I dialetti toscani costituiscono un insieme di vernacoli, ossia un continuum dialettale, di ceppo romanzo diffuso nell'area d'Italia corrispondente all'attuale regione Toscana, con l'esclusione delle parlate della Romagna toscana, di quelle della Lunigiana e di quelle dell’area carrarese..

Nel quadro della dialettologia romanza, i dialetti toscani costituiscono un sistema autonomo all'interno del dominio italo-romanzo, delimitato a nord dalla linea La Spezia-Rimini, che li separa dalle varietà gallo-italiche settentrionali, e a sud dalla linea Roma-Ancona, che li distingue dall'area mediana centro-meridionale caratterizzata da fenomeni come la metafonesi e l'assimilazione dei nessi consonantici assenti dal toscano. Inoltre, le zone di confine a sud del toscano e a nord della linea Roma-Ancona sono classificate dagli studiosi come "peri-mediane" proprio perché il toscano costituisce il polo di riferimento da cui quelle varietà si discostano parzialmente. Il toscano occupa pertanto una posizione intermedia nella penisola, irriducibile a entrambi i sistemi contigui.

Caratteristica principale di tali idiomi è quella di essere sostanzialmente parlati; ciò garantisce una chiara distinzione dall'italiano, che da sempre (e soprattutto fino al 1861) è stata una lingua che più ancora che parlata era soprattutto scritta, letteraria, aristocratica, praticata dalle élite scolarizzate. Il toscano quindi è un sistema linguistico allo stesso tempo innovativo (grazie all'uso vivo), ma anche conservativo, arcaizzante, grazie al suo (ancora oggi forte) legame con le aree più rurali della regione.

Tradizionalmente, i dialetti toscani erano considerati semplici varianti o "vernacoli" dell'italiano, data la grande somiglianza con l'italiano colto di cui, peraltro, costituiscono la fonte (sia pure modificatasi nel tempo rispetto alla parlata odierna).

I primi contributi letterari significativi in toscano risalgono al XIII-XIV secolo con le opere di Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, e successivamente nel XVI secolo con Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini, che conferirono ai parlari toscani la dignità di "lingua letteraria" della penisola.

Al momento dell'unificazione dell'Italia fu scelto come lingua da adoperare ufficialmente, mettendo fine a una secolare discussione, a cui aveva partecipato anche Dante (nel De vulgari eloquentia), che vedeva due fazioni contrapposte, una che sosteneva la nascita di una lingua italiana sulla base di uno dei cosiddetti dialetti e un'altra che si proponeva di creare una nuova lingua che prendesse il meglio dai vari dialetti. Prese piede agli inizi del XIX secolo proprio la prima corrente, soprattutto grazie al prestigioso parere di Alessandro Manzoni (molto nota è la vicenda relativa alla scelta della lingua per la stesura de I promessi sposi e i panni sciacquati in Arno), ma non poche furono le critiche mossegli da chi sosteneva (in primo luogo, il glottologo goriziano Graziadio Isaia Ascoli) che il toscano era un dialetto come gli altri e una vera lingua nazionale sarebbe potuta nascere solo dopo l'incontro tra le varie culture del paese.

Locutori e confini linguistici Il numero di locutori che parlano oggi dialetti di tipo toscano è stimato in oltre tre milioni di persone, considerando gli abitanti della Toscana ad esclusione dei territori della Romagna toscana, della Lunigiana e dell'area carrarese. Queste ultime zone, pur presentando forti peculiarità locali e un sostrato ligure, sono tradizionalmente attribuite alla famiglia emiliano-romagnola. Viceversa, vengono talvolta incluse nell'area toscanofona la Corsica settentrionale (dove si parla il dialetto cismontano), e le varietà dell'Umbria confinante con la Toscana (tra cui il chianino).

Virtualmente, chiunque parli italiano è in grado di comprendere i dialetti toscani, in quanto il fiorentino costituisce il sostrato principale dell'italiano standard contemporaneo, nonostante le caratteristiche fonetiche (soprattutto la gorgia) appaiano marcate rispetto alla pronuncia neutra.

Secondo gli studi di Daniele Vitali, i confini amministrativi regionali non coincidono pienamente con quelli linguistici: la Toscana dialettale presenta ampie fasce di transizione, soprattutto a nord-ovest verso la Lunigiana e a est verso l'Umbria, mentre a sud il confine linguistico si avvicina notevolmente a quello amministrativo.

Non esiste una cesura netta tra i dialetti settentrionali della Lunigiana e quelli toscani. A Pontremoli il dialetto conserva tratti settentrionali (caduta delle vocali finali tranne -a femminile singolare e -i maschile plurale, vocali turbate ü/ö e talora avanzamento di a), mentre pochi chilometri più a sud, ad Aulla, ricompaiono le vocali finali con metaplasmo tipicamente toscano (-a per i femminili, -o per i maschili) e vocali indistinte (schwa). La varietà più settentrionale del toscano occidentale è quella di Massa, che presenta raddoppiamento fonosintattico, lenizione delle sorde intervocaliche (fase antecedente alla gorgia fiorentina) e la d retroflessa.

Vitali conferma la distinzione tra alta e bassa Garfagnana: l'alta presenta tratti di transizione lunigianesi (incluso un sistema particolare dei pronomi clitici) e forma un continuum con il massese; la bassa si orienta invece verso Lucca. Lungo il confine appenninico con la Romagna, i comuni di Palazzuolo sul Senio e Marradi (e parte delle frazioni di Firenzuola) conservano parlate di tipo romagnolo montano con vocale finale ridotta a schwa, mentre Firenzuola è ormai fortemente fiorentinizzata.

Tra la Toscana orientale e l'Umbria non esiste un confine linguistico netto, bensì un continuum che dal Casentino si estende fino a Pieve Santo Stefano, Badia Tedalda, Arezzo, Sansepolcro e oltre, raggiungendo Città di Castello, Gubbio e Perugia. In quest'area si osservano lenizione intervocalica (invece della gorgia piena) e, in alcuni punti come Sansepolcro, un vocalismo accentato con apertura delle vocali (sècco, ròtto) di tipo romagnolo, irradiatosi lungo la via Flaminia. Ad Arezzo è attestata la forma chène per cane (avanzamento vocalico in sillaba aperta).

Vitali ritiene che il confine meridionale della Toscana linguistica debba essere rivisto rispetto alla Carta dei dialetti d’Italia di G.B. Pellegrini (1977), che lo tracciava troppo a nord. Sulla base di osservazioni sul campo e dei dati dell'Atlante Italo-Svizzero (AIS), la Toscana dialettale include Pitigliano, Orbetello e l'Argentario (incluso Porto Santo Stefano). In quest'ultima località mancano i tipici fenomeni centro-meridionali come l'assimilazione delle dentali (quanno, piommo), confermando l'appartenenza all'area toscana.

Caratteristiche dei dialetti toscani I dialetti toscani presentano caratteristiche uniformi sebbene esistano alcune discrepanze che danno vita a varianti locali.

Consonanti Labiovelari Bilabiali Labiodentali Dentali Postalveolare Palatali VelariGlottali Nasali [] [] Occlusive c ɟ Affricate t͡s d͡z t͡ʃ d͡ʒ Fricative sibilanti Fricative non sibilanti [] [] [] [][] [] [] Approssimanti Polivibranti Monovibranti [] Laterali

Vocali AnterioreCentralePosterioreAlteMedio-alteMedio-basseBasse Nella costa (zona Pisano-Livornese) sono usate anche , e rispettivamente per [ɛ], [a] ed [ɔ] .

Fonetica e fonologia Gorgia toscana

Il termine gorgia indica il passaggio allofonico delle consonanti occlusive sorde , e a fricative in posizione post-vocalica , , . Un esempio tipico è l'articolazione della come in posizione intervocalica , per la "casa", [ˈbuːho] "buco".

La gorgia trova il suo culmine a Firenze (dove è molto più marcata che in qualunque altro comune, soprattutto a nord della città e del comune, mentre a sud si affievolisce leggermente) a Prato e Siena, mentre tende a indebolirsi sia andando verso occidente sia verso oriente fino a diventare fenomeno saltuario nell'aretino e nella zona Val di Chiana-Cortona (dove inoltre si risente dell'influenza umbra); persiste invece, ma limitandosi alla sola , a Pistoia, nella Maremma (Cecina-Orbetello) e nelle Colline Metallifere (Volterra-Massa Marittima) e scompare nell'area pisana-lucchese-livornese, in cui si ha l'elisione della consonante in posizione intervocalica ( a Siena, Firenze, Pistoia, Prato e Grosseto sarà mentre a Livorno e Pisa sarà ). In quest'ultima area essa può tuttavia realizzarsi anche come (ossia fricativa velare sorda), il che avviene in modo più marcato nel vernacolo "della piana" o "di Bua" (si veda la sezione relativa alla suddivisione dei vernacoli toscani).

La gorgia è un fenomeno fonetico-allofonico, cioè di pronuncia dei fonemi. Non è un cambiamento fonematico, perché non coinvolge i suoni a livello di struttura delle parole. Di conseguenza la struttura fonematica del fiorentino non ha più consonanti dell'italiano neutro (anzi, ha esattamente gli stessi fonemi dell'italiano). Talora, in grafia dialettale, viene scritto un apostrofo come per indicare che sia caduta la /k/ in casi in cui viene invece pronunciata una [h]: tale grafia "popolare" è però fuorviante, poiché il fonema /k/ non "scompare" mai in fiorentino. Nei casi delle altre consonanti affette dalla gorgia, → e → , è sconsigliabile tentare di rappresentarne la pronuncia, se non in IPA. In grafia dialettale, si dovrà scrivere semplicemente "capitani" per .

Deaffricazione di /ʧ/ e /ʤ/ Un altro fenomeno allofonico importante è l'indebolimento intervocalico delle consonanti affricate comunemente dette g palatale IPA e c palatale IPA , chiamato tradizionalmente attenuazione.

Tra due vocali (e in assenza di rafforzamento fonosintattico), la consonante scempia affricata postalveolare sonora passa a fricativa postalveolare sonora:

→ .

Questo fenomeno è evidente e si può chiaramente sentire nel parlato (ed è diffuso - - anche in Umbria e nelle Marche): la gente, in italiano standard // , si realizza in toscano come .

Analogamente, la consonante affricata postalveolare sorda passa a fricativa postalveolare sorda tra due vocali:

→ .

Così, la cena, in italiano standard // , in toscano diviene .

Dato che in toscano (e anche in italiano standard) il fonema , rappresentato dal digrafo sc, è sempre geminato in posizione post-vocalica, non può avvenire confusione a livello fonologico tra i suoni espressi: pesce, in italiano standard e toscano: ; pece, in italiano standard: , in toscano: . Nel caso del fono non può avvenire alcuna confusione dato che la geminata (di e.g. legge, poggio) viene realizzata come affricata [ʤː], non fricativa *[ʒː].

Affricazione di /s/ Un fenomeno comune a tutta la Toscana (ad eccezione delle zone di Firenze e Prato) è il passaggio della fricativa ad affricata quando preceduta da , , .

→ .

Ad esempio, "il sole", che in italiano standard si pronuncia /, in toscano non-fiorentino suona ]; il fenomeno è presente anche all'interno di parola dopo una consonante, come in "falso". Si tratta di un fenomeno diffuso in tutta l'Italia centromeridionale, in alcune parti della quale si può avere anche sonorizzazione di .

Elisione di /wɔ/ in /ɔ/ Questo fenomeno coinvolge la sequenza , che proviene da un fonema latino unico ŏ (), che perde la in toscano moderno, così che:

→ ( →) .

Così:

Il latino bŏnum diventa (in fiorentino trecentesco e quindi in italiano) buono , ma in toscano (moderno) torna a ridursi a bòno (in realtà, la forma "ridotta" , in toscano, è sempre coesistita a livello popolare con la sequenza ).

Trasformazione di /gj/+vocale in /dj/+vocale

Comune in vari vernacoli è la mutazione del gruppo ghi+vocale in di+vocale, ad es. "ghiaccio"→"diaccio".

Trasformazione di /skj/+vocale in /stj/+vocale In Toscana il gruppo schi diviene sti, ad es. schiacciata si dice stiacciata.

Rotacismo Nella costa tirrenica e nell'aretino seguito da consonante diviene , similmente a come accade in alcune zone del Lazio. Es. altro → artro, albero → arbero, e l'articolo il passa a ir.

Sintassi