Il suo nome fu associato ai rapporti tra servizi segreti italiani e criminalità, culminati nella strage di via d'Amelio dove morì in un attentato il giudice Paolo Borsellino che in quel periodo indagava sui collegamenti tra mafia e Stato, e alla cosiddetta "zona grigia" tra legalità e illegalità. Contrada si è dichiarato collaboratore e amico di Borsellino, ma i familiari del magistrato assassinato hanno smentito fermamente. In gioventù fu amico e superiore di Boris Giuliano, la cui moglie ha espresso invece perplessità sulla colpevolezza di Contrada.

Arrestato il 24 dicembre 1992, Contrada, che si è dichiarato estraneo al reato, in un primo tempo assolto in appello, è stato condannato in via definitiva nel 2007 a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 2011-12 venne respinta la richiesta di revisione del processo e sempre nel 2012 finì di scontare la pena. L'11 febbraio 2014 la Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) ha condannato lo Stato italiano poiché ha ritenuto che la ripetuta mancata concessione degli arresti domiciliari a Contrada, sino al luglio 2008, pur se gravemente malato e malgrado la palese incompatibilità del suo stato di salute col regime carcerario, fosse una violazione dell'art. 3 Cedu (divieto di trattamenti inumani o degradanti).

Il 13 aprile 2015 la stessa Corte europea dei diritti umani ha condannato lo Stato italiano stabilendo un risarcimento per danni morali da parte dello Stato italiano perché non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa dato che, all'epoca dei fatti (1979-1988), «il reato non era sufficientemente chiaro, né prevedibile da lui. Contrada non avrebbe potuto conoscere le pene in cui sarebbe incorso»., Cronache del Garantista, 15 aprile 2015 In seguito a ciò, nel giugno 2015 è incominciata la revisione del processo di Contrada, poi respinta il 18 novembre. Gli avvocati di Contrada hanno presentato istanza di revoca della condanna, respinta dalla corte d'appello di Palermo, e infine accolta nel 2017 dalla corte di Cassazione, che ha dichiarato "ineseguibile e improduttiva di effetti penali la sentenza di condanna". La Corte di Cassazione ha chiuso quindi la vicenda perché il fatto non era previsto come reato all'epoca degli eventi contestati, in accoglimento della sentenza di Strasburgo.

Il 14 ottobre 2017 il capo della Polizia Franco Gabrielli ha revocato il provvedimento di destituzione di Contrada, reintegrandolo come pensionato nella Polizia di Stato. La revoca della destituzione è retroattiva e parte dal gennaio 1993, data della rimozione dal servizio.

Biografia Entrato in Polizia nel 1962, frequentò a Roma il corso di istruzione presso l'Istituto superiore di polizia. Dopo alcuni ruoli nel Lazio, nel 1973 gli venne affidata la direzione della squadra mobile di Palermo.

Contrada fu uno degli investigatori che indagarono sul caso della scomparsa di Mauro De Mauro, giornalista rapito e assassinato dalla mafia nel 1970. Secondo lui e secondo Boris Giuliano la scomparsa era legata alle indagini di De Mauro sull'attentato in cui morì Enrico Mattei, presidente dell'Eni, morto ufficialmente in un incidente aereo, mentre altri come Carlo Alberto dalla Chiesa pensavano fosse dovuta all'inchiesta sulla droga che stava svolgendo. In seguito nella vicenda entrarono anche i servizi segreti; alcuni hanno avvicinato la figura di un certo "signor X" (forse Vito Guarrasi) a Contrada. Insieme a Contrada, Dalla Chiesa e Giuliano, lavorava al caso anche Giuseppe Russo; Dalla Chiesa, Giuliano e Russo saranno in anni seguenti assassinati dalla mafia, anche se i metodi di quest'ultimo saranno contestati e su di lui graveranno alcune pesanti ombre (come per l'indagine sulla strage di Alcamo Marina). Nel 1976 lasciò a Giuliano la guida della mobile palermitana per passare alla Criminalpol.

Nel 1982 Contrada transitò nei ruoli del SISDE con l'incarico di coordinarne i centri della Sicilia e della Sardegna. Nel settembre del 1982 viene nominato dal prefetto Emanuele De Francesco Capo di Gabinetto dell'Alto Commissario per la lotta contro la mafia, incarico che ricopre fino al dicembre del 1985; Nel 1986 fu chiamato a Roma presso il Reparto Operativo della Direzione del SISDE.

Tra le azioni da lui dirette, numerosi arresti di trafficanti di droga e una vasta operazione contro un'organizzazione mafiosa che faceva capo alle famiglie dei Cursoti, dei Madonia e ai Corleonesi, che aveva come base operativa l'autoparco di Milano. Il 3 luglio 1993 (quindi sette mesi dopo l'arresto di Bruno Contrada) l'attività informativa da lui avviata portò al sequestro di beni mobili e immobili, titoli di credito e azioni che facevano capo a Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Contrada si fece anche promotore di una riorganizzazione del SISDE, sostituendo la prevalente funzione antieversiva con una specifica funzione antimafia, dal momento che la criminalità mafiosa aveva raggiunto livelli tali da poter essere ritenuta destabilizzante per le istituzioni; in tal caso ci sarebbe però stato un conflitto di attribuzione con la stessa Direzione Investigativa Antimafia, con cui ci furono contrasti.

È morto a Palermo il 12 marzo 2026 a 94 anni ed è stato sepolto nel cimitero di Santa Maria dei Rotoli.

La vicenda giudiziaria Il primo processo per concorso esterno in associazione mafiosa

Il 24 dicembre 1992, alle 7 di mattina venne arrestato, con mandato di cattura emesso dal Gip Sergio La Commare su richiesta dei sostituti procuratori Antonio Ingroia, Alfredo Morvillo, Gioacchino Natoli, Roberto Scarpinato, Guido Lo Forte e del procuratore aggiunto Vittorio Aliquò (il nuovo procuratore capo Gian Carlo Caselli s'insedierà tre settimane dopo)Bruno Contrada e Letizia Leviti, La mia prigione: Storia vera di un poliziotto a Palermo, Marsilio, 2012, pag. 22., perché accusato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso (estensione giurisprudenziale dell'art. 416 bis codice penale) sulla base delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia (tra i quali Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta, Giuseppe Marchese, Salvatore Cancemi) e rimase in regime di carcere preventivo fino al 31 luglio 1995, detenuto, limitatamente a questo periodo, nel carcere militare di Forte Boccea (Roma).

Il primo processo a suo carico, incominciato il 12 aprile 1994, si concluse il 19 gennaio 1996, quando, al termine di una requisitoria protrattasi per ventidue udienze, il Pubblico Ministero Antonio Ingroia chiese la condanna a dodici anni, Corriere della Sera, Archivio. Il 5 aprile 1996 i giudici disposero dieci anni di reclusione e tre di libertà vigilata.

L'allora capo della polizia Vincenzo Parisi si prodigò invece per difendere l'indagato.la Repubblica 27 dicembre 1992 Antonino Caponnetto giudicò incauta la posizione assunta da Parisi.La Stampa 28 dicembre 1992 Luciano Violante, nel frattempo divenuto presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, parlò in proposito di "caratteristica strutturale" circa il rapporto di Cosa nostra con il potere.Il Messaggero 2 gennaio 1993

Secondo Mutolo, la mafia era un'organizzazione dalla spiccata natura anticomunista, che aveva servito la causa atlantica sia portando voti alla Democrazia Cristiana, sia contrastando con ogni mezzo le iniziative delle formazioni progressiste (l'esempio più famoso nella strage di Portella della Ginestra). Questa attitudine aveva come contropartita una sorta di tacita pax mafiosa: per anni, lo Stato aveva evitato di combattere efficacemente contro quell'organizzazione criminale. A metà degli anni 1970 qualcosa era cambiato, poiché la politica sembrava aver accantonato i progetti di colpo di Stato. Nel mutato scenario, si osava attaccare i vertici mafiosi avvalendosi dello strumento giuridico dell'associazione per delinquere. L'incriminazione per tale reato, in buona sostanza, esponeva i boss al rischio di essere coinvolti nella responsabilità per ogni misfatto importante che accadesse nei rispettivi "mandamenti".De Lutiis, I servizi, op. cit., pag. 382

L'analisi mafiosa della situazione aveva naturalmente individuato dei soggetti responsabili: oltre al medesimo Contrada, Boris Giuliano e Tonino De Luca. Nei confronti di questi uomini dello Stato, secondo Mutolo, la mafia avrebbe adottato una strategia del bastone e della carota: prima il tentativo di minaccia/corruzione e in seguito l'omicidio.Vi sono diversi atti processuali da cui trapela che Contrada avrebbe tra l'altro ottenuto dal mafioso la disponibilità di un appartamento in cui consumava appuntamenti galanti. La vicenda sarebbe strettamente collegata al suicidio del magistrato Domenico Signorino. Si confronti De Lutiis, I servizi, op. cit., nota a pag. 582.

Mutolo sostiene di aver appreso da Rosario Riccobono che Contrada "era ormai passato a disposizione della mafia".Corte d'assise di Palermo, Sentenza contro Bruno Contrada, pag. 183 Dalla medesima fonte, Mutolo sapeva che il primo mafioso di rango a stabilire un rapporto di amicizia con Contrada sarebbe stato Stefano Bontate, avvalendosi dei buoni uffici prestati dal conte Arturo Cassina, una sorta di vicino di casa per il mafioso, nonché confratello del funzionario SISDE presso l'Ordine del Santo Sepolcro. Questa duplicità di relazioni risulta dalle carte processuali. L'Ordine del Santo Sepolcro confermò l'appartenenza dei due soggetti che abbiamo richiamato (d'altronde le liste di quella confraternita sono di pubblico dominio), ma smentì che avessero un rapporto personale. Al contrario, i magistrati ritennero non solo l'esistenza di questo contatto, ma anche una sorta di collaborazione piuttosto spinta tra Contrada e il nominato Riccobono, al punto che più volte il secondo sarebbe stato informato dal primo dei vari tentativi di catturarlo a opera della polizia, il tutto attraverso l'avvocato Cristoforo Fileccia.

L'ex magistrato Gian Carlo Caselli sul caso Contrada ha osservato che: «Tutte le sentenze di condanna a suo carico concludono dicendo che l'imputato ha dato il contributo sistematico e consapevole sia alla conservazione sia al rafforzamento di Cosa nostra. Ci sono state “soffiate” per consentire la fuga di latitanti in occasioni di imminenti operazioni di polizia. Tre volte in favore di Totò Riina e di altri due latitanti mafiosi nel 1981. Risulta che l’imputato si sia mosso con la Questura per far avere la patente a Stefano Bontate e a Michele Greco detto “Il Papa”. A monte delle soffiate c'erano amichevoli contatti con Bontate, Salvatore Inzerillo, Michele Greco e Salvatore Riina: tutti mafiosi ai vertici di Cosa nostra. In sostanza, secondo un pentito, dire che Contrada era nelle mani di Cosa nostra era come dire pane e pasta: tutti lo sapevano».

Il 4 maggio 2001 la Corte d'appello di Palermo lo assolse perché il fatto non sussiste. Dopo l'assoluzione, in giugno si candidò come indipendente nelle liste di Alleanza Nazionale alle elezioni regionali siciliane, nel collegio di Palermo, ottenendo 1.975 preferenze.

Il nuovo processo Il 12 dicembre 2002 la Corte di cassazione annullò la sentenza di secondo grado, ordinando un nuovo processo, davanti a una diversa sezione della Corte d'appello di Palermo.

Al termine del nuovo processo, il 25 febbraio 2006 i giudici di secondo grado confermarono, dopo 31 ore di camera di consiglio, la sentenza di primo grado che condannava Bruno Contrada a 10 anni di carcere e al pagamento delle spese processuali.

Il 10 maggio 2007 la Corte di cassazione ha confermato la sentenza di condanna in appello. La corte escluse però che avesse agito per denaro. Contrada venne rinchiuso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta.

Richiesta di revisione del processo (respinta)