Il Granducato di Toscana fu un antico Stato italiano esistito tra il 1569 ed il 1860, esclusa una parentesi tra il 1801 e il 1814, su un perimetro sostanzialmente coincidente con il territorio dell'attuale regione omonima.
Fu istituito con una bolla pontificia emessa da papa Pio V il 27 agosto 1569, e in qualche modo convalidata dall'imperatore Massimiliano II d'Asburgo nel 1575. La costituzione del Granducato faceva seguito alla conquista della Repubblica di Siena da parte di quella di Firenze – ormai saldamente in mano alla famiglia dei Medici – nella fase conclusiva delle guerre d'Italia del XVI secolo. Fino alla seconda metà del XVIII secolo fu uno stato confederale costituito dal Ducato di Firenze (detto "Stato vecchio") e dallo Stato Nuovo di Siena, in unione personale nel granduca.
Dopo l'estinzione della dinastia medicea, nel 1737 alla guida del granducato subentrò quella degli Asburgo-Lorena, che ne resse sostanzialmente le sorti sino all'unità d'Italia, con l'interruzione verificatasi durante l'epoca napoleonica.
Tra il 1801 ed il 1807, infatti, Napoleone Bonaparte occupò la Toscana e l'assegnò alla casata dei Borbone-Parma, come regno d'Etruria. Questo però fu successivamente annesso alla Francia con la stipula del trattato di Fontainebleau del 27 ottobre 1807. Col crollo dell'impero napoleonico nel 1814 e il successivo Congresso di Vienna, il Granducato tornò agli Asburgo Lorena.
Nel 1859, dopo la rassegnata partenza del granduca, venne costituito un Governo provvisorio della Toscana, che confluì quindi nelle "Province Unite del Centro Italia". La Toscana fu annessa al Regno di Sardegna il 15 marzo 1860, come parte del processo di unificazione nazionale, dopo il plebiscito popolare in cui si sfiorò il 95% dei sì. La consultazione, la prima a suffragio universale maschile, fu effettuata a voto palese.
Storia Dalla Repubblica di Firenze al Granducato
L'affermazione politica dei Medici a Firenze ebbe inizio nel 1434, quando Cosimo il Vecchio rientrò dall'esilio e instaurò un predominio di fatto sulle istituzioni della Repubblica di Firenze. Tale sistema, formalmente rispettoso degli ordinamenti repubblicani ma progressivamente controllato dalla famiglia, proseguì sotto Piero il Gottoso e Lorenzo il Magnifico. Nel 1494, con la fuga di Piero il Fatuo in seguito alla discesa in Italia di Carlo VIII di Francia, il governo mediceo fu rovesciato e venne restaurata la repubblica.
I Medici tornarono al potere nel 1512, ma furono nuovamente espulsi nel 1527, dopo il sacco di Roma. L'alleanza tra papa Clemente VII, appartenente alla famiglia Medici, e l'imperatore Carlo V d'Asburgo consentì tuttavia la restaurazione definitiva della dinastia dopo l'assedio di Firenze del 1529-1530.
Nel 1532 Alessandro de' Medici fu riconosciuto come duca e le antiche istituzioni repubblicane vennero profondamente trasformate. Alla Signoria si sostituì il Magistrato supremo, mentre furono istituiti il Consiglio dei Dugento e il Senato dei Quarantotto, organismi che conservarono una veste formalmente collegiale ma che finirono progressivamente subordinati al potere ducale.
Dopo l'assassinio di Alessandro nel 1537, il potere passò a Cosimo I de' Medici, appartenente a un ramo cadetto della famiglia. Durante il suo governo il ducato assunse una struttura più accentrata: senza abolire formalmente gli ordinamenti del 1532, Cosimo ne ridusse progressivamente l'autonomia e rafforzò gli organi direttamente dipendenti dal principe, consolidando un'amministrazione territoriale e finanziaria funzionale alla costruzione di uno Stato dinastico.
La principale espansione territoriale avvenne durante l'ultima fase delle Guerre d'Italia. Nel 1554 le forze mediceo-imperiali sconfissero quelle senesi nella battaglia di Scannagallo; Siena capitolò l'anno successivo, mentre la resistenza repubblicana proseguì nella Repubblica di Siena riparata in Montalcino sino al 1559. Con la pace di Cateau-Cambrésis, Filippo II di Spagna riconobbe a Cosimo il possesso dei territori senesi, ad eccezione di alcuni centri costieri che costituirono lo Stato dei Presidi, mantenuto sotto controllo spagnolo.
La nuova compagine statale conservò a lungo la distinzione tra lo Stato Vecchio, corrispondente ai domini fiorentini, e lo Stato Nuovo senese, dotato di proprie magistrature e di specifiche strutture amministrative. Tale dualismo istituzionale sopravvisse alla stessa proclamazione del Granducato e rappresentò una delle caratteristiche dell'organizzazione territoriale toscana in età moderna.
Il 27 agosto 1569 papa Pio V conferì a Cosimo il titolo di granduca di Toscana; l'incoronazione ebbe luogo a Roma il 5 marzo 1570. L'attribuzione pontificia fu contestata dall'imperatore e da altre potenze italiane ed europee, poiché implicava l'elevazione dei Medici sopra gli altri principi italiani e la trasformazione delle sovranità su Firenze e Siena in una dignità unitaria riferita alla Toscana.
Il riconoscimento imperiale arrivò soltanto dopo la morte di Cosimo: con diploma emanato a Ratisbona il 2 novembre 1575, l'imperatore Massimiliano II riconobbe al successore Francesco I de' Medici il titolo granducale; l'anno seguente anche la monarchia spagnola ne accettò l'uso.
Il Granducato mediceo
Alla morte di Cosimo I nel 1574 gli succedette il figlio Francesco I, che già da un decennio partecipava al governo dello Stato. Durante il suo regno proseguì il consolidamento amministrativo del principato e acquisì crescente importanza lo sviluppo di Livorno, destinata nei decenni successivi a diventare uno dei principali centri commerciali del Mediterraneo.
Nel 1587 gli succedette il fratello Ferdinando I de' Medici, sotto il quale la politica economica e marittima del Granducato conobbe un particolare impulso. Furono promosse opere di bonifica e infrastrutture, mentre Livorno venne sviluppata come porto commerciale e centro di insediamento per mercanti stranieri. Le Leggi Livornine della fine del XVI secolo concessero privilegi economici e una relativa libertà religiosa ai mercanti che si fossero stabiliti nella città, contribuendo alla formazione di una comunità cosmopolita e alla crescita dei traffici mediterranei.
In politica estera Ferdinando cercò di attenuare la tradizionale dipendenza medicea dagli Asburgo e rafforzò i rapporti con la Francia, favorendo anche il matrimonio tra la nipote Maria de' Medici e Enrico IV di Francia. Il Granducato mantenne tuttavia un delicato equilibrio tra la monarchia francese, quella spagnola, il Papato e l'Impero.
Nel 1609 salì al trono Cosimo II de' Medici. Il suo regno, terminato già nel 1621, coincise con una fase di continuità amministrativa e con il forte sostegno della corte fiorentina alla cultura scientifica; particolarmente noto fu il rapporto di patronato con Galileo Galilei. Alla morte del granduca, la minore età del figlio Ferdinando II determinò una reggenza affidata alla madre Maria Maddalena d'Austria e alla nonna Cristina di Lorena.
Durante il lungo governo di Ferdinando II il Granducato fu coinvolto nelle guerre di Castro, partecipando alla coalizione contraria a papa Urbano VIII. Sul piano culturale la corte mantenne un ruolo importante nella promozione delle scienze sperimentali: nel 1657 il principe Leopoldo de' Medici contribuì alla fondazione dell'Accademia del Cimento. Al tempo stesso, tuttavia, le guerre, le epidemie e le difficoltà finanziarie concorsero al progressivo indebolimento economico e politico dello Stato.
La crisi della dinastia medicea
Con Cosimo III de' Medici, granduca dal 1670 al 1723, si accentuarono alcune difficoltà strutturali del Granducato. Il governo fu caratterizzato da un maggiore intervento religioso nella vita pubblica, da una politica fiscale gravosa e dal progressivo deterioramento delle finanze statali.
La questione più grave divenne però quella della successione. Il matrimonio di Cosimo III con Margherita Luisa d'Orléans aveva prodotto tre figli, ma il principe ereditario Ferdinando morì senza discendenza, mentre il matrimonio di Gian Gastone de' Medici rimase senza figli. Anche Anna Maria Luisa de' Medici, elettrice palatina, non ebbe discendenza.
La prevedibile estinzione della linea granducale trasformò la successione toscana in una questione della diplomazia europea. Nel corso delle guerre di successione della prima metà del XVIII secolo furono avanzate diverse candidature e il destino del Granducato venne progressivamente inserito negli accordi tra le grandi potenze.
Gian Gastone, succeduto al padre nel 1723, attenuò alcune delle misure più rigorose introdotte durante il precedente governo, ma non fu in grado di incidere in maniera sostanziale sulla soluzione della questione dinastica. Gli accordi internazionali connessi alla guerra di successione polacca stabilirono infine che la Toscana sarebbe passata a Francesco Stefano di Lorena, già duca di Lorena e futuro consorte dell'arciduchessa Maria Teresa d'Austria.
Il 9 luglio 1737 Gian Gastone morì senza eredi, ponendo fine a quasi due secoli di governo granducale mediceo.
L'avvento degli Asburgo-Lorena e la Reggenza
Francesco Stefano ricevette l'investitura del Granducato nel 1737. Impegnato nella politica della monarchia asburgica e, dal 1745, imperatore del Sacro Romano Impero, non stabilì la propria corte in Toscana e affidò il governo a una Reggenza, inizialmente presieduta dal principe Marc de Beauvau-Craon e successivamente dominata dalla figura di Emmanuel de Nay de Richecourt.
L'insediamento della nuova dinastia segnò una discontinuità rispetto alla corte medicea, ma la Reggenza avviò anche una prima stagione di razionalizzazione amministrativa. Tra i principali provvedimenti si ebbero il censimento del 1745, una maggiore imposizione fiscale sul clero, la regolamentazione dei fedecommessi e della manomorta, la riforma della nobiltà e della cittadinanza e l'adozione piena del calendario gregoriano, con il trasferimento dell'inizio dell'anno dal tradizionale 25 marzo al 1º gennaio.
La successione toscana venne definitivamente separata dalla corona imperiale nel quadro degli accordi dinastici degli Asburgo-Lorena: il Granducato fu destinato a una linea cadetta della famiglia, evitando così la sua stabile incorporazione nella monarchia viennese.
Le riforme di Pietro Leopoldo
Alla morte di Francesco Stefano nel 1765 il Granducato passò al figlio Pietro Leopoldo, che lo governò fino al 1790. Il suo regno rappresentò la fase più intensa del riformismo lorenese e uno dei maggiori esempi italiani di assolutismo illuminato. Nell'elaborazione delle riforme il granduca si avvalse di funzionari e giuristi quali Pompeo Neri, Giulio Rucellai, Angiolo Tavanti e Francesco Maria Gianni.
In campo economico perseguì una politica ispirata al liberismo e alla fisiocrazia. Venne progressivamente liberalizzato il commercio dei grani, furono ridimensionati i vincoli corporativi e nel 1781 fu introdotta una nuova tariffa doganale che sostituiva molti divieti con dazi relativamente moderati. Contemporaneamente proseguirono gli interventi di bonifica in Maremma e in Val di Chiana e la riorganizzazione delle proprietà appartenenti allo Stato e agli enti ecclesiastici.
Le riforme investirono profondamente anche l'amministrazione locale. A partire dagli anni Settanta furono riorganizzati i governi provinciali e vennero progressivamente abolite numerose magistrature tradizionali, comprese a Firenze il Consiglio dei Dugento e il Senato dei Quarantotto, sostituiti da ordinamenti comunitativi maggiormente uniformi e sottoposti al controllo centrale.