La casa di Asburgo-Lorena di Toscana è un ramo cadetto della casa reale d'Asburgo-Lorena: esso resse il granducato di Toscana dal 1737 al 1801 e dal 1814 al 1860.
Storia Origini La casa madre d'Asburgo-Lorena nacque dal matrimonio, nel 1736, tra Francesco III Stefano, duca di Lorena e di Bar, e l'arciduchessa Maria Teresa d'Asburgo, unica (e contestata) erede dei variegati domìni sparsi per l'Europa (Austria, Boemia, Ungheria, Paesi Bassi, Milano, etc.), i quali costituivano la cosiddetta monarchia asburgica, e il cui sovrano veniva da secoli eletto alla testa del Sacro Romano Impero. Maria Teresa era divenuta erede della casa d'Asburgo per l'assenza di fratelli maschi, in forza della prammatica sanzione emanata da suo padre, l'imperatore Carlo VI, nel 1713. Con la sua linea principale, la nuova dinastia originatasi dal matrimonio avrebbe, sia pur con una breve interruzione, mantenuto il controllo dell'impero, fino alla sua dissoluzione nel 1806, nonché, senza soluzione di continuità, il trono dell'Impero austriaco (poi austro-ungarico) fino al 1918.
La Francia, timorosa dell'allargamento della potenza asburgica che si sarebbe realizzato ai suoi confini grazie all'acquisizione dei ducati di Lorena e di Bar, con il trattato di Vienna del 1738, stipulato al termine della guerra di successione polacca a coronamento e sanzione dei vari preliminari di pace già conclusi negli anni precedenti, da un lato riconobbe finalmente la prammatica sanzione del 1713, e quindi il diritto dell'arciduchessa Maria Teresa di succedere al padre come sovrana della monarchia asburgica; dall'altro però chiese come contropartita che i ducati lorenesi fossero ceduti da Francesco III Stefano a Stanislao Leszczyński (ex re di Polonia e suocero di re Luigi XV di Francia), con diritto di reversione a favore della Francia stessa dopo la morte del sovrano polacco.
Francesco Stefano, che era figlio di Leopoldo di Lorena e di Elisabetta Carlotta di Borbone-Orléans, ed era succeduto al padre sul trono dei ducati di Lorena e di Bar nel 1729, allo scopo di arrivare alla conclusione dell'agognato matrimonio, fu obbligato a piegarsi e ad accettare, seppur con estrema riluttanza, la cessione degli aviti domìni lorenesi (pur mantenendo il riferimento alla Lorena nel proprio nome di famiglia). Come compensazione, non gli restò che accettare il granducato di Toscana, che era un feudo imperiale un po' decaduto, prossimo a rimanere vacante alla morte senza figli dell'ultimo dei sovrani del casato de' Medici, Gian Gastone.
La possibile confluenza del granducato nei domìni asburgici, così come in quelli di qualsiasi altra grande dinastia europea,In precedenza, era stato indicato come successore l'infante di Spagna, Don Carlos di Borbone, dal 1731 anche duca di Parma e Piacenza, ma questi era uscito dal novero dei possibili pretendenti, dopo la conquista, nel 1734, del regno di Napoli. era vista con sospetto e opposizione dalle élite toscane che puntavano a garantire la conservazione dell'autonomia. Il diploma, per così dire, 'preventivo', di investitura granducale di Francesco Stefano e dei suoi discendenti, fu rilasciato dall'imperatore, previa approvazione della dieta di Ratisbona, il 24 gennaio 1737, quando Gian Gastone era ancora in vita: esso già prevedeva in effetti che, essendo il primogenito destinato a succedere a sua madre alla testa degli Stati ereditari di casa d'Austria, «la Toscana sarebbe rimasta separata ed assegnato al figlio secondogenito ed in mancanza al fratello di Francesco Stefano, Carlo di Lorena e ai di lui figli».
Gian Gastone de' Medici morì il 9 luglio di quello stesso 1737, e la mattina del 27 venne calato da Palazzo Vecchio lo stemma della precedente dinastia e issato quello della nuova, in cui il neo-granduca era indicato come Francesco III, nel rispetto dell'ordine dinastico lorenese, a dimostrazione dell'attaccamento del sovrano alle tradizioni storiche della sua famiglia. Dopodiché Francesco Stefano visitò un sola volta Firenze, nel 1739, in compagnia della moglie, per pochi mesi, e il granducato fu amministrato da Vienna per il tramite di istituti e personale anche di notevole valore. D'altronde, a partire dal 1740 la coppia si trovò coinvolta, come protagonista suo malgrado, nella guerra di successione austriaca, durante la quale, dopo il breve interludio di Carlo VII di Baviera, Francesco Stefano riuscì nel 1745 a farsi eleggere imperatore, con il nome di Francesco I.
Essendosi la nuova coppia di sovrani dimostrata eccezionalmente prolifica ed avendo lo stesso Francesco Stefano acquisito la potestà imperiale, la disposizione del diploma di investitura sulla separazione del granducato rispetto alla monarchia asburgica rimase, per così dire, silente, sotto traccia, fino agli inizi degli anni 1760, anche se, nel frattempo, il comportamento della coppia dimostrava che il contenuto della disposizione non era stata dimenticato. Fu evidentemente sul presupposto che il secondogenito maschio della coppia imperiale, l'arciduca Carlo Giuseppe, era destinato alla Toscana, che, nel 1753, per il fidanzamento con l'ultima degli Este, la principessa Maria Beatrice (allora di soli tre anni d'età), fu prescelto il terzo nato Pietro Leopoldo. Questi veniva anche segretamente designato come successore al trono del ducato di Modena e Reggio, nel caso, ormai considerato ineluttabile, dell'estinzione della linea maschile degli Este. Con i due trattati stipulati contestualmente tra le due casate, si conveniva di trasformare gli Stati estensi in una sorta di 'terzogenitura', governata dalla nuova linea dinastica degli Austria-Este (scaturente dal matrimonio concordato) e collocata giuridicamente all'esterno della monarchia asburgica.
Con la morte improvvisa, nel 1761, del fratello maggiore Carlo Giuseppe, Pietro Leopoldo salì di un gradino nella scala di successione degli Asburgo-Lorena, e si poté allora divisare per lui una sistemazione matrimoniale più consona alla sua nuova posizione che non quella convenuta nel 1753. Nel nuovo quadro internazionale nato dal ribaltamento delle alleanze del 1756, il giovane arciduca venne allora proposto per la mano dell'infanta di Spagna, Maria Luisa di Borbone. Nel corso delle trattative, la corte iberica si impuntò sulla condizione che l'arciduca fosse formalmente destinato a diventare sovrano di uno Stato, e non un semplice nobile, per quanto di altissimo lignaggio e allettanti prospettive. Le due parti concordarono allora che il granducato di Toscana sarebbe istituzionalmente diventato una 'secondogenitura', sarebbe cioè passato al secondo nato maschio della coppia imperiale e ai suoi discendenti, rimanendo così giuridicamente separato dai domìni della monarchia asburgica: l'istituzione della secondogenitura, comportava anche che, in caso di successiva riunificazione in una sola persona delle due linee dinastiche, il trono sarebbe di nuovo passato al secondogenito dell'epoca e ai suoi successori, perpetuando così un ramo cadetto toscano autonomo.
Per quanto riguarda il precedente fidanzamento modenese, Este e Asburgo-Lorena concordarono parallelamente di conservare appieno quanto pattuito nel 1753, semplicemente sostituendo il nome di Pietro Leopoldo con quello di suo fratello minore Ferdinando Carlo Antonio, che dieci anni prima non era neppure ancora nato.
Il 14 luglio 1763 l'imperatore Francesco I, in qualità di capofamiglia e di granduca di Toscana, emise un atto di disposizione dinastica, debitamente corredato della formale accettazione da parte del figlio primogenito Giuseppe, con il quale, derogando alle ordinarie regole dinastiche vigenti nella casa di Lorena, veniva istituita nel granducato di Toscana una secondogenitura in favore dell'arciduca Pietro Leopoldo e dei suoi discendenti maschi, con la clausola che, in assenza di tali discendenti, si sarebbe restaurata la primogenitura in favore di Giuseppe e della sua progenieIl testo latino dell'atto di Francesco I e dell'accettazione di Giuseppe è riportato in: (a scapito evidentemente delle prerogative attribuite al loro zio Carlo di Lorena dal diploma di investitura rilasciato da Carlo VI nel 1737). Tale atto costituì la base giuridica per la nascita della nuova linea dinastica degli Asburgo-Lorena di Toscana, linea iniziatasi con l'arciduca Pietro Leopoldo – che succedette al padre, come granduca di Toscana, nel 1765 – e proseguita poi, dopo l'ascesa di questi alla posizione di capo della casata madre nel 1790, dal suo figlio secondogenito Ferdinando e dai suoi successori.
Leopoldo I (Pietro Leopoldo)
Come granduca di Toscana, Leopoldo fu un chiaro esempio di "sovrano illuminato" e le sue riforme si contraddistinsero per una propensione agli scopi pratici più che a quelli teorici. Nella sua opera riformatrice si avvalse di importanti funzionari come Giulio Rucellai, Pompeo Neri, Francesco Maria Gianni, Angelo Tavanti.
Il granduca avviò una politica liberista raccogliendo l'appello di Sallustio Antonio Bandini del quale fece pubblicare l'inedito Discorso sulla Maremma, promuovendo la bonifica delle aree paludose nella Maremma e nella Val di Chiana e favorendo lo sviluppo dell'Accademia dei Georgofili. Introdusse la libertà nel commercio dei grani abolendo i vincoli annonari che bloccavano le colture cerealicole, ma l'avvenimento capitale fu, dopo tanti secoli, la liquidazione delle corporazioni di origine medioevale, ostacolo principale per un'evoluzione economica e sociale dell'attività industriale. Introdusse poi la nuova tariffa doganale del 1781, in base alla quale vennero aboliti tutti i divieti assoluti, che furono sostituiti da dazi protettivi, tenuti, del resto, a un livello molto basso in confronto a quelli allora in vigore.
La trasformazione del sistema fiscale fu da Pietro Leopoldo intrapresa fin dai suoi primi anni di regno e nel 1769 venne abolito l'appalto generale ed iniziata la riscossione diretta delle imposte. Esitante si rivelò invece il sovrano fra la politica di Tavanti, che fino al 1781 attraverso il catasto, intendeva prendere la proprietà fondiaria come termine di misura per l'imposizione fiscale e, dopo la morte di Tavanti, nel 1781, quella di Francesco Maria Gianni, suo maggiore collaboratore dal quel momento, che concepiva un piano di eliminazione del debito pubblico attraverso la vendita dei diritti fiscali che lo stato aveva sulla terra dei sudditi. Si sarebbe poi passati ad un sistema fondato esclusivamente sull'imposizione indiretta; operazione questa che, iniziata nel 1788, non era ultimata nel 1790 quando Leopoldo divenne imperatore.
Riformò certi aspetti della legislazione toscana, ma il suo maggior progetto, la redazione di un nuovo codice che Pompeo Neri avrebbe dovuto realizzare, non giunse a termine per la morte del Neri stesso, mentre i progetti di costituzione non ebbero seguito a causa della sua partenza per Vienna.
In campo ecclesiastico Pietro Leopoldo si ispirò ai principi del giurisdizionalismo, sopprimendo i conventi e abolendo i vincoli di manomorta. Inoltre «guardò con interesse al giansenismo, individuando nel vescovo di Pistoia, Scipione de'Ricci, l'alfiere di queste idee»Dalla pag. 33 libro Giuseppe Marozzo della Rocca "Cardinale e Arcivescovo di Novara: La ...", qui, e così, la Toscana si volse religiosamente verso il Giansenismo, rappresentato dal vescovo di Pistoia Scipione de Ricci, tanto che il granduca gli fece organizzare un sinodo a Pistoia nel 1786 per riformare l'organizzazione ecclesiastica toscana secondo i principi giansenisti.
Il programma uscito da questo sinodo, riassunto in 57 punti e frutto dell'intesa con Pietro Leopoldo, interessava gli aspetti patrimoniali e culturali e affermava l'autonomia delle Chiese locali rispetto al Papa e la superiorità del Concilio, ma le forti opposizioni del clero e del popolo lo convinsero a rinunciare a questa riforma.