Litaliano è una lingua romanza parlata principalmente in Italia. Per ragioni storiche e geografiche, l'italiano è la lingua romanza meno divergente dal latino (complessivamente a pari merito, anche se in parametri diversi, con la lingua sarda).

L'italiano è classificato al 23º posto tra le lingue per numero di parlanti nel mondo e, in Italia, è utilizzato da circa 58 milioni di residenti. Nel 2015 era la lingua materna del 90,4% dei residenti in Italia, che spesso lo acquisiscono e lo usano insieme alle varianti regionali dell'italiano, alle lingue regionali e ai dialetti. In Italia viene ampiamente usato per tutti i tipi di comunicazione della vita quotidiana e prevale largamente nei mezzi di comunicazione nazionali, nell'amministrazione pubblica dello Stato italiano e nell'editoria.

Oltre ad essere la lingua ufficiale dell'ItaliaQuesto ruolo non è affidato all'italiano direttamente dalla Costituzione, ma dalla legge ordinaria (). Cfr. Claudio Marazzini, Breve storia della lingua italiana, ed. il Mulino, 2004, Bologna, ISBN 88-15-09438-5, p. 221. e di San Marino, è anche una delle lingue ufficiali dell'Unione europea, della SloveniaCostituzione della Slovenia, della Svizzera,Claudio Marazzini, Breve storia della lingua italiana, ed. il Mulino, 2004, Bologna, ISBN 88-15-09438-5, p. 221. della Città del Vaticano e del Sovrano Militare Ordine di Malta. È inoltre riconosciuto e tutelato come «lingua della minoranza nazionale italiana» dalla Costituzione slovena e croata nei territori in cui vivono popolazioni di dialetto istriano.

È diffuso nelle comunità di emigrazione italiana, è ampiamente noto anche per ragioni pratiche in diverse aree geografiche ed è una delle lingue straniere più studiate nel mondo.

Dal punto di vista storico, l'italiano è una lingua codificata tra Quattrocento e Cinquecento sulla base del fiorentino letterario usato nel Trecento.

Storia

L'italiano è una lingua neolatina, cioè derivata dal latino volgare parlato in Italia nell'antichità romana e profondamente trasformatosi nel corso dei secoli.

Dal latino volgare ai volgari italiani

Già in epoca classica esisteva un uso "volgare" del latino, pervenutoci attraverso testi non letterari, graffiti, iscrizioni non ufficiali o testi letterari attenti a riprodurre la lingua parlata, come accade spesso nella commedia.Villa, cit., p. 7. Accanto a questo, esisteva un latino "letterario", adottato dagli scrittori classici e legato alla lingua scritta, ma anche alla lingua parlata dai ceti socialmente più rilevanti e più colti.

Con la caduta dell'Impero romano e la formazione dei regni romano-barbarici, si verificò una sclerotizzazione del latino scritto (che diventò lingua amministrativa e scolastica), mentre il latino parlato si fuse sempre più intimamente con i dialetti dei popoli latinizzati, dando vita alle lingue neolatine, tra cui l'italiano.Villa, cit., p. 9.

Gli storici della lingua italiana etichettano le parlate che si svilupparono in questo modo in Italia durante il Medioevo come "volgari italiani", al plurale, e non ancora come "lingua italiana". Le testimonianze disponibili mostrano infatti marcate differenze tra le parlate delle diverse zone, mentre mancava un comune modello volgare di riferimento.

Il primo documento tradizionalmente riconosciuto di uso di un volgare italiano è un placito notarile, conservato nell'abbazia di Montecassino, proveniente dal Principato di Capua e risalente al 960: è il Placito cassinese (detto anche Placito di Capua o "Placito capuano"), che in sostanza è una testimonianza giurata di un abitante circa una lite sui confini di proprietà tra il monastero benedettino di Capua afferente ai Benedettini dell'abbazia di Montecassino e un piccolo feudo vicino, il quale aveva ingiustamente occupato una parte del territorio dell'abbazia: «Sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.» ("So [dichiaro] che quelle terre nei confini qui contenuti (qui riportati) per trent'anni sono state possedute dall'ordine benedettino"). È soltanto una frase, che tuttavia per svariati motivi può essere considerata ormai "volgare" e non più schiettamente latina: i casi (salvo il genitivo Sancti Benedicti, che riprende la dizione del latino ecclesiastico) sono scomparsi, sono presenti la congiunzione ko ("che") e il dimostrativo kelle ("quelle"), morfologicamente il verbo sao (dal latino sapio) è prossimo alla forma italiana, ecc. Questo documento è seguito a brevissima distanza da altri placiti provenienti dalla stessa area geografico-linguistica, come il Placito di Sessa Aurunca e il Placito di Teano. Studi recenti tendono ad individuare in una breve Iscrizione della catacomba di Commodilla a Roma su un affresco del secolo che ritrae San Felice e San Adàutto, la prima frase in lingua italiana; la piccola scritta, databile agli anni 800 850, recita:

Attività mercantili e volgari italiani

Durante l'alto e tardo Medioevo, l'Italia era un crocevia di rotte commerciali, grazie alla presenza delle influenti repubbliche marinare come Venezia, Genova, Pisa e Amalfi. Gli scambi mercantili, soprattutto a partire dal IX secolo, portarono a contatti continui tra mercanti italiani e popolazioni di lingua straniera, contribuendo alla diffusione di termini stranieri nei volgari italiani. Le parole legate alla marineria, al commercio, alle transazioni economiche e alle attività portuali entrarono a far parte del lessico quotidiano, influenzando notevolmente la lingua parlata.

L'influenza della Scuola siciliana Uno dei primi casi di diffusione sovraregionale della lingua fu la poesia della Scuola siciliana, scritta in siciliano "illustre" perché arricchito da francesismi, provenzalismi e latinismi, da numerosi poeti (non tutti siciliani) attivi prima della metà del Duecento nell'ambiente della corte imperiale. Alcuni tratti linguistici con questa origine sarebbero stati adottati anche dagli scrittori toscani delle generazioni successive e si mantennero per secoli o fino ad ora nella lingua poetica (e non) italiana: dalle forme monottongate come core e loco ai condizionali in -ia (es. saria per sarebbe) ai suffissi in uso in Sicilia derivati dal provenzale come -anza (es. alligranza per allegria, membranza, usanza, adunanza) o -ura (es. freddura, chiarura, verdura) e altri ancora o vocaboli come il verbo sembrare per parere che per Dante era "parola dotta" (di origine provenzale, giunta anch'essa all'italiano attraverso la lirica siciliana). La Scuola siciliana insegna una grande produttività dell'uso dei già menzionati suffissi e dei prefissi (questi ultimi per lo più derivanti dal latino) come dis-: disfidarsi, s-: spiacere, mis-: miscredere, misfare e tanti altri ancora. Erano già presenti abbreviazioni come dir (dire) o amor (amore) e altri latinismi; ad esempio la parola amuri, in siciliano, si alternava con amore (latinismo). Il contributo della scuola siciliana fu notevole. A proposito Dante scrive in De vulgari eloquentia:

Dal volgare toscano all'italiano

L'assetto dell'italiano discende, in sostanza, da quello del volgare fiorentino trecentesco. Il ruolo di questo volgare nella formazione dell'italiano è tanto importante che in alcuni casi gli storici della lingua descrivono il fiorentino trecentesco già come "italiano antico" e non come "volgare fiorentino".In particolare, sceglie questa soluzione fin dal titolo la Grammatica dell'italiano antico a cura di Giampaolo Salvi e Lorenzo Renzi (Bologna, il Mulino, 2010), che «descrive il fiorentino del Duecento, prima fase documentata della lingua italiana, e dei primi del Trecento» (p. 7).

Tra i numerosi tratti che l'italiano riprende dal fiorentino trecentesco, e che erano invece estranei a quasi tutti gli altri volgari italiani, si possono citare per esempio, a livello fonetico, cinque elementi discriminanti individuati da Arrigo Castellani:Arrigo Castellani, Nuovi testi fiorentini del Dugento, Firenze, Sansoni, 1952, vol. 1, pp. 21-34. i "dittonghi spontanei" ie e uo (in realtà epentesi di /j, w/: piede e nuovo con /jɛ, wɔ/, invece di pede e novo); l'anafonesi (tinca invece di tenca); la chiusura di e pretonica (di- invece di de-); l'esito del nesso latino -RI- in /j/ invece che in r (febbraio invece di febbraro), il passaggio di ar atono a er (gambero invece di gambaro).

Già dalla fine del Trecento, però, la lingua correntemente parlata a Firenze si distaccò dal fiorentino letterario, che di lì sarebbe stato codificato come modello da letterati non fiorentini, a cominciare dal veneziano Pietro Bembo nelle Prose della volgar lingua (1525), imponendosi come lingua comune per la scrittura in tutta Italia a partire dalla seconda metà del Cinquecento. Come evidenzia Bruno Migliorini: «Se leggiamo una pagina di prosa, anche d'arte, degli ultimi anni del Quattrocento o dei primi del Cinquecento, ci è di solito abbastanza facile dire da quale regione proviene, mentre per un testo della fine del Cinquecento la cosa è assai malagevole».Bruno Migliorini, Storia della lingua italiana, Firenze, Sansoni, 1960, p. 303. A partire dal Cinquecento, le espressioni "toscano" e "italiano" sarebbero state quindi utilizzate come sinonimi.

Al Seicento appartiene il primo trattato dedicato non ai volgari italiani o a uno o più di tali volgari, ma alla lingua italiana in quanto tale: Delle osservazioni della lingua italiana di Marcantonio Mambelli, detto il Cinonio.

L'italiano ricoprì anche in Corsica (oggi in Francia, ma prima del 1768 possedimento genovese) un ruolo di prestigio, in qualità di lingua di cultura, religione e per la comunicazione ufficiale, fino alla sua graduale sostituzione col francese avvenuta ufficialmente nel 1859; in Sardegna, ove il ruolo di lingua tetto era ormai da tempo ricoperto invece dallo spagnolo, sarebbe occorso nel tardo Settecento un processo d'intensa italianizzazione a partire dalla gestione sabauda, interessata ad allacciarne i rapporti col Piemonte e, così facendo, la sfera culturale italiana«La dominazione sabauda in Sardegna può essere considerata come la fase iniziale di un lungo processo di italianizzazione dell'isola, con la capillare diffusione dell'italiano in quanto strumento per il superamento della frammentarietà tipica del contesto linguistico dell'isola e con il conseguente inserimento delle sue strutture economiche e culturali in un contesto internazionale più ampio e aperto ai contatti di più lato respiro.» Loi Corvetto, Ines. I Savoia e le "vie" dell'unificazione linguistica. Citata in Putzu, Ignazio; Mazzon, Gabriella (2012). Lingue, letterature, nazioni. Centri e periferie tra Europa e Mediterraneo, p.488«L'italianizzazione dell'isola fu un obiettivo fondamentale della politica sabauda, strumentale a un più ampio progetto di assimilazione della Sardegna al Piemonte.» «En aquest sentit, la italianització definitiva de l'illa representava per a ell l'objectiu més urgent, i va decidir de contribuir-hi tot reformant les Universitats de Càller i de Sàsser, bandejant-ne alhora els jesuïtes de la direcció per tal com mantenien encara una relació massa estreta amb la cultura espanyola. El ministre Bogino havia entès que només dins d'una Universitat reformada podia crear-se una nova generació de joves que contribuïssin a homogeneïtzar de manera absoluta Sardenya amb el Piemont.» .

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