Biografia Origini e primi problemi con la giustizia Andrea Ghira era figlio di un noto e stimato imprenditore edile di Roma, Aldo Ghira, già campione olimpico con la nazionale di pallanuoto, e Maria Cecilia Angelini Rota. La famiglia possedeva anche una dimora a San Felice Circeo, Villa Moresca. Fin dagli anni del liceo classico statale Giulio Cesare, Ghira si era avvicinato al mondo dell'estrema destra, ponendosi a capo di un gruppo studentesco che teorizzava il crimine come mezzo di affermazione sociale. In questo contesto si lego ad altri ragazzi della "Roma bene", quasi coetanei, allievi del vicino istituto San Leone Magno, una delle scuole private più prestigiose della capitale italiana: tra di essi vi erano Angelo Izzo e Gianni Guido. Con loro condivise i primi atti delittuosi, dai furti alle aggressioni.

Nella vita quotidiana, Ghira era solito ostentare atteggiamenti da villain, appropriandosi (ancora minorenne) della Jaguar del padre per recarsi a scuola o mostrandosi in pubblico con il proprio cane alano, da lui maltrattato al fine di renderlo più minaccioso. Ossessionato dal "mito" della banda dei marsigliesi, si faceva chiamare con lo pseudonimo di Jacques, in onore del criminale Jacques Berenguer, componente di quella banda che a Roma aveva messo a segno una serie di sequestri a scopo di estorsione. Nel vano tentativo di correggerne le derive, i genitori lo mandarono anche per un anno a Domodossola, presso il collegio Mellerio Rosmini.

Insieme a Izzo, Ghira entrò a far parte della Giovane Italia, organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano; entrambi ne furono espulsi nel 1969 a seguito di varie intemperanze e in quanto sospettati di aver usato il cortile interno della sezione MSI Trieste-Salario per nascondere ciclomotori rubati. Intuendone la pericolosità, Teodoro Buontempo, al tempo leader dell'area giovanile missina, li escluse dalle sezioni e gli intimò di non praticare i luoghi frequentati dai militanti.

Per Ghira i guai con la giustizia iniziarono nel 1970, a seguito della sua partecipazione a manifestazioni di estrema destra ed episodi di teppismo politico: la prima denuncia fu per manifestazione sediziosa, poi nel 1972 ne arrivò un'altra per minaccia a mano armata e lesioni aggravate. Nel 1973 venne arrestato per rapina aggravata e violazione di domicilio, compiuta insieme con Angelo Izzo. Rinviato a giudizio, fu condannato a cinque anni di reclusione.

La condanna all'ergastolo

Quando il 30 settembre 1975 mise in atto il massacro del Circeo con gli amici Angelo Izzo e Gianni Guido, Ghira aveva già scontato la sua pena ed era uscito di prigione anticipatamente, con uno sconto per buona condotta, da appena tre mesi. I tre convisero due ragazze romane, Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, a partecipare a una "festa di compleanno", che altro non era se non i festeggiamenti per la scarcerazione anticipata di Ghira.

Guido e Izzo attirarono le giovani a Villa Moresca, residenza estiva della famiglia Ghira a San Felice Circeo, una grande abitazione disposta su due piani, con giardino, taverna e garage, affacciata sul panorama dell'isola di Ponza e molto isolata. Ghira arrivò alla dimora quando le sevizie erano già iniziate, e si presentò come Jacques Berenguer, capo dei Marsigliesi.

A differenza dei due complici, Ghira riuscì a rimanere latitante e non scontò mai la condanna all'ergastolo che gli era stata irrogata: non fu possibile rintracciarlo nemmeno dopo che nel 1992 fu spiccato un mandato di cattura internazionale a suo carico. Nel corso degli anni – e soprattutto a seguito dei servizi su Ghira nelle puntate della trasmissione Chi l'ha visto? – suoi presunti avvistamenti vennero documentati in Argentina, Brasile, Costa Rica, Paraguay, Kenya, Sudafrica e Inghilterra.

La latitanza Secondo le ricerche effettuate, la latitanza di Andrea Ghira beneficiò inizialmente del favoreggiamento di una zia, che a Lourdes gestiva per conto dell'UNITALSI la struttura dedicata ai pellegrini infermi del locale santuario mariano. La sua fuga sarebbe quindi iniziata alla volta della Francia, probabilmente su uno dei cosiddetti treni bianchi dedicati ai pellegrini. Successivamente Ghira avrebbe raggiunto Israele, trascorrendovi sei mesi in un kibbutz, per poi riparare ulteriormente in Spagna. Non trovò invece riscontro la teoria secondo la quale, tra il 15 e il 24 dicembre 1975, Ghira (di fatto già latitante) avesse anche partecipato al sequestro del giovane neofascista Ezio Matacchioni, segregato per nove giorni in una villetta di Tor San Lorenzo e liberato con un blitz dei Carabinieri; tutti gli imputati di quel rapimento vennero poi assolti per insufficienza di prove.

La militanza di Ghira nella legione straniera spagnola – la Legión Española – avrebbe avuto inizio il 26 giugno 1976 a Madrid, quando si arruolò dichiarando di chiamarsi Massimo Testa de Andrés ("de Andrés" in spagnolo sta per "di Andrea", proprio come il vero nome di battesimo di Ghira) e di essere nato a Roma nel 1955 (posticipando quindi di due anni la sua vera data di nascita). A quel tempo, da prassi, non era richiesta la presentazione di un documento d'identità per entrare nella legione; inoltre, dopo dieci anni di servizio, se meritevoli, i legionari acquisivano il diritto a richiedere la cittadinanza spagnola.

Da Madrid, Ghira fu inizialmente destinato a Fuerteventura, quindi alle exclavi spagnole in Africa di Ceuta e Melilla. Raggiunse il grado di caporalmaggiore prestando servizio nel Tercio "Duque de Alba" II della Legión a Ceuta, precisamente nella 3ª Compagnia della IV Bandera (Battaglione) e successivamente nel BOEL. La sua carriera militare fu però presto frenata dai problemi di tossicodipendenza: il 28 maggio 1980 fu imprigionato a Cadice, restandovi sei mesi "per un presunto delitto contro la salute pubblica". Nell'82 fu destinato alle Operazioni Speciali a Malaga, l'anno dopo tornò a Melilla e qui, però, subì ancora sanzioni per la detenzione e il consumo di sostanze stupefacenti. Dopo un ricovero all'ospedale militare (si parlò anche di un tumore alla testa), il 21 luglio 1993 fu congedato «per carenti condizioni psicofisiche».

Privo di documenti e impossibilitato a ottenere il passaporto spagnolo per i propri precedenti, Ghira fu costretto a rimanere a Melilla, sempre sotto la propria falsa identità: si stabilì nel quartiere di San Sebastián, dove si fidanzò con María Rodríguez Valverde, sorella di Benigno, un ex-legionario come lui, titolare di un chiosco sulla spiaggia. I vicini di casa riferiranno di essere al corrente della sua tossicodipendenza e del fatto che talora fosse violento verso la compagna, ma di non aver mai avuto problemi con lui, che anzi dimostrava in pubblico un'indole schiva e taciturna, oltre talora a intrattenersi con i bambini della zona per giocare con loro.

Riguardo alle vicende avvenute tra il delitto del Circeo e l'arruolamento di Ghira nella legione spagnola, vi sono diverse incertezze temporali. Angelo Izzo, in una delle sue dichiarazioni alle autorità giudiziarie, parlò di un presunto cameo non accreditato del suo complice di prodezze criminali nel film La soldatessa alla visita militare. Gli inquirenti, essendo a conoscenza della nota passione per la commedia sexy all'italiana dei militanti dell'estrema destra romana (primo fra tutti Valerio Fioravanti, che per anni svolse la professione di attore prima di diventare terrorista), nonostante una stretta somiglianza con un giovane caratterista (anch'egli irreperibile perché non accreditato), e benché il film fosse stato girato nei primi mesi del 1976 (quando ancora non vi erano dati sull'arruolamento di Massimo Testa de Andres), stentarono a credere alle dichiarazioni di Izzo, specie quando quest'ultimo si spinse a raccontare di un rapporto sessuale estremo tra l'amico, Alvaro Vitali e Edwige Fenech.

L'attendibilità delle dichiarazioni di Izzo, molte delle quali rese sotto chiari sintomi di astinenza (su cui lo stesso Izzo successivamente scriverà un j'accuse riguardo alla qualità scadente dell'eptadone nelle carceri italiane), non è stata però messa in dubbio dai sodali frequentanti il giro di Corso Trieste, che ritengono probabile quantomeno una partecipazione del loro amico all'interno della scrittura della sceneggiatura del film, dato che a lor dire il copione riporta battute, modi di dire e di fare propri del giovane Ghira.

La morte A Melilla, nella sua casa di Costa della Vigna numero 35, Ghira/Massimo Testa de Andrés sarebbe poi morto di overdose, all'età di 40 anni, il 2 settembre 1994. Come comunicato in un secondo tempo dal Ministero della Difesa spagnolo, sarebbe stato trovato senza vita sette giorni dopo, il 9 settembre 1994. Una vicina di casa raccontò di aver chiamato la polizia dopo aver avvertito un forte fetore provenire dalla casa: accanto al cadavere (rinvenuto ai piedi del letto, vestito, con una mano protesa verso l'abat-jour ancora accesa) c'era una siringa.

I funerali si sarebbero svolti due giorni dopo, l'11 settembre, come resta traccia sui registri del cimitero monumentale di Melilla, con il feretro portato a spalla fino al Cementerio Municipal de la Purísima Concepción da quattro legionari caporalmaggiori – pari grado nonché amici di Ghira: Santodomingo, Cuellar, Algudo e Pavoni. La croce sulla tomba recava la scritta in vernice bianca "CABO 1 CL, MASSIMO TESTA, DE ANDRES, 11.04.94, RIP": la data dell'11 aprile 1994, secondo il personale cimiteriale di Melilla, sarebbe stata frutto di un refuso.

La scoperta del corpo Occorse però attendere i primi anni 2000 perché sulla vicenda si appuntasse l'attenzione delle autorità italiane: nel 2004 il procuratore aggiunto Italo Ormanni e il sostituto procuratore di Roma Giuseppe De Falco aprirono un nuovo fascicolo d'indagine per rintracciare Ghira e accertare chi e come lo avesse aiutato nella fuga. Vennero disposte intercettazioni telefoniche e varie perquisizioni di Carabinieri, Servizio Centrale Operativo e Digos presso appartamenti di parenti e amici di Ghira, con sequestri di documenti, lettere e computer. Altre ispezioni si svolsero all'estero. Due strettissimi familiari di Ghira vennero iscritti nel registro degli indagati per favoreggiamento. A fronte di questa pressione, a ottobre del 2005 la madre di Andrea Ghira, Maria Cecilia Angelini Rota consegnò ai Carabinieri una serie di documenti che provavano la latitanza spagnola del figlio, la militanza nel Tercio e la sua morte e sepoltura a Melilla.

La Procura di Roma chiese quindi alle autorità spagnole l'esumazione della salma di Massimo Testa de Andrès, che venne concessa e avvenne il 14 novembre 2005 alla presenza degli investigatori italiani: nella bara il cadavere risultava ancora affiancato dalla siringa che aveva procurato l'overdose nel settembre del 1994. Il 26 novembre 2005 l'esame del DNA sui campioni ossei e di tessuto, condotto nei laboratori dell'Istituto di Medicina Legale dell'Università La Sapienza di Roma, accertò che le spoglie sepolte a Melilla erano proprio quelle del killer del Circeo.

I dubbi sulla morte e il secondo test del DNA Sia Donatella Colasanti che Letizia Lopez, sorella di Rosaria, l'altra vittima del massacro del Circeo, rifiutarono di credere alla versione della morte in Spagna di Andrea Ghira: intervistate nel corso della trasmissione Chi l'ha visto?, si dichiararono perplesse per il fatto che un uomo dell'alta borghesia romana, abituato ai privilegi di questa sua condizione e, a loro avviso, in grado di vivere nell'agiatezza anche durante la latitanza, potesse aver deciso di arruolarsi da soldato semplice della Legione Straniera Spagnola e affrontare la dura e frugale vita tipica di quel corpo militare. Sostennero altresì che la corrispondenza del DNA fosse legata al fatto che le spoglie sepolte nell'exclave spagnola appartenessero a un parente di Ghira e che quindi l'intera vicenda fosse un ulteriore tentativo di depistaggio a opera della famiglia del latitante.