Il cristallo di Colle di Val d'Elsa è una produzione tipica dell'omonimo comune toscano. Fino al 2008 nel territorio si concentrava il 15% della produzione mondiale ed il 95% della produzione nazionale di articoli in cristallo, motivo per cui la località è conosciuta come "Boemia d'Italia" e "Città del cristallo". Dal 2008, in seguito a una crescente attenzione alle tematiche ambientali, la principale azienda produttrice locale, RCR Cristalleria Italiana, ha eliminato il piombo dalla composizione del cristallo, introducendo un cristallo ecologico. Nel 2020 anche l'azienda ColleVilca ha avviato la produzione di cristallo ecologico.Si vedano in tal senso i seguenti siti: Bormioli arte e vetro , , Sito Ufficiale del Consorzio del cristallo di Colle di Val d'Elsa , ecc. Il piombo è considerato un materiale tossico e problematico dal punto di vista commerciale e normativo, pertanto numerose aziende produttrici di cristallo a livello internazionale hanno progressivamente modificato le proprie formule per realizzare prodotti senza l'impiego di questo elemento. Nel 2023 è stato pubblicato l'International Workshop Agreement (IWA) 43, un documento che ridefinisce le tipologie dei vetri di qualità. Il regolamento distingue tre categorie principali: cristallino, cristallo e cristallo al piombo, specificandone i metodi di classificazione e le caratteristiche tecniche.

La storia Le origini

La tradizione vetraria di Colle di Val d'Elsa vanta origini antiche tanto che già nel medioevo (XIV secolo) venivano prodotti vasi e bicchieri di vetro. La famiglia colligiana dei Pasci aveva infatti ottenuto in affitto alcuni locali del Convento degli Agostiniani per impiantarvi una fabbrica di vetro. Già negli Statuti del 1300 venivano regolamentate le "gabelle" da imporre ai fabbricanti di vasellame e oggetti in vetro. La produzione di vetro, che in Toscana interessava anche Gambassi Terme e Montaione, con il passare del tempo dovette aver raggiunto livelli di importanza e di eccellenza tali da rendere necessaria un'ordinanza granducale con cui, il 20 aprile 1577 veniva bandito dallo Stato fiorentino il "vetro forestiero". A Colle potevano essere sfruttate le risorse del territorio circostante per la produzione: la legna per alimentare i forni di cottura e ricavarne ceneri (che venivano usate al posto della potassa), la sabbia silicea presente nelle cave della vicina Montevasoni, l'abbondanza di acqua, la presenza di terra refrattaria ricca di carbonato di magnesio, la Via Francigena che rendeva facile il trasporto delle materie prime e dei prodotti finiti.

Le prime industrie

Nel 1820, quando l'alsaziano Francesco Mathis dette vita ad una moderna vetreria, nacque la base che avrebbe reso Colle di Val d'Elsa la capitale mondiale del cristallo. Anche in questo caso la scelta fu determinata dalla possibilità di approvvigionarsi in loco delle materie prime necessarie: legname, quarzo, manganese e bario. Mathis scelse per la sua industria i maestri vetrai francesi ai quali forniva vitto e alloggio, oltre a un buon compenso.

L'azienda di Mathis non ebbe tuttavia il successo sperato ed alla morte del titolare, avvenuta nel 1832, venne acquistata dal bavarese Giovan Battista Schmid, che aveva svolto il ruolo di direttore della vetreria e aveva già avuto precedenti esperienze in altre fornaci, tra cui quella di San Vivaldo a Montaione. Tra i meriti dell'industriale francese vi era quello di avere provveduto alla formazione della manodopera locale. Schmid risollevò l'azienda portando la produzione a livelli tali da ottenere riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale, come la medaglia d'oro all'Esposizione Universale di Parigi del 1855. La "Fabbrica di Cristalli Giovan Battista Schmid" produceva articoli apprezzati a livello sia nazionale sia internazionale, esportando buona parte della produzione. Nel 1865 fu ampliato lo stabilimento di produzione ed il reparto di molatura. In tutto vi erano otto "piazze" (come venivano e vengono chiamate tuttora le unità produttive di ogni forno). La produzione durava dieci mesi anziché i sei tipici delle fornaci dell'epoca. Si producevano bicchieri, bottiglie, vasi, calamai, acquasantiere, componenti per lampadari e lumi, articoli da farmacia ed altri oggetti di uso quotidiano, decorati ed incisi da molatori specializzati. I materiali impiegati erano quasi interamente locali o nazionali e solo successivamente iniziò l'importazione di materie prime estere come la sabbia silicea francese che garantiva risultati migliori, anche se non all'altezza della produzione d'oltralpe che già utilizzava l'ossido di piombo. Mentre in altre zone d'Italia la produzione era in difficoltà, la vetreria di Schmid aveva un gran numero di ordinazioni. La produzione era apprezzata soprattutto grazie al lavoro dei maestri vetrai locali che erano richiesti anche in altre parti d'Italia, come Milano e Murano.

Nel 1877 si verificò il primo sciopero del comparto del vetro, dovuto principalmente alla riduzione delle paghe operaie, necessaria per favorire, rispetto alla concorrenza, il vetro colligiano su cui pesava l'eccessiva onerosità dei trasporti, soprattutto delle materie prime. Anche l'inaugurazione del tratto ferroviario tra Colle di Val d'Elsa e Poggibonsi non riuscì a risolvere il problema che affliggeva l'economia cittadina. Nel 1885 con la morte di Schmid l'azienda cambiò nuovamente proprietà, in seguito anche a momenti di crisi dovuti alle liti tra gli eredi. Fu l'industriale empolese Alfonso Nardi a rilevare l'azienda nel 1889.

Nel il 1890, nonostante la crisi dell'economia colligiana, dovuta in parte anche alle lotte operaie, nacque "La Società dei Lavoranti il Vetro Verde", una delle prime cooperative italiane, specializzata nella produzione di fiaschi, bottiglie e flaconi da farmacia. Nel 1896, per iniziativa del colligiano Arrigo Galganetti, iniziò ad operare la cosiddetta "Fabbrichina", ufficialmente "Vetreria Galganetti e C.", che continuava la produzione della cooperativa e riprese la produzione di lastre di vetro.

Il 1900

All'inizio del 1900, a Colle di Val d'Elsa, come in altre parti d'Italia, si temeva che, come era già successo all'estero, la meccanizzazione portasse con sé problemi di disoccupazione, pertanto esplosero le lotte operaie e gli scioperi per le rivendicazioni salariali, soprattutto da parte della mandopera specializzata come erano i maestri vetrai che si erano associati nell'"Unione Vetraria".

Nel 1906, l'industriale Nardi, sull'esempio di altre aziende nazionali del settore, cedette l'azienda alla "Società Anonima Cristallerie e Vetrerie Riunite", un Consorzio di vetrerie a livello nazionale. Questo tuttavia non fece cessare le vertenze sindacali a livello nazionale. La produzione si riduceva costantemente e nel 1911 la fabbrica chiuse.

Nel 1906, lo stesso anno della cessione da parte di Nardi (che per un certo periodo aveva continuato a dirigere l'azienda), anche la "Fabbrichina" cambiò proprietà e venne acquistata da Filippo Lepri che, impiegando grossi capitali, ristrutturò l'azienda e riconvertì la produzione, passando dalla fabbricazione di lastre di vetro a prodotti tradizionali, a plafoniere per l'illuminazione e a prodotti di uso sanitario e farmaceutico, oltre a una serie di altri prodotti di vario impiego, come i vetri per i fari delle auto. Il successo dell'azienda fu notevole, passando da 100 addetti nel 1907 a 250 nel 1911 e diventando fornitore ufficiale delle Ferrovie dello Stato e di Compagnie di Navigazione. Dopo il periodo di successo, subito prima della guerra, l'azienda entrò in crisi e nel 1914 chiuse per motivi finanziari.

Contemporaneamente alla chiusura della Fabbrichina, nel 1914, una nuova società, la "S.A.L.V.E." ("Società Anonima La Vetreria Elsana"), riaprì la fornace di Nardi. Inizialmente venivano prodotte lampade e tubi per lumi ad olio. Successivamente, nel 1916 fu vietata l'esportazione di tubi per l'illuminazione, pertanto venne ripresa la produzione di articoli tradizionali. L'azienda non decollò e continuò la sua attività fino al 1922, quando fu rilevata dal colligiano Modesto Boschi (che aveva fatto esperienze lavorative sia in Italia sia in Francia, per poi ottenere notevoli successi imprenditoriali a Milano), insieme alla Fabbrichina che aveva preso in affitto l'anno precedente. Nacquero così le "Vetrerie Operaie Riunite Modesto Boschi". Tra le novità dell'azienda vi era il massiccio impiego di manodopera femminile per l'impagliatura e l'imballaggio ed una rappresentanza operaia all'interno del Consiglio di Amministrazione. La produzione non aveva rilievo artistico, se non negli articoli decorati ed incisi, oppure colorati con il metodo della pittura a caldo. Quest'ultima era ottenuta dipingendo le decorazioni con ossidi metallici e cuocendo nuovamente gli oggetti ad una temperatura di oltre 500 gradi. La produzione consisteva anche in vetri ad uso ottico e ad uso industriale e le vetrerie diventarono fornitori, oltre che delle Ferrovie dello Stato, della Marina, dell'Aeronautica e del Ministero della Guerra. Per questa ragione gli operai addetti a specifiche lavorazioni furono esentati dal servizio militare. Nel 1935 la vetreria di Boschi aderì al "Consorzio Italiano Vetrario" come numerose altre aziende del settore del vetro bianco, al fine di promuovere la produzione e controllare i prezzi. Il 3 agosto 1936 morì il Comm. e Cav. Modesto Boschi, il quale lasciò un'azienda fiorente dal punto di vista produttivo ma in difficoltà finanziarie. Al termine del conflitto bellico, presso la Fabbrichina iniziò la produzione di vetro con una percentuale di ossido di piombo del 15%, il primo cristallo al piombo colligiano. Il numero degli addetti passò da 105 nel 1942 a 650 nel 1950.

Dalla crisi alla ripresa