Le guerre romano-celtiche racchiudono una serie di conflitti il cui inizio viene fatto risalire ai primi decenni del IV secolo a.C., quando la prima invasione storica della penisola da parte dei Celti mise a repentaglio la stessa sopravvivenza di Roma.
La prima minaccia celtica portata contro Roma si inserisce in un contesto di grandi movimenti migratori provenienti d'oltralpe, sia dalla Gallia nordorientale sia dall'Europa centrale, che, nel IV secolo a.C., ebbero come risultato finale l'occupazione celtica di molti territori dell'Italia del Nord e del litorale adriatico centro-settentrionale, con puntate meridionali che, nel IV secolo a.C., si spinsero fino in Puglia e Campania. Le premesse a tali migrazioni di popoli furono poste da precedenti contatti del mondo celtico transalpino con l'ambiente peninsulare, dovuti essenzialmente a traffici commerciali in cui il fondamentale ruolo intermediario spettava alle popolazioni dell'area centro-settentrionale della penisola, soprattutto Celti di antico insediamento della cultura di Golasecca, Etruschi tirrenici e padani, Veneti, con l'eventuale tramite di popolazioni alpine come i Reti.
Basandosi sul complesso delle fonti, e sull'evidenza archeologica, ma anche sugli sviluppi successivi, la storiografia attuale è giunta ad una concorde valutazione delle occupazioni territoriali dei Celti in Italia, e degli episodi bellici che ne scaturirono: la penetrazione celtica in Italia, un evento che potrebbe apparire spontaneo, fu invece il risultato di una consapevole pianificazione; esso, anzi, fu caldeggiato, e forse addirittura perseguito ed eterodiretto, da uno degli attori principali degli equilibri politici che andavano delineandosi sulla penisola: Dionisio I di Siracusa, l'ambizioso tiranno che da tempo era impegnato sul duplice fronte delle rivalità con Cartagine e della conflittualità diretta contro il blocco coalizzato delle poleis italiote: egli coltivava mire verso un'estensione della sua influenza in Sicilia e sulle sponde tirreniche e adriatiche dell'Italia, oltre che, secondo il consiglio di Filisto, sul versante adriatico greco-epirota ed illirico: era quindi il primo a poter guardare con favore all'ingresso di un nuovo soggetto nell'agone geopolitico, da cui poteva trarre molti vantaggi, soprattutto in un'ottica antagonista al mondo etrusco, la cui alleanza con Cartagine suggellava da tempo il dominio sul Tirreno.
La tradizione romana, pur tra evidenti deformazioni propagandistiche, ci ha consegnato diversi resoconti degli avvenimenti. Un accento particolare viene posto sulla portata della minaccia celtica nei confronti dell'emergente Roma: il sacco celtico, il primo di una serie nella storia della città, sicuramente avvenuto qualche anno dopo la tradizionale data del 390 a.C., è descritto come un evento dagli effetti pressoché distruttivi e potenzialmente destabilizzanti per la sopravvivenza di Roma. Questa visione è condivisa, pur con qualche significativa eccezione, da molti degli storici moderni.
L'irrompere della minaccia celtica sul territorio italiano determinò anche il pieno e definitivo ingresso dei Celti alla ribalta della storia scritta, permettendo, da allora in poi, di conoscere meglio i contorni storici e cronologici delle loro vicende. Essa ebbe anche l'effetto di porre per la prima volta sotto i riflettori della storiografia greca la città di Roma, fino ad allora quasi sconosciuta. Le ostilità continuarono, nei secoli successivi, fino a quando la minaccia portata sul suolo italiano fu contenuta e infine soffocata, con la conquista della Pianura Padana nel II secolo a.C. e la conseguente creazione della provincia romana di Gallia Cisalpina. La conflittualità tra Celti e Romani conobbe ancora vari sussulti e riemerse nell'ultimo quarto del II secolo a.C., stavolta in pieno territorio gallico, quando la vittoria romana portò alla creazione della Provincia Narbonensis. Ma la minaccia celtica contro le politiche di Roma si spense definitivamente solo alla metà del I secolo a.C., quando Giulio Cesare pose fine all'indipendenza della Gallia.
Contesto storico
La storia delle guerre tra Roma antica e il mondo celtico ebbe inizio nei primi decenni del IV secolo a.C. La deflagrazione dei primi conflitti fu preceduta dalla migrazione, verso alcuni territori dell'Italia, di tribù celtiche provenienti da un'Europa che, già da lungo tempo, stava conoscendo una massiccia celtizzazione,Kruta, I Celti e il Mediterraneo, p. 10. ben anteriore all'emergenza e all'irradiazione della facies lateniana, considerata dagli studiosi come la principale espressione culturale associata ai Celti storici, cioè di quei Celti invasori citati dalle fonti testuali latine e greche.Kruta, I Celti e il Mediterraneo, p. 8.
I Celti di antico insediamento in Italia
Tra le zone d'Europa già celtizzate in antico, oltre alla Celtiberia, la ricerca ha definitivamente permesso di acquisire anche quelle aree poste tra la Lombardia e il Piemonte dove, già dall'inizio del I millennio a.C. (inizio del Bronzo finale), si assisteva al fiorire di una facies autoctona, la cultura di Golasecca, la cui «piena celticità»Daniele Vitali, I Celti in Italia, in S. Moscati et al., I Celti, 1991. è ora definitivamente assodata grazie al riconoscimento di una lingua celtica, impropriamente detta lepontica, su alcune iscrizioni del VII secolo a.C., redatte in un alfabeto derivato da quello etrusco.Kruta, I Celti e il Mediterraneo, pp. 9, 11 e 14.
La celtizzazione di queste zone della penisola va quindi tenuta distinta dalle ondate migratorie del IV secolo a.C., che furono successive di alcuni secoli. La floridezza politica ed economica di queste popolazioni celtiche era assicurata dal ruolo assunto quali intermediari commerciali tra l'Etruria e le popolazioni transalpine, utilizzando il tramite delle popolazioni alpine. Un ruolo analogo sarà assunto nel V secolo a.C. dagli Etruschi padani e, in parte, da popoli transpadani come i Veneti: il tramite, in questo caso, era fornito dai Reti.
Roma nel quadro delle relazioni internazionali
La celtizzazione di gran parte dell'Europa era avvenuta all'insaputa dei Romani il cui interesse alla sicurezza non esulava da un ambito essenzialmente locale:Robert Maxwell Ogilvie, Le origini di Roma, Parte prima - cap. 13 - p. 159. Equi, Volsci, Sabini ed Etruschi, sono questi i nomi dei popoli, tutti confinanti, con i quali Roma si era dovuta misurare fino ad allora. Solo in alcuni casi le relazioni internazionali si erano spinte più lontano, portando Roma a intrattenere contatti diretti con Cartagine.Ogilvie, cit, Parte prima - cap. 7 - p. 78. Ma tali antiche relazioni si inquadravano comunque in ambito più vasto, all'interno di un ampio regolamento di interessi reciproci già storicamente in atto tra l'area di influenza etrusca e quella punica.Di questi rapporti era a conoscenza Aristotele, Politica, 1280a 25 ( su Perseus Project). Una conferma scritta dei rapporti, almeno con l'ambiente fenicio se non punico, è considerata l'iscrizione bilingue, fenicio-etrusca contenuta nelle Lamine auree di Pyrgi - CIE, 6314-6316 (cfr. Ogilvie, cit., Parte prima - cap. 7 - p. 78).
L'ampia portata di questa convergenza di antica data era culminata, nella seconda metà del VI secolo a.C., nell'alleanza anti-focese della battaglia di Alalia, decisiva nel definire gli equilibri tirrenici all'approssimarsi del quinto secolo. I rapporti con Cartagine erano proseguiti anche dopo la fine dell'età regia quando Roma, appena agli esordi della sua esperienza repubblicana, stipulò con Cartagine un trattato – il primo di una serieOgilvie, Le origini di Roma, Parte prima - cap. 7 - p. 77. – di cui si ha notizia in Polibio, risalente alla fase iniziale di transizione repubblicana della Roma monarchicaPolibio, Storie, III.22 (trad. inglese su LacusCurtius). ma evidentemente iscrivibile nella consuete relazioni tra l'area etrusca e Cartagine.Ogilvie, Le origini di Roma, Parte prima - cap. 7 - p. 76.
Anteriormente al IV secolo a.C., altre relazioni ad ampio raggio erano state intrattenute con capitali etrusche come Clusium (Chiusi), con poleis magnogreche come Cuma o, occasionalmente, e per contatti dettati soprattutto dagli approvvigionamenti di frumento, con la Sicilia.
Furono queste tre potenze – Etruschi, Cartaginesi e Greci, sia italioti che sicelioti – a dominare gli equilibri della penisola italiana nel V secolo a.C. e a determinare gli spazi politici entro i quali avrebbe mosso i primi passi l'espansionismo di Roma. All'interno di quegli stessi spazi, a cavallo tra il V e il IV secolo a.C., si preparava l'ingresso di un nuovo protagonista.
L'invasione storica dell'Italia del IV secolo a.C.
L'invasione storica dei Celti nell'Italia del IV secolo a.C., e i primi conflitti che ne nacquero, proiettarono Roma in una dimensione diversa, e le vicende che ne scaturirono ebbero un impatto profondo non solo sulla storia di Roma, ma anche su quella etrusca e di altri popoli della penisola. Gli eventi riverberarono la loro eco ben al di là dei ristretti limiti regionali o peninsulari, riuscendo ad attrarre l'attenzione della tradizione culturale greca: Plutarco riferisce di come Eraclide Pontico, filosofo di poco successivo agli eventi,Kruta, La grande storia dei Celti, p. 194. in un suo libro sull'anima, desse incidentalmente conto di una «certa notizia giunta dall'occidente, secondo cui un esercito, muovendo dall'Iperborea, aveva conquistato una città grecaLa definizione di Roma come «città greca» fa parte della tradizione, presente nella storiografia ellenica, di una fondazione greca di Roma. chiamata Roma, posta in un luogo imprecisato del Grande Mare».Plutarco, Vite parallele - Camillo, XXII. La notizia venne a conoscenza anche di Teopompo, AristoteleOgilvie, Parte prima - cap. 13 - p. 166. e di altri autori del IV secolo a.C.
Sacco di Roma del IV secolo a.C.
Roma, al principio del IV secolo a.C., aveva appena sperimentato un decisivo salto di qualità della sua storia, sia per l'importante acquisizione territoriale sia per l'esibizione di un'accresciuta disciplina e organizzazione militare, uscendo vittoriosa nel 396 a.C. dalle guerre con Veio.Paola Ruggeri, Roma. Dalle origini della Repubblica al Principato, (par. La conquista di Veio). La caduta di Veio aveva comportato un riequilibrio degli assetti politici delle altre capitali etrusche e delle loro tradizionali tensioni interne: l'ostilità verso Veio era malamente adombrata dalla neutralità manifestata dalle altre città della dodecapoli etrusca gravitante intorno al Fanum Voltumnae: in almeno un caso, questa ostilità era apertamente sfociata nell'aperta alleanza offerta a Roma da Caere (Cerveteri).
Un altro effetto fu l'accresciuta consapevolezza delle potenzialità, anche militari, della res publica. A minare questo clima di fiducia e a mettere in allarme Roma fu una tribù particolarmente bellicosa:Livio, V, 33-38.Floro, I, 13. i Senoni invasero la provincia etrusca di Siena dal nord e attaccarono la città di Clusium,Paola Ruggeri, Roma. Dalle origini della Repubblica al Principato, (par. Il sacco Gallico). non molto distante dalla sfera d'influenza di Roma. Gli abitanti di Chiusi, sopraffatti dalla forza dei nemici, superiori in numero e per ferocia, chiesero aiuto a Roma, che rispose all'appello. Così, quasi senza volerlo, i Romani non solo si ritrovarono in rotta di collisione con i Senoni, ma ne divennero il principale obiettivo.Pennell, Ancient Rome, Ch. IX, par. 2.