Origine del nome Proclamata città il 7 agosto 1394 da Papa Bonifacio IX, il nome di Cava è molto discusso. Secondo alcuni trae la sua etimologia da cavea, l'antico anfiteatro: vallata circondata da monti. Secondo altri il nome Cava significa "grotta" e deriva dalla presenza di alcune grotte, la cui più famosa è quella "Arsicia", dove fu fondata l'Abbazia Benedettina della Santissima Trinità. Altra ipotesi è la derivazione da Caba, riferita alla via Caba che, buia e densa di vegetazione, collegava Salerno a Napoli già nel Medioevo e percorreva tutta la vallata.

L'appellativo de' Tirreni dato alla città di Cava si deve all'identificazione, oggi ritenuta inattendibile, del primo nucleo abitativo presente nella valle con l'insediamento etrusco di Marcina, citato dal geografo Strabone nel I secolo d.C. Esso fu attribuito il 23 ottobre 1862 da Vittorio Emanuele II, col Regio Decreto n. 935.

Il toponimo cittadino è scritto anche nella forma non ufficiale di "Cava dei Tirreni", senza l'apostrofo in questo caso.

Epoca Romana L'antica Marcina Poiché le coste del Golfo di Salerno erano spesso saccheggiate da predoni del mare, i primi abitanti della valle furono coloro che si ritirarono nell'entroterra per sottrarsi alle frequenti scorrerie, ivi stabilendo le prime dimore.

Intanto, legioni romane provenienti dalla città di Nuceria Alfaterna attraversavano spesso la valle di Marcina per raggiungere il Sud dell'Italia. Non è stata ancora appurata né la collocazione geografica effettiva né l'origine del nome Marcina: sono state formulate alcune ipotesi al riguardo. La più accreditata suggerisce l'origine del nome da mar+china, ossia "rifugio sul mare", quindi Cava sarebbe nata come omologa marinara di Nuceria Alfaterna come Pompei. Un'altra ipotesi ritiene il nome derivante da mar+Kerya, dove per Kerya si intende una città preesistente fondata dal popolo dei Tirreni, i quali davano i nomi delle proprie città alle nuove terre da colonizzare (fra le quali per l'appunto Cava).

Il territorio fu certo abitato in epoca romana: lo testimoniano i ritrovamenti di reperti di epoca imperiale (I-II secolo d.C.). Non esisteva però nessun centro abitato di una certa consistenza.

Talune famiglie patrizie romane, tra le quali quella del console Metello (da cui discende la denominazione ancora oggi in uso di "valle metelliana"), soggiornarono nella valle di Cava. A dimostrazione di ciò sono alcuni reperti archeologici ritrovati nelle località di Pregiato, Santa Lucia e San Cesareo. I resti di un imponente acquedotto, tra i più notevoli dell'Italia meridionale, databile ad epoca imperiale, si levano a valle della sorgente Frestola, ai piedi dell'Abbazia della SS. Trinità, con triplice ordine di arcate. L'acquedotto, che risale al I-II secolo d.C., convogliava le sue acque alla città di Nuceria Alfaterna.

Altra testimonianza di questo periodo pervenuta ai giorni nostri è un'ara di marmo bianco recante un'iscrizione latina che ne rivela il carattere funerario. Ritrovata ad 1 metro di profondità durante i lavori di costruzione di una strada, oggi via Alfonso D'Amico, fino ad alcuni anni fa si trovava nella villa comunale di viale Crispi, mentre oggi è conservata nell'ex convento di Santa Maria al Rifugio.

V-VI secolo Non sappiamo quasi nulla del territorio cavese nei secoli tardo-antichi. Una continuità insediativa sul territorio è testimoniata dall'esistenza, nel casale di Vetranto, di una lapide funeraria risalente al VI secolo e dedicata all'abate Pascasio. La lastra tombale indica la data (anno 554) della morte dell'eremita, che dedicò la sua vita alla preghiera e alla carità, assistendo malati e pellegrini. Con il repentino declino della colonia romana Nuceria Constantia a seguito delle successive guerre tra i Longobardi e i ducati bizantini di Amalfi e Sorrento, gli abitanti andarono a rimpinguare i più recenti nuclei abitativi come Cava, In quei momenti di violenza e in condizioni di vita difficili esercitarono la loro attività tra vari centri monastici, anche basiliani, ovvero di rito greco, diffuso nella zona.

Sant'Adiutore

Secondo la leggenda agiografica, nel 445, nella vallata cavese sarebbe arrivato Adiutore, uno dei dieci vescovi cacciati dall'Africa dai Vandali: c'è chi dice che Adiutore abbia eretto la propria casa nella valle, erigendovi anche la prima chiesa sul colle dove oggi sorge il Castello, mentre altri sostengono che si fosse stabilito nella zona circostante Aversa (nel villaggio di Casolla Sant'Adiutore, piccolo villaggio di Gricignano di Aversa) o a Benevento, e che solo in un secondo momento sia andato a predicare a Cava. Le notizie sono entrambe assolutamente inattendibili, perché né Aversa né Cava esistevano nel V secolo...

Epoca Longobarda Nell'alto Medioevo, il territorio di Cava era direttamente soggetto alla città di Salerno, capitale di un ducato fondato dai Longobardi. A quest'epoca, e in particolare nei secoli VIII-X, risalgono le prime attestazioni di piccoli insediamenti rurali in questa zona "fuori della città di Salerno", dove sorse poi, in epoca imprecisata, il castello di Sant'Adiutore alla sommità di Monte Castello. Del castello, distrutto da bombardamenti alleati nel corso della seconda guerra mondiale oggi rimane solo una ricostruzione post-bellica. I Longobardi praticavano la caccia ai colombi, rimasta nelle abitudini dei Cavesi fino alla prima metà del XX secolo. Tuttavia, le torri adibite a questo uso sono impropriamente definite "longobarde": esse risalgono infatti all'età moderna. Alcune sono in ottimo stato e costituiscono oggi parte importante del patrimonio storico e artistico della città.

L'Abbazia della SS. Trinità e primi nuclei abitativi Agli inizi dell'XI secolo alle falde del Monte Finestra si riunì un primo nucleo di monaci eremiti, attirati in quel luogo dalla fama di santità di un nobile longobardo, Alferio Pappacarbone, che vi si era ritirato per vivere in contemplazione e in preghiera. Ebbe così origine nei primi anni 20 dell'XI secolo (non nel 1011 come vuole una tradizione leggendaria) l'Abbazia benedettina della Santissima Trinità, che divenne uno dei centri religiosi e culturali più vivi dell'Italia meridionale. Il 5 settembre 1092, papa Urbano II, ospite del Duca di Salerno, si recò all'Abbazia per consacrarne la chiesa. Lungo il percorso, il pontefice, nell'attuale località della Pietrasanta, scese da cavallo e, togliendosi i calzari, invitò quanti lo seguivano a fare altrettanto, affermando che la terra sulla quale stavano camminando era sacra. Sul luogo venne realizzata una chiesetta, nella quale è custodita la roccia su cui si sedette il papa.

Il prestigio dei santi abati alla guida dell'Abbazia, oltre alla necessità di trovare protezione, fece sì che intorno ad essa si raccogliesse la popolazione. Con il passare del tempo, anche i possedimenti territoriali dell'Abbazia andarono crescendo, grazie alle continue donazioni, mentre la relativa tranquillità in cui potevano vivere gli abitanti della vallata portava ad uno sviluppo delle attività artigianali e commerciali. L'autonomia dal dominio abbaziale fu una lenta conquista, non scevra da momenti di tensione.

Epoca normanno-sveva Anche in epoca normanna, le principali famiglie si insediarono sulle colline, incrementando la vita dei casali. In virtù del matrimonio tra l'ultima erede dei Normanni, Costanza d'Altavilla, ed il figlio di Federico Barbarossa, Enrico VI di Svevia, l'Italia Meridionale era finita sotto il dominio degli Svevi, a cui subentrarono poi, non senza contrasti e lotte, gli Angioini, protetti dal papa. Durante la guerra fra Svevi e Angioini, la città si vide coinvolta tragicamente tra le dinastie rivali e fu allora che Manfredi, nel 1265, distrusse le fortificazioni del Corpo di Cava.

Epoca angioina e aragonese In epoca angioina i Cavesi, dato il leggero carico fiscale da pagare ai feudatari benedettini della Badia, erano liberi di vendere o barattare i propri prodotti: questo favorì l'ascesa di un ceto borghese dedito alle arti e ai mestieri che la farà da padrone nei secoli a venire.

Grazie anche a Vietri e Cetara, Cava disponeva di uno sbocco al mare che permetteva traffici anche con altri paesi europei, mettendo la città in aperto conflitto con Amalfi.

I mercanti cavesi si affermarono economicamente in Napoli, divenuta capitale: alcuni rivestirono importanti incarichi in ambito giuridico-amministrativo e si fecero apprezzare come maestri di arte muraria, la cui fama andò via via accrescendosi. Un diploma di Roberto d'Angiò menziona l'attivo commercio esistente in Cava soprattutto di tele di lino, dobletti e tessuti in genere. Fu appunto nelle arti tessili, oltre che nell'arte muraria, che la fama di Cava si diffuse, per raggiungere l'apice tra il XV e il XVI secolo.

La Città de la Cava Nel 1394 il papa Bonifacio IX eresse Cava a Città (Terram praedictam in civitatem erigimus...) e affidò la nuova diocesi a un vescovo che sarebbe stato anche abate. Solo nel 1513 Cava ottenne l'episcopato autonomo. Il periodo tra queste due date fu ricco di avvenimenti per la città, nello sforzo di conquistare una sempre maggiore autonomia. Cava era diventata una città florida per i traffici commerciali e per l'industriosità dei suoi abitanti, che eccellevano nella tessitura e nell'arte muraria. Gli architetti e gli ingegneri cavesi lavoravano alle principali opere pubbliche e private nel Meridione d'Italia ed oltre. Gradualmente, il centro amministrativo della città si spostò dal Corpo di Cava, villaggio fortificato nelle immediate vicinanze della Badia, al Borgo Scacciaventi, detto anche lo commerzio: i pilastri ottagonali in stile catalano che vediamo ancor oggi risalgono al principio del 1400.

Gran parte della popolazione viveva nei casali, a volte difficilmente raggiungibili, estendendosi allora il territorio fino a Cetara (Vietri, Cetara ed altri casali minori si staccarono da Cava nel 1806). Ci si recava al Borgo Scacciaventi per il commercio e gli affari. Le famiglie più facoltose cominciarono ad edificare al Borgo i loro palazzi, il commerciante e l'artigiano cominciarono a trovare opportuno costruire un'abitazione sulla bottega, che si arricchiva del portico avanti, a protezione delle merci.

La battaglia di Sarno Il 7 luglio 1460 Ferrante I d'Aragona, che all'epoca regnava sui territori di Napoli, nel corso di una battaglia in località Foce (nei pressi di Sarno), per un'errata manovra fu accerchiato dagli Angioini ma grazie alle genti d'arme di Cava de'Tirreni riuscì a scappare verso Napoli.

Non vi è nessuna prova di tale episodio né tantomeno della partecipazione dei cavoti alla battaglia. La tradizione popolare ricollega erroneamente la concessione della pergamena bianca alla partecipazione allo scontro, in realtà l'onorificenza venne concessa solo per la fedeltà alla corona aragonese.

L'assedio angioino dopo la battaglia di Sarno (1460): Cava conquista importanti privilegi fiscali Nelle settimane successive il sovrano aragonese fu costretto all'inattività, per la necessità di reclutare un nuovo esercito e perché i nemici controllavano quasi tutta la Campania. In questa occasione gli uomini di Cava mostrarono uno straordinario coraggio e una grande fedeltà al re Ferrante, perché resistettero tra il 19 e il 28 agosto 1460 all'assedio dell'esercito angioino, accampatosi tra Nocera e Cava (Nocera, la costiera, Salerno erano fedeli agli angioini, i contatti tra Cava e Napoli erano possibili solo via mare, da Cetara). L'eroica resistenza della città, che non fu piegata dalle lusinghe degli angioini e dalla distruzione delle coltivazioni, è ricordata dallo storico di quella guerra, l'umanista Giovanni Pontano, nel "De bello Neapolitano":