Con il termine socii, foederati o civitates foederatae, si indicavano i popoli o le città legate a Roma da un trattato denominato foedus.

Origine del termine Con il termine foederati o foederatae civitates si indicavano i popoli o le città legate a Roma da un trattato denominato foedus. Prima della fondazione di Roma si era creata nel Lazio una confederazione di città latine con capitale Alba Longa, aventi una comunanza di lingua, religione e costumi. Il cittadino, ove si trovasse in ciascuna delle città federate, godeva degli stessi diritti e doveri: ius hospitalitatis (migrationis): il cittadino federato aveva il diritto di essere accolto e rispettato in ogni città federata, e in generale godeva degli stessi diritti e doveri del cittadino di quella città, tranne che per casi particolari; ius commercii: ogni cittadino federato poteva commerciare liberamente e aveva diritto di proprietà in ciascuna città federata come se fosse la propria; ius connubi: ogni cittadino federato poteva sposarsi con qualunque donna della federazione e parimenti godeva della paternità della propria prole; ius reciperationis: qualora un cittadino federato vedeva lesi i propri diritti, poteva invocare una riparazione e una protezione per il futuro.Pietro Barinetti, cit., pp. 25-45.

Evoluzione del significato Età repubblicana Sin dagli albori Roma si trovò in conflitto con la confederazione dei latini. Sconfitta dapprima Alba Longa sottomise via via tutte le città confederate, dominando alla fine l'intero Lazio. In seguito Roma continuò a rispettare i privilegi dei latini tramite lo ius Latii, mettendosi semplicemente a capo di essi.

Dopo la sconfitta dei sanniti, di Pirro, e dell'annessione della Gallia Cisalpina, Roma controllava l'Italia intera.

Tutti i popoli italici vennero federati e considerati socii populi romani. I latini preservavano però la loro peculiarità anche nel nome, essendo distinti quando appellati nell'insieme, e cioè come socii et nomen latinum, ossia “i soci (italici) e il popolo latino”. La maggior parte delle città latine erano rette dello ius Latii, mentre, ad altre, era stata concessa la piena cittadinanza romana (optimo iure), o in alcuni casi la civitas sine suffragio, ossia la cittadinanza romana ma senza la possibilità di voto.

Quindi, inizialmente, al principio dell'età repubblicana, internamente all'Italia, i socii potevano essere distinti in due categorie ben definite: i socii Latini nominis erano gli alleati che facevano parte della Lega Latina, distinti a loro volta dai restanti socii italici.

Di diversi privilegi godevano anche le colonie a seconda che fossero romane (rette dal diritto romano) o latine (rette dallo ius Latii). Il diverso grado di privilegi concessi da Roma alle città italiche diede luogo a risentimenti e rivendicazioni che sfociarono nella guerra sociale (91-88 a.C.).

Nel corso di questo conflitto furono emanate due leggi che portarono alla concessione della cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell'Italia: la Lex Iulia de civitate latinis et sociis danda del 90 a.C., la quale concedeva la piena cittadinanza romana a tutti i latini ed ai restanti socii italici rimasti fedeli o che avessero deposto le armi, e la Lex Plautia Papiria dell'89 a.C., che concesse, in maniera complessiva, la piena cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell'Italia residenti a sud dell'Arno e del Rubicone (così come a quella parte di Cisalpini residenti a sud del fiume Po).

Precedentemente alla guerra sociale i socii italici avevano l'obbligo di rifornire l'esercito romano di truppe e navi ogni qualvolta fosse loro richiesto; in cambio, le loro comunità mantenevano le proprie leggi ed erano esentate da tributi economici. Con l'andare del tempo, tutti i socii assunsero gradualmente le leggi e i costumi di Roma.William Smith, cit., pp. 345-346.

Il numero delle truppe che i socii dovevano inviare era stabilito dal senato attraverso la cosiddetta formula togatorum, e dipendeva dalla capacità demografica della singola città. Spettava invece al console la scelta del luogo di raduno delle truppe.

In un'armata consolare il numero di truppe schierate dai socii era pari a quello dei romani, mentre i cavalieri erano di numero triplo, anche se queste proporzioni non sempre venivano rispettate. Il console nominava dodici prefetti tra i socii, con poteri corrispondenti a quelli dei tribuni militari romani. Dall'armata fornita dai socii veniva prelevato un terzo dalla cavalleria e un quinto dalla fanteria. Questi soldati prendevano il nome di extraordinarii e venivano usati per casi particolari. Il resto veniva suddiviso in due ed andava a costituire le ali dello schieramento romano (alae sociorum), poste ai fianchi delle legioni..

Il soldato proveniente dall'armata dei socii riceveva lo stesso salario del legionario romano, mentre il cavaliere un terzo in meno. Ogni città provvedeva al salario e alle forniture di armi e vestiario del proprio cittadino, nominando questori e furieri per la distribuzione. In caso di vittoria i bottini di guerra erano divisi senza distinzione, compresa la spartizione di terre.

In seguito all'emanazione della Lex Iulia del 90 a.C. i rapporti con i socii italici cessarono di essere dominanti e, appena un anno dopo, con l'emanazione della Lex Papiria dell'89 a.C. (succeduta a sua volta, nel 49 a.C., dalla Lex Roscia, riguardante il nord Italia), la funzione dei socii cessò di esistere all'interno dell'Italia romana, essendo ormai tutti gli italici, de iure, cittadini romani.

Età imperiale Rimanevano però i rapporti con gli alleati esteri. Essi erano di due tipi: foedus aequum: nel caso di legami con città con cui non si era entrati in guerra, o che la guerra non avesse prodotto una vittoria; foedus iniquum: nel caso di alleanza dovuta a sconfitta, nel qual caso dovevano accordare ogni richiesta venisse da Roma.

I foederati avevano il diritto di dissodare e coltivare la terra incolta entro i confini dell'impero e ne potevano godere i frutti a patto di difendere le terre dove si erano insediati. Tale trattato lasciava liberi i popoli che stipulavano l'accordo, obbligandoli solo a fornire milizie ausiliarie e a non concludere alleanze con altri popoli. I soldati provenienti dai socii esteri non facevano parte dei legionari, ma delle forze ausiliare con armi leggere. Inizialmente, il tributo romano prendeva la forma di denaro o cibo, ma con il diminuire delle entrate fiscali nel IV e V secolo, i foederati venivano ricompensati con la proprietà del territorio locale, il che equivaleva al permesso di insediarsi sul territorio romano. La pressione sui confini era dovuta anche a ragioni climatiche, che avevano innescato un effetto "domino" a partire dalle popolazioni che vivevano più a nord-est, obbligandole a spostarsi per via del raffreddamento e l'inaridirsi dei pascoli.

Teodosio e i Goti

Nel corso del IV secolo, fino almeno alla crisi gotica del 376-382, i Foederati erano esclusivamente extra fines, ovvero continuavano a risiedere al di fuori dei confini dell'impero, impegnandosi a non invaderlo e anzi ad aiutarlo contro incursioni di altre popolazioni barbariche, costituendo dunque una prima linea di difesa avanzata. I foederati Saraceni, posti sotto il governo di un filarca, in cambio di approvvigionamenti regolari di annona (annonae foederaticiae), contribuivano per esempio alla difesa del limes orientale contro i Persiani. I Foederati extra fines spesso fornivano truppe mercenarie all'impero in occasione di specifiche campagne militari.

Nel 376, tuttavia, i Goti Tervingi, scacciati dalle loro sedi dagli attacchi degli Unni, chiesero all'imperatore Valente il permesso di stabilirsi sulla riva sud del Danubio e vennero accettati all'interno dell'impero. I propagandisti di corte elogiarono Valente per l'ammissione dei Goti Tervingi, in quanto in questo modo si assicurava una considerevole fonte di reclutamento nonché un'ulteriore fonte di entrate per il fisco. In realtà, stando alla tesi di Heather, è possibile che Valente fosse stato costretto ad accogliere i Goti, in quanto il grosso del suo esercito di campo era in Oriente impegnato in operazioni militari contro la Persia, e in Tracia era rimasto un numero troppo esiguo di truppe per opporsi con successo a un eventuale attraversamento non autorizzato del Danubio da parte dei Goti. In effetti, il fatto che Valente intendesse limitare i danni, non accogliendo troppi barbari per volta, è confermato dal fatto che rifiutò l'ammissione dei Goti Greutungi, nonostante anch'essi ne avessero fatto richiesta.

Fino a quel momento vi erano stati casi (deditio) in cui l'impero aveva accolto intra fines, cioè all'interno dei confini, delle popolazioni barbariche, insediandoli come contadini non liberi (dediticii) in zone di confine desolate, ma in tal caso i Romani, per precauzione, disperdevano i dediticii in modo da distruggere la loro coesione e renderli facilmente controllabili. Nonostante l'ammissione dei Goti all'interno dell'impero fosse stata presentata dalla propaganda imperiale come deditio, di fatto il numero eccessivo di Barbari da insediare, a cui si aggiunse il numero esiguo di truppe romane in Tracia, rese impossibile per l'impero imporre agli immigrati le condizioni di norma imposte ai dediticii; ai Goti fu permesso di mantenere la loro coesione tribale all'interno dell'impero, costituendo così de facto, anche se non de jure, il primo caso di Foederati intra fines, ovvero Foederati insediati all'interno dei confini dell'impero.

Le fonti antiche accusano gli ufficiali romani di avere gestito male l'insediamento dei Tervingi: per esempio non avrebbero adempito all'ordine di confiscare tutte le armi agli immigrati perché corrotti dai Goti; poi avrebbero lucrato alle spalle dei Goti, riducendoli dapprima alla fame e vendendo poi loro cibo di scarsa qualità a prezzi carissimi; in seguito al tentativo di assassinio dei loro capi nel corso di un banchetto, i Goti non ne poterono più dei maltrattamenti subiti e decisero di rivoltarsi e devastare l'impero (inizi del 377). In realtà, è possibile che la mancata confisca delle armi fosse dovuta alla necessità di velocizzare l'attraversamento del fiume per evitare una sommossa tra i Goti, il che impedì agli ufficiali di controllare perfettamente i loro equipaggiamenti. Il razionamento dei viveri alle popolazioni immigrate potrebbe essere stato attuato per tenere sotto controllo una moltitudine di barbari che si sarebbe potuta dimostrare ostile e, data la sua presenza al di qua delle frontiere, molto pericolosa. Anche il rapimento o l'uccisione dei capi barbari durante un banchetto era una tattica usata frequentemente dai Romani al fine di distruggere la coesione delle popolazioni nemiche. Non è dunque da escludere che gli abusi che spinsero i Goti alla rivolta fossero espedienti messi in atto per rendere inoffensivi i nuovi insediamenti di barbari che in questo caso fallirono a causa del numero troppo esiguo di truppe romane, insufficiente a tenere sotto controllo un insediamento di decine di migliaia di guerrieri goti. Probabilmente i Romani, essendosi trovati impreparati a dovere accogliere all'improvviso una popolazione così numerosa, non riuscirono a gestire in maniera adeguata l'emergenza, portando infine alla rivolta dei Goti.