Questa voce tratta della Storia del buddismo cinese dalle origini, I secolo d.C., alla nascita della Repubblica Popolare Cinese nel 1949Per la Storia del buddismo dopo il 1949 vedi il buddismo nella Cina di oggi..
L'arrivo del buddismo in Cina rappresenta, ancora oggi, uno dei processi di acculturazione delle idee e delle credenze religiose tra più straordinari della Storia dell'umanità.
Culture elaborate e dai profondi risvolti filosofici e spirituali, come quelle indiana, centroasiatica e cinese, riuscirono in Cina a fondersi e a costituire un insieme di scuole dottrinali e di culture materiali, parte delle quali sopravvive tutt'oggi nell'area di influenza cinese, nella Repubblica di Corea e in Giappone, e da dove, nello scorso Secolo, hanno raggiunto l'Occidente.
Il buddismo è penetrato in Cina agli albori dell'era cristiana, sotto la Dinastia Han, giungendo lungo la Via della seta dalla Serindia, ovvero da quella zona geografica situata tra il Pamir e lo spartiacque dell'Oceano Pacifico.
Introduzione del buddismo in Cina (I-IV secolo) L'introduzione del buddismo in Cina risalirebbe alla metà del I secolo d.C. durante la Dinastia Han orientale (25-220, capitale: Luòyáng), la quale aveva esteso il suo protettorato su una parte dell'Asia centrale. Non si hanno notizie certe su questo avvenimento ma solo leggende, la principale delle quali vorrebbe che l'imperatore Míng (明, conosciuto anche come Liú Zhuāng, 劉莊, regno:57-75 d.C.) sognò un uomo d'oro. Particolarmente colpito dall'accaduto, un suo consigliere suggerì che potesse essere un dio straniero di nome Buddha. Míng inviò alcuni ambasciatori verso Occidente, che tornarono insieme a due monaci indiani, Kāśyapa Mātaṇga (conosciuto anche col nome cinese di 攝摩騰 Shè Móténg) e Gobharaṇa (cinese: 竺法蘭 Zhú Fǎlán), condotti su di un cavallo bianco. I monaci portarono con loro testi delle scuole del buddismo dei Nikāya, tra cui il Sutra in quarantadue capitoli (四十二章經, Sìshíèrzhāngjīng, T.D. 784.17.722-724), che tradussero nel 67 d.C. a Luòyáng dove fondarono il Monastero del Cavallo Bianco (白馬寺, Báimǎ-sì). Risulta comunque che anche il fratellastro dell'imperatore Míng, Liú Yīng (劉英, ?-71) principe di Chu, proteggesse alcune nascenti comunità buddiste. Abbiamo notizie più certe a partire dal II sec. grazie alle cronache monastiche cinesiIl Gāosēng zhuàn (高僧傳, Biografie di monaci eminenti, cor. Goseung jen, giapp. Kōsō den, T.D. 2059), composto in 14 fascicoli da Huìjiǎo (慧皎, 497-554) nel 519 mentre risiedeva nel monastero di Jiaxiang. Contiene la biografia di 257 tra monaci e monache vissuti in Cina tra il 67 e il 519 ed è conservato nello Shǐchuánbù.. Intorno al 150 d.C. giunse in Cina, come ostaggio, Ān Shìgāo (安世高), un principe persiano buddista il quale avrebbe tradotto diversi sutra (le cronache parlano di 35 testi) delle scuole del buddismo dei Nikāya. Nel 181 giunse il persiano Ān Xuán (安玄), un mercante il quale, divenuto discepolo di Ān Shìgāo, tradusse altri testi sempre delle scuole del buddismo dei Nikāya e predicò attivamente la dottrina buddista. Poi, sempre nel II secolo, è la volta di Lokakṣema (cinese: 支婁迦讖, Zhī Lóujiāchèn) un vero e proprio missionario Mahāyāna proveniente dall'impero Kushan che tradusse moltissimi testi ma di scuole del buddismo Mahāyāna. L'opera di Lokakṣema fu seguita da un altro missionario kushan, Zhī Qiān (支謙), agli inizi del III secolo. Zhī Qiān, era un monaco poliglotta, discendente di una famiglia che si era stabilita un secolo prima a Luòyáng (divenuta capitale del Regno di Wèi, 曹魏, 220-265, uno dei Tre Regni in cui era suddivisa la Cina dopo il crollo della Dinastia Han orientale). Quindi da Hanoi (oggi capitale del Vietnam) e sempre nel III sec., giunse in Cina un giovanissimo sogdiano, Kāng Sēnghuì (康僧會). La famiglia di Kāng Sēnghuì visse prima in India per alcune generazioni trasferendosi quindi ad Hanoi dove svolsero l'attività di mercanti e da lì migrarono in Cina. Kāng Sēnghuì prese i voti da novizio (sramanera, cinese: 沙彌 shāmí ) a soli dieci anni, imparò il cinese e cominciò la sua opera di traduzione. Il più importante traduttore del III sec., anche lui un kushan, fu tuttavia Dharmarakṣa (cinese: 竺法護 Zhú fǎhù, ). La sua famiglia si era stabilità da tempo a Dunhuang (敦煌). Lì nacque Dharmarakṣa che entrò in un monastero buddista a soli 8 anni. I buddisti cinesi e gli stranieri buddisti residenti in Cina sentirono tuttavia la necessità di acquisire direttamente nuovi testi religiosi, quindi Dharmarakṣa accompagnò il suo maestro, un monaco indiano conosciuto con il suo nome cinese, Zhú Gāozuò (竺高座), in un viaggio verso l'Occidente dove visitarono numerosi regni incontrando ben 36 idiomi diversi e raccogliendo sutra buddisti. Tornato in Cina, Dharmarakṣa si occupò della loro traduzione. Ne tradusse ben 149 prima di morire, in età molto avanzata, nel 316 d.C.
I rapporti tra buddismo e daosimo Per comprendere il successo della diffusione di una dottrina straniera come il buddismo in un impero, come quello cinese, spesso chiuso nelle proprie millenarie tradizioni, occorre indagare accuratamente le relazioni tra le comunità straniere buddiste, e i primi monaci buddisti cinesi, con gli studiosi confuciani e, soprattutto, daoisti. Inizialmente i daoisti ritennero il Buddha venerato dalle comunità buddiste niente altro che lo stesso Lǎozǐ (老子), il leggendario fondatore del daosimo il quale, secondo un'antica leggenda daoista, sarebbe partito per l'Occidente allo scopo di diffondere le proprie dottrine presso i barbari. Alcune dottrine buddiste erano, peraltro, sovrapponibili a quelle daoiste e ciò permise di varare il metodo Géyì (格義, "Fare coincidere il senso") per cui molti termini cinesi presi in prestito dal daosimo (e anche dal confucianesimo) furono utilizzati dai primi traduttori di sutra buddisti: così inizialmente nirvāṇa veniva reso come 無爲 (wúwéi, non azione) e non più correttamente come 湼槃 ( nièpán). Il crollo della Dinastia Han fu un grave smacco per la cultura tradizionale cinese, in quanto questa dinastia aveva accuratamente seguito le indicazioni religiose e normative e ciononostante era impietosamente crollata sotto le ribellioni e grazie al tradimento dei generali dell'esercito imperiale. La riflessione che ne seguì, in ambito daoista, fu propria della scuola Xuánxué (玄學, Scuola della Sapienza oscura) la quale ritenne che la Dinastia Han avesse preso troppo alla lettera le idee professate nei classici del daosimo anziché coglierne intuitivamente la portata. La distinzione fra conoscenza immediata e conoscenza graduale (quest'ultima, secondo queste dottrine, non priva di rischi di fallimento nella comprensione) fu poi alla base di numerose distinzioni tra le scuole buddiste cinesi sempre tese a dichiararsi nell'ambito, vincente, dell'immediato. Inoltre i dotti daoisti ritennero che grazie alla comprensione immediata si potesse penetrare il principio della realtà che costituiva la matrice di tutte le cose. Identificarono questo principio con il "non essere" (cin. 無 Wú) che corrispondeva alla reale natura di tutti i fenomeni intesi come "essere" (cin. 有 Yǒu). Così Guō Xiàng (郭象, ?-312) nel XX capitolo del suo commentario allo Zhuāngzǐ (莊子): «Nell'esistenza che cosa è prima delle cose? Noi diciamo che Yin e Yang sono prima delle cose, che c'è allora prima di Yīn (陰) e Yáng (陽)? Noi possiamo dire che zìrán (自然) [lo stato armonioso della natura delle cose] è prima delle cose, ma zìrán è semplicemente la naturalità armoniosa delle cose. Ma il Dao è vuoto (inteso come "non essere", cin. Wú). Ma se è vuoto come può essere prima delle cose? Noi non sappiamo che cosa è prima delle cose, tuttavia le cose sono continuamente prodotte. Questo dimostra che le cose sono spontaneamente ciò che sono; non c'è un Creatore delle cose». Tale testo daoista non può non richiamare, in alcuni passi, gli stessi Prajñāpāramitā Sūtra della letteratura buddista Mahāyāna messi per iscritto alcuni secoli prima in India. Ma tali concezioni potevano essere, dal lato pratico, eccessivamente relativiste e non spiegavano i diversi destini dell'umanità. Accorsero le dottrine buddiste di karma (cinese 業 yè) e di rinascita (sanscrito punarbhava, cin. 更生 gēngshēng) a spiegare ciò che il daosimo ancora non aveva affrontato: la dimensione morale della realtà. Fu quindi la cultura buddista ad offrire la possibilità di un cambiamento epocale in Cina. Essa permetteva da un lato la spiegazione di eventi, anche individuali, disastrosi e, con la diffusione dei monasteri, consentiva a chiunque di approcciare questi temi in modo personale e spirituale.
Lo sviluppo nella Cina meridionale (IV-VI secolo)