Il massacro di Nanchino, conosciuto anche come stupro di Nanchino, è stato un insieme di crimini di guerra perpetrati dall'esercito giapponese a Nanchino, all'inizio della seconda guerra sino-giapponese. La città, in quel periodo capitale della Repubblica di Cina, era caduta in mano all'Esercito imperiale giapponese il 13 dicembre 1937 e in circa sei settimane, tra il dicembre 1937 e il gennaio 1938, i soldati giapponesi uccisero circa persone.
Durante l'occupazione di Nanchino l'Esercito imperiale giapponese si comportò con tale brutalità che osservatori occidentali dell'alleato tedesco lo definirono "una macchina bestiale"J. Toland, L'eclissi del Sol Levante, p. 80.; le truppe nipponiche commisero numerose atrocità, come stupri, saccheggi, incendi e l'uccisione di prigionieri di guerra e civili. Nonostante le uccisioni fossero incominciate con la giustificazione di eliminare soldati cinesi travestiti da civili, si ritiene che un gran numero di innocenti sia stato intenzionalmente identificato come combattente nemico e giustiziato man mano che il massacro cominciava a prendere forma. Tra le vittime accertate, decine di migliaia furono bambini, uccisi per divertimento, e gli stupri di donne e gli omicidi divennero in breve la norma.
La condanna del massacro è stata unanime in Cina e ha dato slancio al nazionalismo nel paese. In Giappone, invece, l'opinione pubblica resta palesemente divisa: mentre alcuni commentatori ne parlano riferendosi ai fatti con il termine , altri si servono della più ambigua definizione . Tale definizione viene anche riferita al diverso incidente di Nanchino, accaduto nel 1927 durante la presa della città da parte dell'Esercito Rivoluzionario Nazionale nel corso della Spedizione del Nord, quando vennero attaccati anche gli stranieri che si trovavano in città. Il massacro del 1937 e il modo in cui viene raccontato nei testi scolastici continua a essere oggetto di polemiche nell'ambito delle relazioni tra Cina e Giappone.
La seconda guerra sino-giapponese L'invasione della Cina
Nell'agosto del 1937, durante la seconda guerra sino-giapponese, l'Esercito imperiale giapponese incontrò la forte resistenza dell'armata del Kuomintang (Partito Nazionalista Cinese) nel corso della battaglia di Shanghai. La battaglia provocò molte vittime da ambo le parti, che avevano ingaggiato un duro combattimento corpo a corpo. Il 6 agosto 1937 l'imperatore Hirohito ratificò personalmente la scelta del proprio esercito di non rispettare i vincoli imposti dalle convenzioni internazionali per il trattamento dei prigionieri cinesi. La direttiva comunicava inoltre agli ufficiali di smettere di servirsi della definizione di "prigioniero di guerra".
Lungo la strada da Shanghai a Nanchino i soldati giapponesi si resero responsabili di numerose atrocità, facendo intuire come il massacro di Nanchino non sia stato un incidente isolato. Uno degli episodi più turpi fu la gara ad uccidere 100 persone con la spada in cui si sfidarono due ufficiali dell'esercito giapponese. Entro la metà di novembre i giapponesi avevano preso Shanghai, grazie al contributo di bombardamenti aerei e navali. Il comando generale a Tokyo decise di non ampliare il fronte di guerra, sia per le forti perdite subite, sia per il basso morale delle truppe.
L'avanzata delle truppe giapponesi Mentre l'esercito giapponese si avvicinava a Nanchino, la popolazione rurale cinese si riversò in massa in città, e l'esercito cinese attuò la strategia della terra bruciata, distruggendo qualsiasi cosa potesse risultare utile agli invasori. Sia all'interno sia all'esterno della città vennero ridotti in cenere gli obiettivi sensibili - caserme, abitazioni private, il Ministero dell'Informazione, boschi e persino interi villaggi - provocando danni per un ammontare stimato in 20/30 milioni di dollari dell'epoca.
Il 2 dicembre Hirohito nominò il proprio zio Yasuhiko Asaka responsabile dell'esercito d'invasione. È difficile stabilire se, come membro della famiglia imperiale, Asaka avesse uno status superiore a quello del generale Iwane Matsui, che era ufficialmente il comandante in capo, ma come ufficiale di alto rango poteva esercitare la propria autorità sui comandanti di divisione, i vice-generali Kesago Nakajima e Heisuke Yanagawa.
La zona di sicurezza cittadina
All'epoca a Nanchino vivevano molti occidentali, che si occupavano di commerci o erano impegnati come missionari. Quando l'esercito giapponese incominciò a bombardare la città, quasi tutti rientrarono nei propri paesi d'origine. Il funzionario della Siemens John Rabe rimase e creò il Comitato internazionale per la zona di sicurezza di Nanchino. Venne eletto capo del comitato, anche perché era membro del partito nazionalsocialista tedesco ed esisteva il Patto bilaterale anticomintern nippo-tedesco. Il comitato istituì l'area di protezione di Nanchino (Cinese semplificato: 南京安全区; cinese tradizionale: 南京安全區; Giapponese: 南京安全区) nel quartiere occidentale della città fu creata una zona demilitarizzata per i civili cinesi, istituita dal Comitato internazionale per la zona di sicurezza di Nanchino il 22 novembre 1937, alla vigilia dell'invasione giapponese dopo la battaglia di Nanchino, avvenuta il 13 dicembre 1937. Il governo giapponese acconsentì a non attaccare le parti della città dove non si trovava l'esercito cinese e i membri del Comitato riuscirono a convincere il governo cinese a spostare tutte le truppe al di fuori di quella zona. Si stima che in questo modo Rabe abbia salvato da 200.000 a 250.000 cinesi John Rabe , su Moreorless"John Rabe's letter to Hitler, from Rabe's diary" , Popolazione di Nanchino, Jiyuu-shikan.org.
I giapponesi, in linea di massima, rispettarono la zona di sicurezza, che non venne bombardata quando fu preparato l'ingresso dell'esercito, se si eccettuano alcuni colpi vaganti. Durante il periodo di caos che seguì il momento dell'attacco, alcune persone furono uccise anche all'interno della zona, ma, secondo tutte le testimonianze raccolte, le atrocità commesse nel resto della città furono di gran lunga peggiori di quelle commesse in tale zona.
L'assedio della città
Il 7 dicembre il comando giapponese trasmise un dispaccio a tutte le truppe, avvisando che l'occupazione della capitale di una nazione nemica era un avvenimento senza precedenti per le forze armate nipponiche e i soldati che "avessero commesso qualsiasi atto illegale", "avessero disonorato l'esercito giapponese", "si fossero dati al saccheggio" o "avessero permesso a un incendio di svilupparsi anche per semplice trascuratezza" sarebbero stati puniti severamente. Gli invasori proseguirono la propria marcia rompendo le ultime linee di difesa cinesi e pretendendo la resa di Nanchino entro 24 ore.
I giapponesi attesero una risposta e il giorno seguente, dopo che da parte cinese non era stato inviato alcun comunicato, il generale Iwane Matsui diede l'ordine di prendere la città con la forza. Il 12 dicembre, dopo due giorni di attacchi giapponesi, sotto il fuoco dell'artiglieria pesante e di bombardamenti aerei, il generale cinese Tang Sheng-chi ordinò ai propri uomini di ritirarsi. Tra le drammatiche scene che seguirono, vi furono soldati cinesi che rubarono i vestiti ai civili nel disperato tentativo di mimetizzarsi e altri che furono fucilati alla schiena dai loro stessi commilitoni mentre cercavano di fuggire. Quelli che alla fine riuscirono a uscire dalle mura della città fuggirono in direzione del Fiume Azzurro, dove scoprirono che non c'erano più imbarcazioni con cui mettersi in salvo. Alcuni si tuffarono nelle acque gelide e affogarono.
I giapponesi entrarono all'interno delle mura di Nanchino il 13 dicembre, incontrando pochissima resistenza.
L'inizio delle violenze
Testimonianze dirette affermano che, nel corso delle sei settimane che seguirono la caduta di Nanchino, le truppe giapponesi si abbandonarono a stupri, omicidi e furti e appiccarono incendi. Oltre ai resoconti degli stranieri che rimasero e aiutarono i civili cinesi, come dai diari di John Rabe e Minnie Vautrin, vi furono altre testimonianze dirette di sopravvissuti al massacro, di giornalisti occidentali e giapponesi, oltre ai diari di campo di membri del personale militare. Il missionario statunitense John Magee riuscì a girare un documentario in 16 mm e a scattare fotografie del massacro. Pochi veterani di guerra giapponesi ammisero di avere partecipato alle brutalità; tra i più noti vi fu Shiro Azuma.
Stupri
Il Tribunale Militare Internazionale per l'Estremo Oriente ha calcolato che vennero stuprate 20.000 donne, tra le quali anche bambine e anziane.
Gli stupri durante il giorno spesso avvenivano in pubblico, talvolta di fronte ai mariti o a componenti della famiglia, che venivano immobilizzati e costretti a guardare. Subito dopo sia le donne che i familiari erano uccisi. Un gran numero di tali atti furono frutto di un'organizzazione sistematica, con i soldati che cercavano le ragazze di casa in casa, le catturavano e le portavano nude dai compagni, sottoponendole a stupri di gruppo. Le donne venivano spesso uccise subito dopo lo stupro, spesso infliggendo loro mutilazioni, come la recisione dei seni, "A Debt of Blood: An Eyewitness Account of the Barbarous Acts of the Japanese Invaders in Nanjing," 7 febbraio 1938, Dagong Daily, Wuhan edition 华夏文库 | CND Hua Xia Wen Ku infilando loro canne di bambù, Military Commission of the Kuomintang, Political Department: "A True Record of the Atrocities Committed by the Invading Japanese Army," compilata nel luglio 1938 华夏文库 | CND Hua Xia Wen Ku baionette, coltelli da macellaio o altri oggetti nella vagina o sventrando le più giovani.
Secondo alcune fonti, varie donne furono avviate alla prostituzione nei bordelli militari giapponesi, mentre secondo altre le truppe giapponesi costrinsero intere famiglie a compiere atti incestuosi,, Iris Chang, The Rape of Nanking, Penguin Books, 1997, p. 95. obbligando figli a stuprare le proprie madri e i padri a stuprare le figlie, uccidendo poi tutti. Le bambine non vennero risparmiate: denudate, erano stuprate anche in gruppo dai soldati. I cadaveri nudi dei bimbi erano spesso gettati nelle strade senza nessun'altra forma di sepoltura.Robert B. Edgerton, Warriors of the Rising Sun Monaci che avevano fatto voto di castità, secondo certe testimonianze, furono costretti a stuprare delle donne per il divertimento dei giapponesi.
Omicidi
Diversi stranieri residenti a Nanchino hanno testimoniato su quanto accadeva in città:
Subito dopo la caduta della città le truppe giapponesi si misero a cercare con determinazione gli ex soldati cinesi, catturando migliaia di giovani uomini. Molti di questi vennero condotti sulla riva del Fiume Azzurro e falciati con raffiche di mitragliatrice in modo che i loro corpi cadessero in acqua. Radunarono anche 1.300 soldati e civili cinesi, tra cui donne e bambini, nei pressi della porta di Taiping, li uccisero tutti facendoli saltare in aria con delle mine per poi bagnare i loro corpi con della benzina e dar loro fuoco. I pochi ancora rimasti in vita dopo questo trattamento furono finiti a colpi di baionetta, mentre altre persone furono picchiate fino alla morte. I giapponesi sottoposero inoltre a esecuzioni sommarie anche numerosi passanti che si trovavano per la strada, generalmente con il pretesto che avrebbero potuto essere soldati travestiti da civili. Pretesto che non reggeva, dato che erano uccisi anche vecchi e bambini.