Il manoscritto Voynich è un codice illustrato risalente al XV secolo, tra il 1404 e 1438, scritto con un sistema di scrittura che non è stato ancora decifrato. Il manoscritto contiene anche immagini di piante che non sono identificabili con alcun vegetale noto e l'idioma usato nel testo non appartiene ad alcun sistema alfabetico/linguistico conosciuto. È stato definito da più parti come «il libro più misterioso del mondo».. Il manoscritto è conservato presso la Biblioteca Beinecke di manoscritti e libri rari dell'Università Yale (Stati Uniti), dove reca il numero di inventario «Ms 408»..

Il ritrovamento

Il manoscritto Voynich deve il suo nome a Wilfrid Voynich, un mercante di libri rari di origini polacche, naturalizzato britannico, che lo acquistò dal collegio gesuita di Villa Mondragone, nei pressi di Frascati, nel 1912. Il contatto tra Voynich e i gesuiti fu padre Giuseppe Strickland (Joseph Strickland 1864-1915), religioso gesuita. Il suo Ordine aveva bisogno di fondi per restaurare la villa e vendette a Voynich trenta volumi della biblioteca, che era formata anche da una raccolta di volumi del Collegio Romano, trasportati al collegio di Mondragone insieme alla biblioteca generale dei Gesuiti per salvarli dagli espropri del nuovo Regno d'Italia. Tra questi libri vi era anche quello misterioso, di cui non si conosce l'origine.

Voynich rinvenne, all'interno del libro, una lettera di Jan Marek Marci (1595-1667), rettore dell'Università di Praga e medico reale di Rodolfo II di Boemia, con la quale egli inviava questo libro a Roma presso l'amico poligrafo Athanasius Kircher perché lo decifrasse. Voynich stesso affermò che lo scritto conteneva minuscole annotazioni in greco antico e datò il volume come originario del XIII secolo.

Nella lettera, recante l'intestazione «Praga, 19 agosto 1665» (o 1666), Marci affermava di aver ereditato il manoscritto medievale da un suo amico (che in seguito le ricerche riveleranno essere un non meglio noto alchimista di nome Georg Baresch), e che il suo precedente proprietario, l'imperatore Rodolfo II, l'aveva acquistato per 600 ducati (una cifra molto elevata), credendolo opera di Ruggero Bacone.

La proprietà del manoscritto passò da Voynich al noto commerciante ed esperto di libri antichi Hans P. Kraus, che lo donò all'Università Yale, la quale lo conserva nella Beinecke Rare Book and Manuscript Library, archiviato con il numero d'inventario "MS 408".

Composizione e caratteristiche

La datazione al radiocarbonio, ottenuta dall'analisi della pergamena, ha stabilito con quasi totale certezza che il manoscritto sia stato redatto tra il 1404 e 1438. Il volume, scritto su pergamena di vitello,. è di dimensioni piuttosto ridotte: (altezza, larghezza e spessore). Dalle due numerazioni, riportate sui margini, si evince che il manoscritto fosse formato da 116 fogli divisi in 20 fascicoli di diversa consistenza; tuttavia 14 fogli (numeri 12, da 59 a 64, 74, 91 e 92, 97 e 98, 109 e 110) mancano all'appello.. Diversi fogli sono di dimensioni maggiori degli altri e ripiegati, risultando quindi composti da più di due pagine.

Fa da corredo al testo una notevole quantità di illustrazioni a colori, ritraenti i più svariati oggetti: proprio i disegni lasciano intravedere la natura del manoscritto, venendo di conseguenza scelti come punto di riferimento per la suddivisione dello stesso in diverse sezioni, a seconda del tema delle illustrazioni: Sezione I (fogli 1-66): chiamata botanica, contiene 113 disegni di piante sconosciute. Sezione II (fogli 67-73): chiamata astronomica o astrologica, presenta 25 diagrammi che sembrano richiamare delle stelle. Vi si riconoscono anche alcuni segni zodiacali. Anche in questo caso risulta alquanto arduo stabilire di cosa effettivamente tratti questa sezione. Sezione III (fogli 75-86): chiamata biologica, nomenclatura dovuta esclusivamente alla presenza di numerose figure femminili nude, sovente immerse fino al ginocchio in strane vasche intercomunicanti contenenti un liquido scuro. Subito dopo questa sezione vi è un foglio ripiegato sei volte, raffigurante nove medaglioni con immagini di stelle o figure vagamente simili a cellule, raggiere di petali e fasci di tubi. Sezione IV (fogli 87-102): detta farmacologica, per via delle immagini di ampolle e fiale dalla forma analoga a quella dei contenitori presenti nelle antiche farmacie. In questa sezione vi sono anche disegni di piccole piante e radici, presumibilmente erbe medicinali.

L'ultima sezione del manoscritto Voynich comincia dal foglio 103 e prosegue sino alla fine. Vi figurano solo stelline a sette punte a sinistra delle righe e si crede si tratti di una sorta di indice.

Dato il contenuto e le illustrazioni si suppone sia un almanacco di medicina: questo perché le erbe, l'alchimia e le fonti termali erano molto importanti per la medicina medievale; la parte astrologica potrebbe essere un calendario riguardo al periodo migliore per coltivare le erbe o fornire una terapia.

Le illustrazioni sono considerevolmente diverse rispetto alle illustrazioni dei volumi di erbologia: non solo i disegni del manoscritto di Voynich sono stati realizzati peggio, ma non rappresentano alcuna pianta conosciuta. Si ha l'impressione che l'autore non fosse un professionista e che si sia basato su descrizioni sommarie di piante a lui sconosciute: infatti alcuni disegni assomigliano vagamente a piante reali, solo realizzati in maniera errata.

Controversie sulla datazione Fino agli inizi del 2011 si è ipotizzato che il manoscritto fosse stato creato ad arte come falso nel XVI secolo, per perpetrare una truffa ai danni di Rodolfo II. Secondo tale ipotesi, il truffatore sarebbe stato l'astrologo mago e falsario inglese Edward Kelley aiutato dal brillante filosofo John Dee.

A confutare questa teoria è però sopravvenuta la datazione ottenuta mediante la tecnica del carbonio-14 nel febbraio 2011. Un gruppo di ricerca presso l'Arizona University è stato autorizzato ad asportare quattro piccoli campioni (1 millimetro per 6) dai margini di differenti pagine. A seguito di una datazione al radiocarbonio le pergamene parrebbero risalire ad animali morti tra il 1404 e il 1438, con il 95% di probabilità.

Precedenti ipotesi collocavano la stesura del testo intorno agli inizi del XVII secolo, poiché un'analisi all'infrarosso aveva rivelato la presenza di una firma, successivamente cancellata, di Jacobi à Tepenecz, al secolo Jacobus Horcicki, morto nel 1622 e principale alchimista al servizio di Rodolfo II.

Inoltre poiché una delle piante raffigurate nella sezione botanica è quasi identica al comune girasole giunto in Europa all'indomani della scoperta dell'America e quindi successivamente al 1492, si è supposto che l'autore non potesse ancora conoscere tale pianta, quindi il libro sarebbe stato scritto solo successivamente a tale data.

Le recenti analisi dei pigmenti presenti nel testo, effettuate dai ricercatori della Yale, hanno rilevato affinità con quelli di altri manoscritti risalenti al XV secolo e medievali in genere..

Analisi crittografiche In molti, nel corso del tempo, hanno cercato di decifrare la lingua sconosciuta del manoscritto.

Il primo ad aver affermato di essere riuscito nell'impresa fu William Newbold, professore di filosofia medievale alla Università di Pennsylvania. Nel 1921 pubblicò un articolo in cui proponeva un elaborato e arbitrario procedimento con cui tradurre il testo, che sarebbe stato scritto in un latino "camuffato" addirittura da Ruggero Bacone. La conclusione a cui Newbold arrivò con la sua traduzione fu che già nel tardo Medioevo sarebbero state conosciute nozioni di astrofisica e biologia molecolare.

Negli anni quaranta i crittografi Joseph Martin Feely e Leonell C. Strong applicarono al documento dei sistemi di decifratura sostitutiva, cercando di ottenere un testo con caratteri latini in chiaro: il tentativo produsse un risultato che però non aveva alcun significato. Il manoscritto fu l'unico a resistere alle analisi degli esperti di crittografia della marina statunitense, che alla fine della guerra studiarono e analizzarono alcuni vecchi codici cifrati per mettere alla prova i nuovi sistemi di decodificazione. J.M. Feely pubblicò le sue deduzioni nel libro Roger Bacon's Cipher: The Right Key Found in cui, ancora una volta, attribuiva a Bacone la paternità del manoscritto.

Nel 1945 il professor William F. Friedman costituì a Washington un gruppo di studiosi, il First Voynich Manuscript Study Group (FSG). Egli optò per un approccio più metodico e oggettivo, nell'ambito del quale emerse la cospicua ripetitività del linguaggio del Voynich. Tuttavia, a prescindere dall'opinione maturatagli nel corso degli anni in merito all'artificialità di tale linguaggio, all'atto pratico la ricerca si risolse in un nulla di fatto: a niente servì infatti la trasposizione dei caratteri in segni convenzionali, che doveva fungere da punto di partenza per qualsiasi analisi successiva.

Il professor Robert Brumbaugh, docente di filosofia medievale a Yale, e l'informatico Gordon Rugg, in seguito a ricerche linguistiche, sposarono la teoria che vedrebbe il Voynich come un semplice espediente truffaldino, volto a sfruttare il successo che a quel tempo le opere esoteriche solevano riscuotere presso le corti europee.

Nel 1978 il filologo dilettante John Stojko credette di aver riconosciuto la lingua e affermò che si trattasse di ucraino, con le vocali rimosse. La traduzione però, pur avendo in alcuni passi un apparente senso (es.: Il Vuoto è ciò per cui combatte l'Occhio del Piccolo Dio), non corrispondeva ai disegni.

Nel 1987 il fisico Leo Levitov attribuì il testo a degli eretici Catari, pensando di averlo interpretato come un misto di diverse lingue medievali centroeuropee. Il testo tuttavia non presentava corrispondenze con la cultura catara e la traduzione aveva poco senso.

Uno studio compiuto nel 1976 da William Ralph Bennett, che ha applicato la casistica alle lettere e alle parole del testo, ha messo in luce non solo la ripetitività, ma anche la semplicità lessicale e la bassissima entropia: il linguaggio del Voynich, in definitiva, non solo si avvarrebbe di un vocabolario limitato, ma anche di una basilarità linguistica riscontrabile, tra le lingue moderne, solo nell'hawaiano. Il misterioso autore ha ripetuto gli stessi grafemi del testo più volte in sequenza, dando l'impressione di aver scritto il testo senza seguire una logica.

L'alfabeto non è ancora stato decifrato. Sono state riconosciute 19-28 probabili lettere, che non hanno nessun legame con gli alfabeti conosciuti. Si sospetta inoltre, che siano stati usati due alfabeti complementari ma non uguali e che il manoscritto sia stato redatto da più persone. Significativa in tal senso è poi l'assoluta mancanza di cancellature o esitazioni, elementi costanti di qualunque manoscritto.

Ipotesi

Le parole contenute nel manoscritto presentano frequenti ripetizioni di sillabe. Ciò spinse due studiosi (William Friedman e John Tiltman) a ipotizzare che fosse scritto in una lingua filosofica, ossia in una lingua artificiale in cui ogni parola è composta da un insieme di lettere o sillabe che rimandano a una divisione dell'essere in categorie.

L'esempio più noto di lingua artificiale è l'idioma analitico di John Wilkins, anche grazie all'omonimo racconto di Borges. In questa lingua, tutti gli enti sono catalogati in 40 categorie, suddivise in sotto categorie, e a ognuna è associata una sillaba o una lettera: in questo modo, se la classe generale dei colori è indicata con 'robo-', allora il rosso si chiamerà 'roboc', il giallo 'robof', e così via.