villa WolkonskyAttualmente la villa è sede dell'ambasciatore del Regno Unito - in via Conte Rosso, a soli trecento metri di distanza.

Via Tasso si trova nel rione Esquilino, nei pressi della basilica di San Giovanni in Laterano e di piazza Vittorio Emanuele II. Il terreno era occupato in origine da villa GiustinianiSecondo quanto visibile nella Nuova Pianta di Roma tracciata da Giovanni Battista Nolli nel 1748., e fu edificato nell'ultimo ventennio del XIX secolo, prevalentemente con fabbricati destinati a civile abitazione o a collegi ed istituzioni religiosi, come l'attiguo collegio Santa Maria, affacciato su viale Alessandro Manzoni, sul quale si immette via Tasso. Il giardino di pertinenza del fabbricato che ora ospita il museo confina con un lembo superstite del giardino della villa Giustiniani, lungo via Berni, che ne include la palazzina superstite, ora affidata ai francescani. L'area include diversi ruderi romani, inclusa una struttura ad esedra il cui profilo curvo verso è ribadito dall'edificio verso est, sul lato opposto alla facciata nella quale si aprono i due portoni ai civici 145 e 155.

Sede diplomatica ed Istituto culturale tedesco L'ambasciata tedesca ne fece sede del proprio ufficio culturale e degli addetti militari e di polizia. Quest'ultimo incarico fu assunto dallhauptsturmführer (capitano) delle SS Herbert Kappler nelle vesti di attaché diplomatico. Kappler, come funzionario della Sicherheitspolizei (Polizia di sicurezza o SIPO, dalla quale dipendeva la Gestapo), ottenne sin dal 1939 libero accesso presso il Ministero dell'interno italiano.

Carcere e caserma delle SS Dopo la resa dei reparti delle regie Forze Armate che avevano difeso Roma dall'intervento militare tedesco causato dall'armistizio chiesto ed ottenuto dal governo Badoglio (firmato in data 8 Settembre 1943), l'edificio fu interamente destinato a sede della SIPO e dello SD, alla cui guida rimase sempre Kappler, frattanto promosso al grado di Obersturmbannführer (tenente colonnello).

Mentre l'ala sinistra, al civico 155, fu adibita a caserma ed uffici delle SS, su decisione dello stesso KapplerFabio Simonetti, Via Tasso. Quartier generale e carcere tedesco durante l'occupazione di Roma, Odradek, Roma, 2016, pag. 18. in quella destra, al civico 145, fu installato il tristemente noto Hausgefängnis, letteralmente "casa-prigione". Questo era un carcere provvisorio giustificato dalla necessità di tenere le persone arrestate a disposizione durante lo svolgimento delle indagini. Le due ali dell'edificio erano collegate tra loro tramite corridoi passanti al primo ed al terzo piano.

Nell'ala destinata a carcere le stanze degli appartamenti ai piani dal secondo al quinto furono trasformate in celle (alcune organizzate in "sezione femminile"), mentre piano terra e seminterrato vennero destinati a magazzino. Gli appartamenti al primo piano furono impiegati per ospitare la fureria, l'ufficio matricola e l'archivio. In tali locali erano conservati gli effetti personali dei prigionieri e le loro schede personali.

La trasformazione degli appartamenti in prigione fu eseguita in modo pratico e sbrigativo. Rimossi gli arredi mobili, le camere, le cucine e i ripostigli furono semplicemente convertiti in celle murando dall'interno le finestre (con gli avvolgibili abbassati all'esterno; i ripostigli erano ciechi e angusti) e applicando una grata in ferro nel sopraluce (circa 70 x 50 cm) delle porte per civile abitazione in legno tamburato, lasciate in opera, nelle quali venne creato uno spioncino semplicemente praticandovi un foro protetto da un dischetto in compensato ruotabile dall'esterno. Il bagno di ogni appartamento fu lasciato alla propria funzione, anch'esso con la finestra murata ed un sopraluce con grata.

Le celle ricavate nei ripostigli erano destinate alla segregazione, le altre ospitavano più reclusi. Alle pareti vennero lasciati i rivestimenti esistenti (piastrelle a mezza altezza nei servizi, carta da parati e pittura decorative nelle stanze).

L'impianto elettrico esistente fu disattivato e, in un primo momento, le celle ricevevano un po' di luce e d'aria esclusivamente dai sopraluce che affacciavano tutti sul locale d'ingresso dell'appartamento, privo di finestre. Con l'aumentare del numero dei prigionieri reclusi la situazione igienica si fece oltremodo precaria e, a partire dal febbraio del 1944, fu deciso di aprire delle piccole feritoie (25x15cm circa) alla base della muratura di tamponatura delle finestre, in modo da fornire più aria e luce ai vani. Tali aperture erano protette all'interno da una grata e all'esterno da una piastra metallica. Le celle vennero inoltre illuminate - escluse quelle di segregazione - installando in ciascun vano una lampadina elettrica.

Nella primavera successiva l'affollamento del carcere divenne tale da spingere i tedeschi alla creazione di ulteriori aperture per l'aerazione (40x25 cm circa) nella muratura di tamponatura delle finestre, presso il soffitto, a circa 2,5 metri dal pavimento, protette dall'esterno con una bocca di lupo. Vennero inoltre riaperte le finestre dei bagni, cui vennero apposte robuste inferriate, ma vi furono rimosse le porte, in modo da poter controllare a vista i reclusi quando vi accedevano, ottenendo anche l'effetto di umiliarli. Le celle erano prive di altri arredi se non dei tavolacci individuali da impiegare come brande, quasi sempre insufficienti rispetto al numero dei reclusi, diversi dei quali erano pertanto costretti a dormire direttamente sul pavimento.

Le condizioni dei reclusi Le condizioni dei prigionieri del carcere di via Tasso erano senz'altro peggiori anche di quelle sofferte dai detenuti nei Bracci 3 e 6 del carcere romano di Regina Coeli, anch'essi gestiti dai tedeschi.

Appena giunti alla prigione i detenuti erano registrati e, di norma, venivano privati degli effetti personali, raccolti all'ufficio matricola. Ad ognuno venivano date in dotazione una coperta militare, una gavetta metallica ed un cucchiaio di legno.

Alle 07:00, suonata la sveglia, i prigionieri dovevano rapidamente mettersi in ordine e piegare nel modo prescritto la propria coperta ed attendere composti l'ispezione dei carcerieri, guidata da un sottufficiale delle SS, alla cui discrezione erano affidate eventuali richieste di visita medica. La visita il più delle volte non era concessa, neanche a chi era visibilmente sofferente. Erano teoricamente previste visite mediche di routine il martedì ed il venerdì, ma solo raramente venivano effettuate.

A ispezione terminata, ogni singolo gruppo di prigionieri rinchiusi in una cella veniva portato collettivamente al bagno, anche d'inverno a torso nudo, e ciascuno aveva a disposizione solo due minuti per le abluzioni. Il passaggio al bagno era obbligatorio e non teneva conto delle condizioni fisiche di ciascuno, che potevano anche essere serie ad esempio per le torture subite durante gli interrogatori.

I prigionieri ritenuti meno pericolosi, detenuti per imputazioni meno gravi, erano quindi impegnati sotto sorveglianza nello svolgimento di servizi quali la pulizia degli ambienti, delle celle, dei servizi, dei corridoi e delle scale, o persino la sistemazione e la cura del giardino interno di pertinenza del carcere. Tali servizi erano persino ambiti, in quanto il duro regime carcerario non consentiva alcuno svago, neanche la lettura, e di norma le conversazioni tra detenuti erano vietate e duramente represse. Non era previsto l'accesso a conforti religiosi, né visite dei parenti.

L'unico pasto della giornata veniva servito per pranzo, ad orari variabili, in quanto esso giungeva da Regina Coeli, non essendo il carcere di via Tasso dotato di proprie cucine per i pasti dei detenuti. Di norma il pasto consisteva in tre quarti di litro di una brodaglia molto lenta con qualche pezzo di patate e verdure (normalmente cavoli), senza sale o spezie, versata nella gavetta individuale in dotazione, accompagnata da due panini da circa 1 etto l'uno. I prigionieri assenti al momento della distribuzione - ad esempio perché sottoposti a interrogatorio - semplicemente saltavano il pasto. Nella primavera del 1944, con le crescenti difficoltà di approvvigionamento che fecero dilagare la fame in città anche tra le truppe tedesche, la razione quotidiana di brodaglia venne ridotta a mezzo litro. Tale magrissima razione poteva essere integrata una volta alla settimana dalle famiglie dei reclusi, che potevano recare ad ogni singolo congiunto un solo uovo sodo assieme ad un cambio di biancheria. Null'altro era concesso ed il cambio era esaminato per evitare fosse occasione di passaggio di messaggi. In diverse occasioni, tuttavia, tali messaggi passarono ugualmente, occultati cucendoli all'interno di risvolti o mascherandoli da rammendi nella cui trama era possibile a fatica leggere parole.

Tra le 17:00 e le 20:00 i prigionieri potevano nuovamente recarsi al bagno, ove lavavano la gavetta e la riempivano d'acqua da bere, che doveva bastare sino al mattino successivo. Alle 20:00 suonava il silenzio e per nessun motivo era consentito uscire dalle celle sino alle 07:00 del mattino seguente. Era inoltre proibito parlare anche tra prigionieri della stessa cella e chi avesse contravvenuto poteva essere punito, ad esempio con la segregazione nelle celle ricavate dai ripostigli.

Non era infrequente, tuttavia, che i detenuti fossero strappati dalle loro celle nel cuore della notte per essere privati del sonno e sottoposti a lunghi interrogatori, spesso accompagnati da sevizie e da vere e proprie torture, al fine di far loro rivelare gli organigrammi delle organizzazioni resistenziali clandestine e tradire i propri compagni consentendone l'arresto. Anche feriti e lividi per le percosse e le torture subite, i detenuti venivano ricondotti di norma direttamente nelle loro celle a termine interrogatorio, al fine di terrorizzare i loro compagni.

La fine del carcere e la liberazione