Assieme ai colleghi e amici Rocco Chinnici, Antonino Caponnetto e Paolo Borsellino, Falcone è stato una delle personalità più importanti e prestigiose nella lotta alla mafia in Italia e a livello internazionale.

Biografia Origini e formazione

Giovanni Falcone nacque in una famiglia benestante: il padre, Arturo Falcone (1904-1976), era il direttore del laboratorio chimico di igiene e profilassi del comune di Palermo, e la madre, Luisa Bentivegna (1907-1982), era figlia di un noto ginecologo della stessa città. Terzo figlio, aveva due sorelle maggiori: Anna (1931-2026) e Maria. Nacque il 18 maggio 1939 a Palermo in via Castrofilippo, nel quartiere della Kalsa, lo stesso di Paolo Borsellino e di molti futuri mafiosi, come Tommaso Spadaro.

Il secondo nome di Giovanni, Salvatore, gli fu dato in memoria dello zio materno Salvatore Bentivegna (Palermo, 20 marzo 1898 - Carso, 16 settembre 1916), tenente dei Bersaglieri disperso in battaglia dopo essere stato colpito da una granata durante la prima guerra mondiale. Il terzo nome, Augusto, fu dovuto alla passione del padre per la storia romana. Il fratello del padre, Giuseppe Falcone, prestò anch'egli servizio durante la seconda guerra mondiale come capitano nell'Aviazione e morì all'età di 24 anni abbattuto con il suo aereo. Anche il padre di Giovanni partecipò alla guerra: colpito alla testa, si riprese dopo un intero anno passato tra la vita e la morte. In seguito si laureò e sposò Luisa. Il fratello della nonna paterna, Pietro Bonanno, fu assessore ai Lavori Pubblici e poi, dal 28 dicembre 1903 fino all'11 febbraio 1905, fu a capo dell'amministrazione di Palermo come prosindaco.

I Falcone dovettero abbandonare la Kalsa nel 1940 a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale e sfollarono a Sferracavallo, una borgata marinara di Palermo. Dopo il 9 maggio 1943 (bombardamento della passeggiata e dei palazzi del porto) si trasferirono dai parenti della madre a Corleone. A seguito dell'armistizio di Cassibile, tornarono alla Kalsa dove, a causa dei danneggiamenti riportati dal loro appartamento, vennero ospitati dalle zie Stefania e Carmela, sorelle del padre. La prima era una musicista e si era formata al Conservatorio di Palermo mentre la seconda era una pittrice sullo stile di Francesco Lojacono.

Giovanni frequentò le scuole elementari al Convitto Nazionale di Palermo, le medie alla scuola "Giovanni Verga" e le superiori al liceo classico "Umberto I". Frequentava l'Azione Cattolica e trascorreva gran parte dei suoi pomeriggi in parrocchia facendo la spola tra quella di Santa Teresa alla Kalsa e quella di San Francesco. Nella prima conobbe padre Giacinto che diventò il suo cicerone e gli fece visitare il Trentino e Roma. All'età di tredici anni cominciò a giocare a calcio all'Oratorio dove, durante una delle tante partite, conobbe Paolo Borsellino, con cui si sarebbe ritrovato prima sui banchi dell'università e poi nella magistratura.

In parrocchia si appassionò anche al ping-pong e in una partita si trovò a giocare con un suo coetaneo, Tommaso Spadaro, che sarebbe diventato personaggio di spicco della mafia locale implicato nel contrabbando di sigarette e nel traffico di stupefacenti. Al liceo trovò il professore Franco Salvo, insegnante di storia e filosofia seguace dell'Illuminismo che con i suoi insegnamenti risultò fondamentale per la formazione del ragazzo. Terminò il liceo all'età di 18 anni, nel 1957, diplomandosi con il massimo dei voti.

Nel settembre 1957 si trasferì a Livorno per frequentare l'Accademia navale, con l'intenzione di diventare ufficiale e laurearsi in ingegneria, ma anziché essere assegnato ai corpi tecnici fu assegnato al corso per il ruolo Stato Maggiore. Dopo quattro mesi, nel gennaio 1958, abbandonò l'Accademia e tornò nella città natia iscrivendosi, al pari della sorella Maria, invece che in ingegneria alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Palermo. In quegli anni ebbe modo di praticare diverse attività sportive con molta costanza, sebbene avesse dovuto precedentemente abbandonare il livello agonistico nel 1956 a causa di un infortunio. Si era così dedicato al canottaggio, frequentando la Canottieri Palermo durante tutti gli anni dell'università. Nel 1959 la famiglia Falcone fu costretta a trasferirsi in Via Notarbartolo per via degli avvenimenti legati al sacco di Palermo, che portarono alla demolizione della loro abitazione per lasciare spazio alla costruzione di una strada più ampia, che poi non ebbe più luogo. Nel corso della sua vita Giovanni avrebbe poi cambiato tre case in quella stessa strada: una da ragazzo, una con la prima moglie Rita e poi un'altra ancora con Francesca, la seconda moglie. Si laureò poi con 110 e lode nel 1961, con una tesi sullIstruzione probatoria in diritto amministrativo, discussa con il professore Pietro Virga.

L'ingresso e le prime indagini in magistratura

Falcone vinse il concorso ed entrò nella magistratura italiana nel 1964 e in quello stesso anno nella Basilica della Santissima Trinità del Cancelliere sposò Rita Bonnici, maestra elementare. Nel 1965, a soli 26 anni, divenne pretore a Lentini: uno dei suoi primi casi fu quello di una persona morta per un incidente sul lavoro. A partire dal 1966, e per i successivi dodici anni, fu al tribunale di Trapani, nei primi anni come sostituto procuratore e giudice istruttore. A poco a poco, nacque in lui la passione per il diritto penale. Nel 1967 istruì il primo processo importante, quello alla banda mafiosa del boss di Marsala, Mariano Licari. Nell'aprile 1969 la malattia del padre, un tumore all'intestino che lo avrebbe poi portato alla morte nel 1976, lo toccò profondamente. In quegli anni stava mutando radicalmente, a cambiarlo non fu solo la mancanza del riferimento paterno ma intervennero anche fattori esterni.

Abbracciò i principi del comunismo sociale di Berlinguer in occasione delle elezioni politiche del 1976, sebbene la sua famiglia avesse da sempre votato la Democrazia Cristiana anche in quanto cattolici praticanti. Scontratosi per questo motivo con la sorella Maria, motivò la sua scelta dicendo che, da profondo amante della giustizia quale egli era, si poneva il problema di combattere le disparità sociali e nel comunismo intravedeva quindi la possibilità di appianare le sperequazioni. Rispose quasi volendola rassicurare che il comunismo italiano sarebbe stato differente da quello russo, aggiungendo sarcasticamente che, nell'ipotetica eventualità di una crisi di libertà nella loro democrazia, sarebbe ritornato sulle montagne come i partigiani. Nel suo lavoro però non si lasciò mai influenzare dalle idee politiche. Successivamente, si allontanerà dal comunismo, avvicinandosi al pensiero della tradizione socialista, ed in particolare all'elaborazione del "nuovo corso" rappresentato da Bettino Craxi e da Claudio Martelli. Più volte difatti il magistrato siciliano ha elogiato l'operato dei Governi Craxi (1983-1987) e Martelli lo ebbe come suo fedele collaboratore (1991-1992).

Nel 1973 si trasferì alla sezione civile del tribunale di Trapani. Nel 1976, nella sala colloqui del carcere di Favignana, un detenuto lo bloccò per molte ore ponendogli un coltello alla gola.Salvatore_Mugno, Quando_Falcone_incontrò_la_mafia, Trapani, Di Girolamo Editore, 2014. ISBN 978-88-97050-43-8 Nel luglio 1978 ritornò a Palermo. In quell'anno Rita Bonnici lasciò Falcone per restare a Trapani, dove si era innamorata del presidente del tribunale della città Cristoforo Genna.

Nel tribunale palermitano cominciò a lavorare nella sezione fallimentare, occupandosi di diritto civile ed emettendo alcune sentenze di grande importanza. L'anno successivo conobbe la collega Francesca Morvillo, con la quale iniziò una relazione sentimentale che sfociò nel matrimonio nel 1986.

Dopo l'omicidio del giudice Cesare Terranova, nel settembre 1979, nonostante le preoccupazioni familiari, accettò l'offerta che da tanto tempo Rocco Chinnici gli proponeva e passò così all'Ufficio Istruzione della sezione penale, che sotto, appunto, la guida di Chinnici divenne un esempio innovativo di organizzazione giudiziaria. Chinnici chiamò al suo fianco anche Paolo Borsellino, che divenne collega di Falcone nello sbrigare il lavoro arretrato di oltre 500 processi.

I nuovi metodi investigativi: i processi Spatola e Mafara

Nel maggio 1980 il procuratore capo di Palermo Gaetano Costa firmò personalmente 56 mandati di cattura contro Rosario Spatola, un costruttore edile palermitano, incensurato e molto rispettato perché la sua impresa aveva dato lavoro a centinaia di operai, e diversi esponenti dei clan italo-americani, guidati da Salvatore Inzerillo e John Gambino, accusati di gestire il traffico di stupefacenti con gli Stati Uniti; Chinnici decise quindi di affidare l'inchiesta su Spatola e i suoi associati al giudice Falcone.

Alle prese con questo caso, Falcone comprese che per indagare con successo le associazioni mafiose era necessario basarsi anche su indagini patrimoniali e bancarie, ricostruire il percorso del denaro che accompagnava i traffici e avere un quadro complessivo del fenomeno. Notò che gli stupefacenti venivano venduti negli Stati Uniti così chiese a tutti i direttori delle banche di Palermo e provincia di mandargli le distinte di cambio valuta estera dal 1975 in poi. Alcuni telefonarono personalmente a Falcone per capire che intenzione avesse e lui rimase fermo sulle sue richieste. Così, anche attraverso le verifiche bancarie effettuate dagli uomini della Guardia di Finanza guidati dal colonnello Elio Pizzuti e dal maresciallo Angelo Crispino e alle indagini serrate e perquisizioni compiute dagli agenti del dirigente Guglielmo Incalza della Squadra mobile, riuscì a cominciare a vedere il quadro di una gigantesca organizzazione criminale: i confini di Cosa nostra. Risalì così al rapporto fra gli amici di Spatola e la famiglia Gambino del New Jersey, rivelando i collegamenti fra mafia americana e siciliana. Il 6 agosto dello stesso anno fu ucciso il procuratore Costa, che aveva firmato i mandati di cattura nei confronti del clan Spatola-Inzerillo-Gambino, e subito dopo assegnarono la scorta a Falcone.

Grazie a un assegno bancario dell'importo di centomila dollari cambiato presso la Cassa di Risparmio di piazza Borsa di Palermo, Falcone trovò la prova che il potente banchiere Michele Sindona aveva trovato ospitalità in Sicilia nell'estate precedente presso gli alberghi del noto imprenditore catanese Gaetano Graci, smascherando quindi il finto sequestro di persona organizzato a suo favore dal clan Spatola-Inzerillo-Gambino alla vigilia del suo giudizio e instaurando così un proficuo rapporto di collaborazione con i colleghi milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone, che si occupavano dell'inchiesta sul finto sequestro. Secondo i "diari" di Chinnici, Falcone sarebbe stato sollecitato dall’allora Procuratore generale Giovanni Pizzillo ad "insabbiare" il ruolo dell'imprenditore Graci nella vicenda.

Contemporaneamente all'inchiesta Spatola, Falcone sviluppò un filone d'indagine parallelo riguardante sempre il traffico di droga, scaturito dall'arresto nel marzo 1980 all'aeroporto di Fiumicino di tre corrieri stranieri (Albert Gillet, Edgard Barbè ed Eric Chartier) che trasportavano 8 kg di eroina: i tre iniziarono subito a collaborare con il magistrato ed ammisero di lavorare per conto di un'organizzazione siculo-americana che aveva come capofila un certo Francesco Mafara, costruttore edile legato al boss Stefano Bontate, e come destinatari finali della droga sempre esponenti della famiglia Gambino; nel 1983, a conclusione dell'indagine, Falcone rinviò a giudizio 22 persone, in quello che giornalisticamente venne chiamato "processo Mafara".