Biografia
Giorgio Biandrata fu il terzo figlio del nobile Bernardino, signore del castello di San Fronte, appartenente a un ramo della potente famiglia dei conti di Biandrata di San Giorgio. Dopo una prima istruzione compiuta a Saluzzo, studiò medicina a Montpellier, laureandosi il 15 novembre 1533. Tornato in Italia, dopo aver ottenuto il riconoscimento del proprio dottorato dalle Università di Pavia e di Bologna, si specializzò in ginecologia, pubblicando nel 1539 il manuale Gynaeceorum ex Aristotele et Bonaciolo a Georgio Blandrata medico Subalpino noviter excerpta de fecundatione, gravitate, partu et puerperio, una compilazione tratta dagli scritti di Aristotele e dallEnneas muliebris di Ludovico Bonaccioli, dedicata alla regina di Polonia Bona Sforza e alla figlia di questa, Isabella Jagiełło, moglie di Giovanni I d'Ungheria, voivoda di Transilvania e re d'Ungheria.
Fu così che nel 1540 Biandrata fu chiamato alla corte di Sigismondo e di Bona Sforza come medico personale della regina. Da Cracovia passò nel 1544 ad Alba Iulia, dove la figlia di Bona, Isabella, vedova del re Giovanni, teneva la corte del precario principato di Transilvania, stretto tra gli opposti interessi dell'Impero di Ferdinando I e della Turchia. Quando la Transilvania passò sotto il diretto controllo dell'imperatore, Biandrata, che oltre l'attività di medico personale di Isabella svolgeva anche incarichi diplomatici, nel 1552 lasciò Alba Iulia per fare ritorno in Italia. Si stabilì a Mestre, da dove nel 1553 fu chiamato a Vienna a testimoniare nell'inchiesta che il nunzio Girolamo Martinengo aveva istruito per far luce sulla morte del cardinale Giorgio Martinuzzi, assassinato da agenti di Ferdinando I a causa della sua intelligenza politica con i Turchi.
A Ginevra Si stabilì a Pavia, da dove improvvisamente, nel 1556, partì per rifugiarsi a Ginevra, terra conquistata dal calvinismo. Non si sa da quando egli avesse abbandonato il cattolicesimo: già a Saluzzo erano presenti comunità valdesi, in Polonia, in Ungheria e in Transilvania circoli riformati, con personalità quali Lelio Sozzini, Francesco Lismanini e Francesco Stancaro, a Mestre gruppi antitrinitari, ma nessuna testimonianza attesta convinzioni riformate prima del suo trasferimento in Svizzera. È anche da rilevare che la famiglia Biandrata aveva tradizioni religiose eterodosse: nel XIV secolo aveva appoggiato la rivolta dolcinianaG. Volpe, Movimenti religiosi e sette ereticali, 1997, p. 114. e nel 1558 Alfonso Biandrata, il fratello primogenito di Giorgio, fuggirà anch'egli a Ginevra con la famiglia.D. Cantimori, Profilo di Giorgio Brandata saluzzese, 1936, pp. 3-4.
A Ginevra fu accolto nella comunità degli esuli italiani. La Chiesa italiana si costituiva di un collegio formato dal pastore, all'epoca Celso Martinengo, da un catechista, da quattro anziani e da quattro diaconi: il collegio si riuniva ogni settimana e si manteneva in stretto contatto con il Concistoro ginevrino, dominato dalla personalità di Calvino. Biandrata divenne presto uno dei quattro anziani e dal Consiglio cittadino ottenne l'anno successivo il diritto di residenza. La sua intimità con il Martinengo - egli era il medico curante della moglie di questi, l'inglese Jane Stafford - lo spinse a porgli interrogativi teologici concernenti la trinità divina e la natura di Cristo. Il Martinengo, ex-antitrinitario, intuì che lo scopo celato delle domande era quello di portare un attacco al dogma della divinità di CristoCosì scrive Calvino ai «Fratelli polacchi» il 5 ottobre 1561: Calvini Opera, XIX, coll. 39. e preferì rompere i rapporti con Biandrata, senza tuttavia sollevare pubblicamente il problema dell'ortodossia calvinista del medico piemontese.
Biandrata cominciò allora a rivolgere i propri interrogativi direttamente a Calvino: chiedeva come mai, se l'unico Dio è un'essenza di tre persone, Gesù non l'avesse mai detto, perché in nessuna parte delle Scritture fosse chiaramente indicato che Dio è uno in tre persone, quale si dovesse propriamente pregare delle tre persone, e se si potesse pregare Dio direttamente senza mediazioni, e quale fosse stata la posizione della Chiesa primitiva su questi problemi.
Le domande e le risposte erano date per iscritto - in modo da evitare possibili accuse di volontario fraintendimento - e a ogni risposta di Calvino seguivano nuove domande sulla divinità di Cristo, finché il riformatore francese, che cominciava a irritarsi, chiedendo a Biandrata di abbandonare «perfidiam et fallacias dolosque tortuosos»,Calvini Opera, ibidem. rispose con una lunga argomentazione a tutte le questioni postegli.Calvini Opera, IX, coll. 325. Da questa si ricava la concezione portata avanti dal Biandrata, consistente in un'attenuazione del puro antitrinitarismo monoteistico, divenuto in lui un triteismo gradualistico: bastava «credere in un solo Dio Padre, in un solo Signore Gesù e in un solo Spirito Santo», senza ulteriori speculazioni su quell'unica essenza della quale la Scrittura non parla,«Absque ulla altiore de essentia illa unica speculatione, cum scriptura nihil etiam dixerit». considerando Padre il creatore, il Signore dal quale tutto proviene, e Cristo, il Signore attraverso il quale tutto è dato.«Pater, Dominus a quo omnia, Christus, Dominus per quem omnia». Si trattava in sostanza delle tesi già esposte da Matteo Gribaldi, che gli erano costate il bando da Ginevra nel 1555.
La rottura dei rapporti con Calvino avvenne quando il Biandrata gli chiese di condannare apertamente tutte le opinioni che contrastassero col suo pensiero. Biandrata giustificava la sua richiesta con il fatto che le dottrine degli altri riformatori, luterani e zwingliani, turbavano, diversamente da quella di Calvino, la sua coscienza, ma Calvino comprese, fosse o meno sincero il medico italiano, l'insidia della proposta, che avrebbe scatenato discussioni, discordie e fratture ulteriori nel movimento protestante, oltre ad accreditare l'accusa, già formulata e diffusa sul conto dello stesso Calvino dal tempo della condanna di Serveto, di intolleranza e di papismo.
Intanto, il 12 agosto 1557 moriva Celso Martinengo e il senese Lattanzio Ragnoni veniva chiamato a succedergli nella direzione della chiesa italiana. Questi, deciso a stroncare le opinioni antitrinitarie che circolavano nella comunità, diffuse soprattutto ad opera del Biandrata, di Giovanni Paolo Alciati e di Silvestro Teglio, convocò i tre italiani al concistoro, presente anche Calvino, il 18 maggio 1558, insieme con gli altri dissidenti Nicola Gallo, Ippolito da Carignano, Filippo Rustici e Francesco Porcellino, mentre Valentino Gentile si diede malato. Con qualche resistenza, fecero atto di sottomissione, ma furono ancora ammoniti quando le autorità religiose ginevrine ebbero notato che le loro opinioni non cessavano di circolare in città e a quel punto, mentre Teglio accettava la confessione di fede proposta dalle autorità, Biandrata e l'Alciati preferirono abbandonare Ginevra: l'Alciati si stabilì a Basilea, mentre Biandrata partì per Farges, nel cui castello risiedeva Matteo Gribaldi.
Da Farges passò a Berna per trovarvi il pastore Nicolaus Zurkinden, il quale, amico del Gribaldi e del Castellion, non era in buoni rapporti con Calvino; da Berna Biandrata si trasferì a Zurigo, dove fece visita a Pietro Martire Vermigli cercando di trarlo alle sue tesi. Durante le loro discussioni, Vermigli volle consultare il Bullinger, il teologo più influente della chiesa di Zurigo, che gli consigliò di troncare ogni rapporto col Biandrata: così avvenne e, dopo una sosta a Basilea, il medico saluzzese si diresse verso la Polonia.
In Polonia Nel novembre del 1558 Biandrata si stabilì a Pińczów, presso Cracovia. Qui vivevano il Lismanini, lo Stancaro e il polacco Pietro Gonesio, un attivo seguace del Gribaldi. In Polonia, dove era allora concessa libertà religiosa a tutte le confessioni cristiane, anche le dottrine antitrinitarie erano piuttosto diffuse e il paese assisteva in quel tempo all'emigrazione di non pochi evangelici, come il piemontese Prospero Provana, che vi aveva conseguito l'influente incarico di appaltatore delle imposte sul sale, mentre Lelio Sozzini faceva il suo ingresso in Polonia alla fine di quell'anno. Biandrata, dopo un viaggio in Transilvania, compiuto nel giugno del 1559 per assistere Isabella Jagiełło ormai morente, alla fine dell'anno faceva ritorno a Pińczów.
Biandrata e Lismanini furono nominati dal re Sigismondo, figlio della scomparsa Bona Sforza, suoi rappresentanti al sinodo di Pińczów, che si tenne nel maggio del 1560, poi Biandrata, invitato dal principe Mikołaj Radziwiłł, rappresentò la chiesa riformata di Pińczów presso quella di Wilno (Vilnius), e in settembre fu eletto, con il Lismanini, coadiutore di Felix Cruciger, il sovrintendente della Chiesa riformata polacca, segni, questi, non solo del prestigio acquisito da tempo presso i nobili polacchi, ma anche del fatto che egli aveva mantenuto in tutto questo periodo un basso profilo, evitando di esternare posizioni teologiche che potessero provocare discussioni e polemiche.
Memore dell'organizzazione politica ginevrina, nella quale l'influsso dei pastori era particolarmente rilevante, Biandrata propose che solo gli anziani laici reggessero le singole chiese, escludendo i pastori, le cui funzioni dovevano limitarsi alla predicazione e all'insegnamento della dottrina cristiana. La proposta fu tuttavia respinta e fu stabilito di scegliere gli anziani in parte tra i laici e in parte tra gli ecclesiastici.
Intanto Calvino, che con preoccupazione seguiva dalla Svizzera le vicende polacche, metteva in guardia i suoi seguaci polacchi dal Biandrata e dallo Stancaro, come scriveva nella prefazione al suo Commentario agli Atti degli Apostoli dedicato al principe Radziwiłł. Per cercare di porre termine alle accuse di Calvino il Biandrata accettò di firmare una confessione di fede proposta nel sinodo di Pińczów, nel gennaio del 1561, e in quello di Cracovia nel successivo dicembre, presentandola e dandone lettura nel sinodo di Xionz del 10 marzo 1562 e ancora il 2 aprile successivo a Pińczów, con la quale, rigettando tanto Serveto che il triteismo, dichiarava di credere «in un Dio Padre, in un Signore Gesù Cristo suo Figlio e in uno Spirito Santo, ciascuno di essi essendo una essenza di Dio» e di «detestare la pluralità di dei, poiché per noi esiste un solo Dio, essenzialmente indivisibile, e di ammettere tre distinte ipostasi: l'eterno Dio, il Figlio e lo Spirito Santo, in quanto persone sostanzialmente distinte ciascuna dalle altre due».
Tuttavia, nella confessione si ribadisce la necessità di rifarsi alla Scrittura nelle definizioni di Dio, senza utilizzare armamentari filosofici tratti dalla Scolastica, senza «tutta quella mitologia di monaci sul Dio trinitario e tutte quelle voci profane». Lo stesso calvinista Teodoro Beza, polemizzando contro il Gentile, aveva dovuto ammettere che il dogma trinitario si fonda su un apparato filosofico che è estraneo alle Scritture testamentarie.La Georgii Blandratae confessio antitrinitaria, riprodotta in D. Cantimori, Profilo di Giorgio Biandrata saluzzese, cit., fu pubblicata per la prima volta solo nel 1794 dal luterano Heinrich Philipp Henke: la citazione di Teodoro Beza, proveniente dalla pubblicazione degli atti del processo contro Valentino Gentile del 1566, porterebbe a negarne l'autenticità, che tuttavia è sostenuta dal Cantimori, dal Williams e da altri autorevoli studiosi.