Fu duca di Andria e Bari, marchese di Vasto, conte di Acquaviva delle Fonti, Agnone, Albe, Arce, Aversa, Capurso, Celano, Conversano, Copertino, Martina Franca, Monteodorisio, Noci, Nola, Pacentro, Palena, Rutigliano, Trivento e Valva, barone di Carapelle CalvisioLa baronia di Carapelle comprendeva i feudi di Calascio, Carapelle Calvisio, Castelvecchio Calvisio, Rocca Calascio e Santo Stefano di Sessanio. e signore di Anversa degli Abruzzi, Ascoli Satriano, Barrea, Belmonte del Sannio, Bitonto, Campo di Giove, Capestrano, Carbonara, Carovigno, Carpinone, Castel del Giudice, Castellana Grotte, Castiglione Messer Marino, Civitaluparella, Colledimacine, Dogliola, Frisa, Latiano, Lettopalena, Loseto, Manfredonia, Minervino Murge, Monteferrante, Montenerodomo, Ortona, Palmoli, Pizzone, Roccaspinalveti, Salpi, San Buono, Santa Maria del Molise, Serracapriola, Tollo, Trani, Valenzano e Villetta Barrea; ; ; ; ; .Citazione: «...Possiamo quindi dire che Giacomo quando morì il 15 novembre 1439, a 70 anni, durante l'assedio di Colle Sannita, piccola terra in provincia di Benevento, era non solo il più grande e temuto condottiero del Mezzogiorno d'Italia, ma anche, se non soprattutto, il più potente barone del RegnoNota n. 32..»Citazione (nota n. 32): «Le terre possedute dai Caldora, nel 1439, erano 75, numero che già li poneva al secondo posto tra i baroni del Regno dietro il principe di Taranto (che ancora doveva ereditare la contea di Lecce), se a queste terre aggiungiamo quelle del patrimonio feudale dei conti di Celano portati in dote a Giacomo dalla moglie Giovanna della Ratta [Jacovella da Celano], contessa di Celano, le terre controllate direttamente da Giacomo salgono a 109. Aggiungendo ad esse le terre conquistate da Giacomo negli anni '30 del XV secolo (tra cui buona parte di quelle del principe di Taranto) si arriva a più di 200 terre. Anche non considerando le terre dei baroni sottoposti all'autorità e all'influenza dei Caldora – i baroni cosiddetti "caldoreschi" – , tenendo presente che Marino Marzano doveva ancora sposare Eleonora d'Aragona ed ottenere come bene dotale il principato di Rossano e il ducato di Squillace, che avrebbe unito al ducato di Sessa, vediamo come nessun barone, nel 1439, poteva competere con Giacomo Caldora in quanto ad estensione territoriale dei domini.». Fu inoltre governatore dell'Aquila da giugno a dicembre dell'anno 1415 e gran connestabile del Regno di Napoli.. Per le sue gesta ed imprese è stato paragonato a Gneo Pompeo..

Biografia Gli inizi Jacopo/Giacomo I Caldora nacque a Castel del Giudice nel 1369 come figlio primogenito di Giovanni Antonio Caldora e Rita Cantelmo.. Dopo aver ricevuto un'ottima istruzione, soprattutto nelle discipline letterarie, ancora giovane, iniziò la propria carriera militare sotto il condottiero e capitano di ventura Alberico da Barbiano., nella sua compagnia di San Giorgio, insieme al condottiero Braccio da Montone, e poi proprio sotto di lui, prendendo parte alla battaglia tra gli Angioini napoletani e gli Angioini francesi, pretendenti al trono del Regno di Napoli.

Nel 1392 venne nominato ciambellano dal re di Napoli Ladislao d'Angiò-Durazzo insieme ad altri nobili del Regno.. In seguito, a causa di alcune vicissitudini, si ribellò a quest'ultimo e per punizione gli vennero confiscati i feudi, che passarono alla Corona. Fatta pace col sovrano, venne riammesso nella sua corte e gli vennero restituiti i feudi che gli erano stati confiscati. Nel 1411 venne mandato dal sovrano napoletano a combattere a Capua contro Luigi II d'Angiò-Valois, pretendente al trono del Regno di Napoli, ed il suo esercito. Qui venne sconfitto e costretto alla ritirata. Venne mandato di nuovo a combattere contro Luigi II, ma questa volta nella battaglia di Roccasecca, dove però non riuscì a prevalere. Nel 1414 morì il re Ladislao e molti cavalieri fedeli ad esso si schierarono dalla parte di Jacopo Caldora, contribuendo a rafforzare il suo esercito.

Chiamato a corte nel 1415 dal suo successore, la regina Giovanna II d'Angiò-Durazzo, appoggiò il suo favorito Pandolfello Piscopo. A causa di alcuni attriti si ribellò alla regina Giovanna II ed assediò L'Aquila insieme al condottiero Antonuccio Camponeschi, ma vennero sconfitti dal condottiero Muzio Attendolo Sforza, fedele alla regina. Riappacificatosi con quest'ultima, venne fatto liberare e fu nominato da lei governatore dell'Aquila, carica da esercitare fino alla fine dell'anno. Nel 1416, fatto uccidere da Giacomo II di Borbone-La Marche, marito della regina, Pandolfello Piscopo, si schierò contro questi.

Lo schieramento con gli Aragonesi, il ritorno dalla parte degli Angioini e la guerra dell'Aquila L'anno seguente venne inviato dalla regina Giovanna II insieme a Muzio Attendolo Sforza e Perdicasso Barile a soccorrere papa Martino V, che si trovava in guerra contro lo scomunicato Braccio da Montone, ex maestro d'armi di Jacopo Caldora. Giunse nei pressi di Frosinone e qui iniziò a trattare insieme a Perdicasso Barile con Braccio da Montone. Muzio Attendolo Sforza, informato delle trattative in corso, inviò nel loro accampamento il proprio segretario Buoso da Siena per invitarli a raggiungerlo, ma entrambi rifiutarono di eseguire l'ordine. Jacopo Caldora venne quindi attaccato improvvisamente dai soldati di Muzio Attendolo Sforza e fatto prigioniero insieme a Perdicasso Barile prima nella rocca di Falvaterra e poi a Napoli. Qui vennero liberati da Sergianni Caracciolo per ordine della regina Giovanna II e condotti da lei che diede loro in anticipo una ricompensa in denaro per spronarli a radunare i loro eserciti per rafforzare la guardia reale..

Nel 1419 riconquistò il feudo di Agnone e per ricompensa ottenne dalla regina i feudi di Minervino Murge e Manfredonia. Nel 1420 a causa di alcune vicissitudini si schierò contro Muzio Attendolo Sforza ed il suo esercito. Quest'ultimo lo assediò nella sua dimora di Napoli ma Jacopo riuscì ad uscire dalle mura perimetrali della città insieme ai condottieri Bernardino Ubaldini ed Orso Orsini. Dopo uno scontro armato durato quattro ore fu costretto a fuggire in Abruzzo.

La regina Giovanna II, adottando come figlio e successore al trono Luigi III d'Angiò-Valois a discapito di Alfonso V d'Aragona, fece schierare Jacopo Caldora dalla parte di quest'ultimo. L'anno seguente fece rafforzare le guardie a difesa del suo castello Caldora di Pacentro, costrinse gli abitanti di Sulmona a scacciare i magistrati della regina Giovanna II e col suo esercito sbarrò la strada all'esercito di Braccio di Montone. Nella colluttazione che ne seguì in varie zone della Maiella, perse i feudi di Campo di Giove e Castel di Sangro. Fuggì in Terra di Lavoro e qui decise di consegnarsi a Braccio da Montone per accordarsi con lui. Così tradì Muzio Attendolo Sforza e la battaglia di vendetta di quest'ultimo cessò con la vittoria dei neo accordati e la cattura dei condottieri nemici Attaccabriga e Giannuzzo d'Itri. Muzio Attendolo Sforza si accorse più tardi che uno dei condottieri del suo esercito, Angelo Tartaglia, aveva avuto contatti col nemico Braccio da Montone rivelandogli preziose informazioni sui loro avversari; dopo averlo torturato per farsi rivelare la verità, lo accusò di tradimento e lo fece giustiziare.

Jacopo Caldora si diresse quindi a Napoli con Braccio da Montone; contemporaneamente, sbarcò a Napoli la flotta aragonese. Entrati in città, queste tre fazioni attaccarono la regina Giovanna II ed il suo esercito. Lasciò una parte del suo esercito a Napoli e si diresse a Capua con i condottieri Bernardino Ubaldini, Arrigo della Tacca, Riccio da Montechiaro ed Orso Orsini ed un esercito di cavalieri e soldati per soccorrere Alfonso V d'Aragona. Vinti i nemici di Alfonso V d'Aragona, rientrò a Napoli con un esercito di 600 cavalieri. Alla notizia dell'arrivo di rinforzi catalani fedeli alla regina provenienti da Barcellona, fuggì da Napoli ma l'esercito napoletano gli sbarrò la strada sul ponte della Maddalena e lo affrontò. Sconfitto, fu costretto a rientrare a Napoli. Ottenuto dalla regina Giovanna II il feudo di Conversano, rimase a difendere la città. Saputo del tradimento, gli Aragonesi attaccarono Napoli, aiutati dagli eserciti di Francesco Sforza e di Guido Torelli. Alleatosi con questi ultimi tramite l'aiuto di Sergianni Caracciolo e del suo luogotenente Raimondo d'Annecchino e tradito da Bernardino Ubaldini, scacciò gli Aragonesi da Napoli, ma tradì Braccio da Montone ed il suo esercito che lasciarono la città per dirigersi ad assediare L'Aquila. In questo frangente uccise in una scaramuccia il condottiero Ottino de Caris; ..

Come ricompensa, il 12 aprile 1424 la regina Giovanna II nominò Jacopo Caldora gran connestabile (capitano delle guardie reali) dell'esercito napoletano, carica che gli fruttava ducati al mese, e lo spedì alla volta dell'Aquila per liberarla dall'assedio di Braccio da Montone. Nel 1424, durante la guerra dell'Aquila, Jacopo Caldora riuscì a vincere su Braccio da Montone che venne ucciso (forse dal Caldora in persona), mentre Niccolò Piccinino ed il Gattamelata, che erano schierati col nemico, vennero fatti prigionieri. Subito dopo il conflitto, si diresse a riconquistare i feudi che gli erano stati sottratti da Braccio da Montone.

La vittoria riportata da Jacopo Caldora su Braccio da Montone nella guerra dell'Aquila, guerra a cui presero parte i migliori condottieri e capitani di ventura del tempo e che è destinata a rimanere una delle guerre più feroci e cruente della storia, accrebbe il suo potere nel Regno di Napoli e gli procurò la fama di grande condottiero. Inoltre l'esito del conflitto decise il destino di gran parte della penisola italiana.

Al servizio dello Stato Pontificio Dopo questo storico conflitto, il pontefice Martino V volle Jacopo Caldora al proprio servizio e nel 1425 lo assoldò per una serie di spedizioni militari in Umbria. Dopo essersi accampato col suo esercito a Perugia, si diresse a Città di Castello per recuperare i feudi che erano stati conquistati da Braccio da Montone. Nel mese di luglio dello stesso anno, alleatosi con il condottiero Pietro Colonna, con un esercito di soldati e cavalieri si diresse ad assediare Ascoli Piceno. Lungo il tragitto, con una serie di vittorie, insieme al condottiero Giosia Acquaviva, conquistò i feudi di Monteprandone, Spinetoli, Monsampolo del Tronto, Comunanza e Mozzano. Completate le spedizioni, Jacopo Caldora con 30 cavalieri fece ritorno a Roma dal pontefice.

Le sue gesta giunsero fino alla Repubblica di Firenze, che lo volse dalla propria parte proponendogli una somma che gli consentiva di arruolare nel suo esercito 500 cavalieri per un anno di ferma ed uno di beneplacito. Ma papa Martino V non gli consentì di sciogliere il patto concordato con lui e nello stesso tempo gli ordinò di ritornare in Abruzzo. Jacopo Caldora, però, si alleò con i condottieri Ludovico Michelotti, Pietro Colonna ed Antonuccio Camponeschi per tornare dal suo esercito accampato a Perugia. Durante il tragitto fronteggiarono i condottieri Giovanni da Varano, Antonio Sanseverino e Luigi Dal Verme. Arrivati a Colfiorito, il loro viaggio ebbe termine perché furono raggiunti da papa Martino V e dal condottiero Guidantonio da Montefeltro che con i loro eserciti tagliarono loro la strada.