Lontologia, una delle branche fondamentali della filosofia, è lo studio dell'essere in quanto tale, nonché delle sue categorie fondamentali.

Il termine deriva (genitivo singolare del participio presente del verbo εἶναι, èinai, «essere») e da λόγος, lògos («discorso»), Il termine è stato coniato nel Seicento da Jacob Lorhard, il quale ha unito i due termini greci "ontos" e "logos" nella sua opera Ogdoas Scholastica del 1606. e quindi letteralmente significa «discorso sull'essere», ma può anche derivare direttamente da τά ὄντα, ovvero "gli enti", variamente interpretabili in base alle diverse posizioni filosofiche.Per una storia dell'uso del verbo "essere" nelle lingue occidentali e delle diverse teorie interpretative che si sono succedute in proposito, si veda lo scritto di

Introduzione Dal punto di vista storico, l'ontologia è considerata una branca della metafisica dalla maggior parte delle impostazioni filosofiche, quali ad esempio l'aristotelismo. Questa attribuzione non è in ogni caso condivisa universalmente: non lo è da alcuni pensatori come Martin Heidegger, o da studiosi che vedono piuttosto la metafisica come ricerca delle cause ultime della realtà,Battista Mondin, Ontologia, metafisica, pag. 8: «La metafisica è la ricerca del fondamento, ossia di ciò che spiega esaustivamente, conclusivamente e definitivamente il reale. [...] Più propriamente la metafisica va definita come ricerca delle cause ultime o del principio. Più che ontologia è eziologia (esattamente come afferma Aristotele nel libro primo della Metafisica)». mentre l'ontologia sarebbe soltanto «fenomenologia dell'essere», esplorazione di quel che «è» per come esso si rivela.Ibidem, pag. 22. In termini più riduttivi, l'ontologia si limiterebbe a comporre un catalogo degli enti esistenti, mentre la metafisica, successivamente, studierebbe le cause di quegli enti identificati ontologicamente.

Sebbene l'ontologia abbia interessato il pensiero filosofico sin dai suoi primordi, la sua definizione lessicale è molto più tarda. Il termine ontologia fu infatti coniato soltanto agli inizi del XVII secolo da Jacob Lorhard nella prima edizione della sua opera Ogdoas Scholastica (1606),Marco Lamanna, Sulla Prima Occorrenza Del Termine "Ontologia". Una Nota Bibliografica, in Quaestio.Yearbook of the History of the Metaphysics, VI, 557-570; questa edizione dell'opera è stata scoperta solo nel maggio 2003 (p. 568), prima si conosceva solo la seconda edizione del 1613. e successivamente utilizzato da Rudolph Göckel per il suo Lessico filosofico (1613); il termine ontologia compare tre volte negli scritti di Leibniz.Michaël Devaux e Marco Lamanna, The Rise and Early History of the Term Ontology (1606-1730), "Quaestio", 9, 2009, pp. 173-208 (su Leibniz pp. 197-198). L'uso invece del termine Ontosophia, introdotto dal cartesiano Johannes Clauberg che nel 1647 pubblicò a Groninga Elementa Philosophiae Seu Ontosophia, non ha avuto fortuna. L'utilizzo di ontologia si imporrà definitivamente grazie a Christian Wolff con il suo trattato Philosophia prima, sive Ontologia del 1729.Jean École, Une Étape de l'histoire de la Métaphysique: L'apparition de l'ontologie comme discipline séparée, in Jean École (ed.), Autour De La Philosophie Wolffienne, Hildesheim: Georg Olms, 2001, pp. 95-116.

Soggetto, relazione, oggetto Per ontologia si intende, in un'accezione ristretta, lo studio dell'essere come insieme degli enti, limitatamente a ciò che sembra esistere in concreto o risultare anche solo pensabile, dunque secondo quanto sembrerebbe attestato dai sensi o dalla psiche. In un'accezione più estesa, si intende un'indagine sull'essere al di là degli enti attraverso i quali esso ci si manifesta nelle apparenze e nei fenomeni: la ricerca dell'Essere o del loro fondamento ultimo.

In questa ulteriore accezione, l'ontologia ha finito spesso per riferirsi, nel contesto della metafisica, allo studio dei princìpi primi come le idee platoniche, le essenze, le cose in sé o gli oggetti della logica o della matematica, mentre, nel contesto della teologia, allo studio dello spirito o dell'assoluto.

Se l'ontologia è lo studio del fondamento di quel che esiste, del come esiste, se è solo pensabile, se è costante, universale, accertabile, allora essa implica anche la ricerca del senso profondo di ogni essere reale. Ciò è anche attinente all'antropologia filosofica e quindi alla domanda circa il senso dell'esistenza dell'uomo che pensa e che si pensa. Ogni domanda intorno al "soggetto", all'"oggetto" e la loro "relazione", dunque tra "io" e "mondo", è anche una domanda ontologica.

Alcune questioni fondamentali

L'ontologia si occupa pertanto dello studio della natura dell'essere, dell'esistenza e della realtà in generale, così come delle categorie fondamentali dell'essere e delle loro relazioni. Alcuni dei quesiti essenziali ai quali l'ontologia cerca di rispondere sono:

Che cos'è l'esistenza? L'esistenza è una proprietà reale degli oggetti? Qual è la relazione tra un oggetto e le sue proprietà? È possibile distinguere proprietà essenziali e proprietà accidentali di un oggetto? Il problema dell'essenza o della sostanza Che cos'è un oggetto fisico? Che cosa significa dire che un oggetto fisico esiste? Che cosa costituisce l'identità di un oggetto? Quando un oggetto cessa di esistere, invece di cambiare semplicemente? Il problema degli universali.

Differenze terminologiche tra essere ed esistenza Nell'ambito della storia della filosofia va anche tenuto conto di una differenza terminologica tra essere ed esistere che spesso ricorre nella metafisica tradizionale (anche se tralasciata da alcuni autori): mentre l'essere è in sé e per sé, e non ha bisogno di nient'altro, l'esistenza non ha l'essere in proprio ma lo riceve da qualcos'altro. Da questo punto di vista, l'essere è dunque qualcosa di assoluto, l'esistenza invece è subordinata a un essere superiore dal quale dipende. Esistenza infatti deriva etimologicamente dal composto latino ex + sistentia, che significa essere da o essere dopo, ovvero «essere a partire da» qualcos'altro.Cfr. in dizionario latino ex («da» o «dopo») + sistere, forma secondaria del verbo sto, -as, stĕti, stātum, -are («stare»).

Platone fu il primo a distinguere esplicitamente l'essere dall'esistere; in particolare egli attribuiva l'esistenza alla condizione umana, sempre in bilico tra essere e non-essere, sottoposta alla contingenza e al divenire, mentre l'essere è la dimensione ontologica più vera nella quale si trova il mondo delle idee, incorruttibile, immutabile, ed eterno.Platone, Repubblica, VII.

Distinzione ripresa da Giambattista Vico, che rimproverava a Cartesio di aver usato impropriamente i due termini, non tenendo conto della loro differenza.Giambattista Vico, De italorum sapientia, in "Risposte al Giornale dei Letterati d'Italia", n. 221, a cura di G. Gentile e F. Nicolini, Laterza, Bari 1914. Anche Heidegger ha ripreso la distinzione tra essere ed esistere, con particolare riferimento alla condizione umana: l'uomo è un essere calato in una dimensione temporale e transitoria, un "esserci" che vive suo malgrado a contatto col non-essere.

Storia

Parmenide Padre dell'ontologia è solitamente considerato Parmenide, appartenente ai cosiddetti presocratici. Parmenide fu il primo a porsi la questione dell'essere nella sua totalità, dunque a porsi il problema, ancora alla sua genesi, dell'ambiguità tra il piano logico, ontologico, linguistico.

In Parmenide la dimensione ontologica risulta preponderante, al punto da sottomettere a sé ogni altro aspetto filosofico, compreso il pensiero stesso. Dinnanzi all'essere, il pensiero può dire soltanto che «è». Qualunque altro predicato si voglia assegnargli, significherebbe oggettivarlo riducendolo a un'entità particolare: sarebbe un pensare il falso e quindi il non-essere; ma poiché quest'ultimo non è, il pensiero diverrebbe perciò inconsistente e cadrebbe nell'errore. Anche i cinque sensi, secondo Parmenide, attestano il falso, perché sono vittime di un'illusione, facendoci credere che il divenire esista.

Da un tale essere ontologicamente perfetto egli deduce i suoi necessari attributi: esso è ingenerato, eterno, immutabile, immobile, finito, uno, omogeneo;«Non mai era né sarà, perché è ora tutto insieme, uno, continuo. Difatti quale origine gli vuoi cercare? Come e donde il suo nascere? Dal non essere non ti permetterò né di dirlo né di pensarlo. Infatti non si può né dire né pensare ciò che non è» (Parmenide, Sulla natura, frammento 8, trad. in G. Granata, Filosofia, op. cit., pag. 38-39). caratteristiche che saranno d'ora in poi riferite all'assoluto comunque venga concepito. Platone, Aristotele, e a seguire tutta la filosofia greca, elaborarono progressivamente questo e altri temi, lasciando in eredità alla filosofia quello che è considerato il problema par excellence: il problema dell'esistenza nella sua massima estensione e universalità.

Leucippo e Democrito Con Leucippo e poi Democrito, l'essere, che Parmenide aveva teorizzato essere uno e semplice, viene messo in discussione. Esso si scompone infatti nella molteplicità di un numero infinito di atomi,"Atomo" dal greco ἄτομος (àtomos), «indivisibile», composto da ἄ- (alfa privativa, cioè «non», «mancanza di»), + τόμος (tómos), «taglio», «frammento», «divisione» (cfr. dizionario etimologico). che dell'essere conservano soltanto l'indivisibilità, ma che sono elementi semplici di un cosmo concepito materialisticamente. Nellincipit della versione di Diogene Laerzio l'ontologia democritea si presenta nei seguenti termini: «Princìpi di tutte le cose sono gli atomi e il vuoto, e tutto il resto è opinione soggettiva; vi sono infiniti mondi, i quali sono generati e corruttibili; nulla viene dal non essere, nulla [dellessere] può perire e dissolversi nel non essere».Diels-Kranz, 68, 44.

Platone Platone restò invece fedele all'ontologia parmenidea, identificandola con la dimensione iperurania delle idee, e tuttavia distinse da quella il piano della logica dialettica, nel tentativo di conciliare l'essere con una concezione della sensibilità che non riducesse quest'ultima a semplice illusione. La dimensione iperurania delle idee costituisce per Platone la vera realtà, mentre la natura materiale è un qualcosa di informe, mescolato al non-essere, che aspira a darsi una "forma". Platone in tal modo concepì l'ontologia in maniera gerarchica, da un massimo fino a un minimo di essere. L'ontologia platonica resta comunque superiore al percorso dialettico che si deve compiere per approdarvi.

Aristotele Aristotele, pur non utilizzando il termine ontologia, intese fondare «la scienza dell'essere in quanto essere».Aristotele, Metafisica, libro Γ, cap. I, 1003 a, 21-26. L'espressione "in quanto" vuol dire a prescindere dai suoi aspetti accidentali, e quindi in maniera scientifica.Una conoscenza è valida solo se riguarda l'aspetto sostanziale, mentre «del particolare non si dà scienza» (Aristotele, Metafisica, XI, 7, 1064a). Secondo quest'accezione, l'ontologia è dunque la scienza dell'essere in quanto tale, riguardo cioè al suo aspetto intrinseco, ovvero lo studio degli esseri nella misura in cui questi esistono. Egli scrive nel libro IV della Metafisica: Essendo una scienza unica a dover studiare la sostanza, l'ontologia è anche «studio degli esseri in quanto esseri», quindi "tutto ciò che è" diventa oggetto dell'ontologia. E di tutto ciò "che è" bisogna conoscere i princìpi e le cause. La conoscenza non solo delle sostanze, ma anche dei princìpi e delle cause di esse, è per Aristotele la "filosofia prima",Aristotele, Metafisica, libro A, cap. I, 982 a, 2. preliminare a ogni ulteriore sviluppo della speculazione nei campi dell'etica e della logica.