Per rappresentanza politica s'intende normalmente la trasmissione formale del potere tra chi detiene la sovranità (la totalità degli individui, ai quali dunque appartiene il potere: democrazia) e chi è legittimato da questi a imprimere contenuto al comando politico (la persona rappresentativa). È elemento fondamentale in una forma di governo di uno Stato di democrazia classica.

Etimologia Il termine "rappresentanza" deriva dal verbo latino arcaico re-ad-praesentàre, da cui il latino classico repraesentàre. Questo verbo è dunque composto dalla particella re ("di nuovo"), da praesens, accusativo praesentem ("presente") e dalla particella interposta ad ("a"). Dunque, il significato forse più letterale è "rendere presenti cose passate o lontane", e di conseguenza quello di esporre sia fisicamente sia mentalmente figure o fatti. Degno di nota, non da un punto di vista etimologico, ma per quanto riguarda il significato specifico del termine, è il riferimento cui rinvia il greco antico μορφóω (morphoo), e cioè al significato di "dar forma a", e, dunque, in questo senso, di "rappresentare".

La storia Introduzione Per comprendere meglio l'analisi e la critica del concetto moderno-occidentale della rappresentanza politica è, infine, opportuno ricorrere all'esame delle cause storiche e sociali che l'hanno preparato e generato e seguire come dal Medioevo a poco a poco si è applicato e diffuso nelle moderne istituzioni; ma, poiché un tale studio è stato già ampiamente svolto e divulgato, non occorre entrare nei particolari della narrazione storica e basta accennare a grandi linee i risultati a cui si è giunti. L'età classica Nell'età classica, greca e romana, il concetto della rappresentanza politica non esisteva.

A causa della ristrettezza numerica dei cittadini che avevano il diritto e l'agio di dedicarsi alla cosa pubblica infatti il popolo normalmente, in materia legislativa e giudiziaria, partecipava direttamente al governo dello Stato mentre, in materia esecutiva, delegava il potere pubblico a cittadini (i "magistrati"), affinché lo esercitassero secondo la volontà popolare.

Ciò è tanto vero che, nell'età classica, mancava una chiara determinazione delle funzioni di ogni organo pubblico, il legislatore costituiva un'eccezione e appariva rivestito di un carattere divino o semi-divino e l'evoluzione del diritto non dipendeva quasi mai da creazioni improvvise ed ex novo, ma da consuetudini lentamente consolidatesi nella convivenza e dall'accumularsi e dall'espandersi della giurisprudenza propriamente detta (Vincenzo Miceli).

La rappresentanza, nell'età classica, aveva pertanto un carattere privatistico.

L'età medievale Nell'età medievale il concetto della rappresentanza politica fu preparato dal contatto tra i popoli barbari e i popoli dell'Impero, dei quali i primi erano organizzati in gruppi, sottogruppi e divisioni di ogni genere, con una svariata quantità di costumi e di diritti, presentavano una cooperazione politica vigorosa e attiva, ma slegata e individualistica, ed erano dominati a preferenza dal sentimento dell'autonomia e dell'indipendenza personale, mentre i secondi erano organizzati in un vasto aggregato politico, nel momento di massima unificazione politica e sociale, presentavano una cooperazione politica coordinata ed estesa, ma fiacca e passiva, ed erano dominati a preferenza dalla tendenza all'accentramento e al rispetto dell'autorità.

La lenta e costante fusione di questi opposti caratteri, il germanico e il latino, produsse la tendenza all'autonomia del gruppo (la tendenza di ogni aggregato sociale a trasformarsi in organismo politico) e si manifestò nella sostituzione dello Stato propriamente detto con numerosi e diversi gruppi sociali semi-autonomi (dotati ciascuno di una propria frazione di sovranità).D. Nocilla e L. Ciaurro, (Rappresentanza politica, in Enciclopedia del diritto, Milano, 1987, p.552): «Si ritiene […] che i componenti di consigli, stati, curie, assemblee, parlamenti e diete medievali sarebbero stati legati ai rispettivi ceti, borghi, città e corporazioni da un rapporto di tipo privatistico, configurandosi come mandatari di questi ultimi, per rappresentarne interessi, volontà, desideri e richieste presso il sovrano. In altri termini le istituzioni rappresentative del Medioevo sarebbero state caratterizzate da tutti gli elementi propri del rapporto rappresentativo di diritto privato: i tre soggetti investiti (monarca, rappresentante e rappresentato), il vincolo del mandatario verso il mandante, le istruzioni specifiche di quest'ultimo al primo (i cahiers de doléance) e la conseguente necessità che i mandatari chiedessero ai propri mandanti istruzioni di fronte a questioni impreviste (i "mandati" ad audiendum et referendum), la revocabilità del mandato conferito, la sua onerosità.»

Tali gruppi, presentando al proprio interno un elevato livello di omogeneità, avevano un mandatario, che agiva in loro vece ogni volta che non potevano agire da sé, e man mano si organizzarono, prima nel feudo e poi nel comune (Vincenzo Miceli). La rappresentanza nell'età medievale continuava ad avere pertanto un carattere privatistico.D. Nocilla e L. Ciaurro tuttavia, premettendo che, a ben considerare le fonti, si scopra come non tutto ciò che è proprio della rappresentanza pubblicistica fosse assente nella rappresentanza medievale, aggiungono: «La convocazione delle Assemblee non conteneva generalmente una indicazione degli oggetti da discutere, se non assolutamente indeterminata; e ciò al fine di consentire lo svolgimento delle stesse con ampi margini di libertà, senza costringere i rappresentanti a ritornare ad referendum presso le comunità che li avevano delegati: il che, del resto, sarebbe stato possibile solo con grave ritardo nella discussione e nella deliberazione sulle questioni in ordine alle quali il sovrano chiedeva auxilium et consilium. Quest'ultimo, poi, si preoccupava di chiedere che i rappresentanti inviati al Parlamento fossero muniti di plena potestas, onde l'instaurarsi spesso di un contenzioso tra funzionari governativi e comunità rappresentate in ordine alla nullità dei mandati recanti limitazioni. Di qui la prassi prevalente di inviare rappresentanti forniti di omnimoda potestas, cui si aggiungeva l'impegno da parte delle comunità stesse di eseguire quanto approvato dai propri inviati. Del resto, anche quando i mandati contenevano specifiche istruzioni per i rappresentanti, doveva ritenersi che questi ultimi, una volta eseguito quanto loro richiesto da tali istruzioni, fossero poi liberi di affrontare, discutere, votare tutte le altre questioni; gli stessi cahiers erano destinati ad essere rifusi nell'unico cahier che ciascuno dei tre ordini o Stati presentava al sovrano nel corso di quella sessione dell'Assemblea. Il mandato scritto, che generalmente era affidato ai rappresentanti, aveva lo scopo di giustificarne la legittimazione a partecipare all'Assemblea; e risulta chiara la preoccupazione dei sovrani di chiedere che i diversi soggetti collettivi designassero persone esperte e sagge, capaci di dare consilium, valutando non tanto gli interessi della comunità rappresentata, quanto, secondo ragione, quelli dell'intero reame, di cui il Parlamento tutto si considerava rappresentativo» (op. cit, pp. 553-554).

L'età moderna Nell'età moderna il concetto della rappresentanza politica fu generato dal naturale sviluppo dei vincoli della comune tradizione, lingua, razza, indole e territorio, che determinano il carattere proprio di una nazionalità, nonché dalla coalizione delle grandi classi sociali (l'aristocrazia, il clero, la borghesia e, in alcune parti, il ceto dei contadini) contro il monarca, che era prevalso sugli altri elementi politici e aveva acquistato un potere assoluto.

Il processo suddetto si manifestò nel rafforzamento della coesione sociale, nell'ingrandimento dello Stato, nell'accentramento dei poteri pubblici e nell'aumento del numero, delle funzioni e della specializzazione degli organi pubblici e si verificò, prima, in Inghilterra e, poi, nel continente.

In Inghilterra infatti la corona fu subito molto potente poiché il re normanno Guglielmo I, dopo una breve lotta contro le popolazioni anglosassoni, fu signore dell'isola e vi impiantò un rigido sistema feudale, che vedeva al vertice il re e alla base gli uomini più fedeli del suo seguito. In quella regione inoltre, in conformità alle antiche leggi e consuetudini anglosassoni, gli elementi sociali si mostrarono più energici, più vitali e più tenaci e conservarono sempre vivo il sentimento della libertà. Ben presto quindi l'aristocrazia e la borghesia nascenti si coalizzarono e iniziarono una lunga lotta contro la corona per restringerne a poco a poco la potenza e riguadagnare man mano le perdute libertà (V. Miceli).

Nel continente invece l'elemento monarchico rimase a lungo debole, perché scosso dal frazionamento feudale successo all'Impero carolingio, sicché, per ogni gruppo, il nemico da temere e da combattere non era il monarca, il cui aiuto veniva anzi spesso invocato, ma il gruppo più vicino e più potente. In quella regione inoltre il concetto latino di uno Stato potente e centralizzatore aveva messo più profonde radici e doveva certo esercitare un'azione più forte. Avvenne quindi che gli elementi sociali, in un primo tempo, persero ogni vigoria e si lasciarono assorbire dall'elemento monarchico mentre, in un secondo tempo, si coalizzarono contro di esso, avviando in tal modo anche nel continente, il lungo processo di trasformazione della monarchia da assoluta e feudale in rappresentativa (V. Miceli).

La rappresentanza nell'età moderna passò pertanto da un carattere privatistico a un carattere pubblicisticoGuastaferro Barbara, Rinnegare Edmund Burke? «English Votes for English Laws» e rappresentanza politica, in Quaderni costituzionali, 2016 fasc. 3, pp. 573 - 575., in virtù dell'affermarsi della democrazia rappresentativaCerutti C., L'istituto moderno-occidentale della rappresentanza politica, in Giustizia amministrativa, 2008 fasc. 2, pp. 192 - 200..

Nella filosofia politica Tale concetto, nella sua valenza specificamente filosofica, occupa una posizione di rilievo nel panorama della filosofia politica moderna. Senza di esso infatti non sarebbe possibile pensare l'agire politico, determinato e determinantesi mediante una rete di dispositivi che organizzano e strutturano logicamente questa realtàCaporali Giancarlo, Considerazioni sulla rappresentanza politica, in Diritto e società, 2007 fasc. 4, pp. 619 - 692.. Genealogia Parlando di concetti è necessario parlare di genealogia, intesa in termini specificatamente nietzschiani. In altre parole: l'elemento storico ha molta meno realtà di quanto normalmente ci si deve aspettare. Infatti non è possibile una storia dei concetti, se per questa s'intende un resoconto cronologico finalizzato a ripercorrere, secondo un disegno unitario, i significati che si sono sedimentati in alcuni termini attraverso le diverse epoche storiche. Se così fosse, ciò significherebbe pensare i concetti come eterni, dotati di una validità universale a prescindere dal diverso contesto in cui sono inseriti. Se infatti si potesse anche solo tentare un confronto con i vari significati racchiusi in un termine, questo presupporrebbe almeno un nucleo identico atto a permettere tale paragone.

Chi sia stato il primo pensatore a usare coscientemente, fuori dell'ambito giuridico, il termine rappresentanza nel panorama moderno, è questione perlomeno dibattuta. Una possibile soluzione potrebbe trovarsi nella filosofia politica di Thomas Hobbes, specificatamente al suo Leviatano. In effetti, se fino ad allora tale concetto indicava l'atto del "rappresentare un terzo di fronte a qualcuno" già inserito in un contesto politico dato e determinato, da Hobbes in poi il significato cade sulla creazione dal nulla del soggetto politico: dalla tabula rasa si passa dunque alla costruzione di un ordine assolutamente nuovo, moderno.

Logica