Il Borgo Sant'Antonio Abate ('O Bùvero 'e Sant'Antuono in napoletano), popolarmente detto il Borgo ('O Bùvero in napoletano), è un rione di Napoli che sorge intorno alla via Sant'Antonio Abate, strada lunga circa 800 metri che unisce Porta Capuana a Piazza Carlo III, famosa per il suo storico mercato giornaliero. Fa parte del quartiere di San Lorenzo. Di particolare rilevanza storico-urbanistica, è una delle poche zone della città che dal '400 ad oggi ha mantenuto inalterata la propria struttura.
Storia Dalle origini alla fondazione della chiesa Fino agli inizi del XIII secolo il perimetro urbano di Napoli rimase sostanzialmente quello ereditato dall'età greco-romana. Fu con l'età angioina che sorsero, al di fuori delle mura, i primi borghi: alcuni a vocazione commerciale, come il Borgo Orefici, altri di carattere agricolo, come il Borgo dei Vergini, il Borgo Loreto e il Borgo Sant'Antonio Abate.
Il Borgo Sant'Antonio Abate si sviluppa lungo un rettilineo di circa ottocento metri compreso tra l'area di piazza San Francesco a Capuana e piazza Carlo III, noto ai napoletani come "'o Buvero 'e Sant'Antuono". Il nome deriva dall'abbazia dedicata a Sant'Antonio Abate, fondata secondo le fonti tra il 1363 e il 1370 per volontà della regina Giovanna I d'Angiò, che vi accolse i monaci ospedalieri del Tau provenienti dall'Isère, in Francia, legati alla casa d'Angiò.
I frati costruirono una chiesa e un hospitalem specializzato nella cura del cosiddetto fuoco di Sant'Antonio, l'herpes zoster, e dell'ergotismo, malattia causata dall'ingestione di cereali contaminati. Il rimedio, a base di grasso di maiale, salice e alloro, veniva confezionato in fogli recanti l'immagine del santo. Secondo la tradizione, riportata dall'antropologo Abele De Blasio, il segreto del preparato sarebbe stato rivelato ai monaci dai Templari di ritorno dalla Terra Santa: una leggenda che trova un riscontro storico nel fatto documentato che molti pellegrini reduci dall'Oriente venivano curati proprio in quel nosocomio.
Il culto del santo, chiamato in napoletano Sant'Antuono per distinguerlo dal francescano Antonio da Padova, si sovrappose a più antiche tradizioni agricole e pastorali precristiane, diffondendosi tra i contadini della zona come protettore degli animali, degli allevatori e del focolare. In età aragonese, quando il culto angioino fu visto con sospetto dai nuovi sovrani, l'area si arricchì al contrario di ville, giardini, orti e taverne, diventando meta di caccia e villeggiatura per i cittadini.
Tra il Cinquecento e il Settecento l'area compresa tra Porta Capuana e l'attuale via Martiri d'Otranto, nota come l'Imbrecciata dal lastricato di ciottoli che la caratterizzava, concentrò gran parte delle case di prostituzione della città, tanto da essere descritta in questi termini già dal canonico Carlo Celano nel Seicento. Nel 1745 un editto reale confinò le prostitute in un quadrilatero di strade chiuso da un cancello, da cui derivò il toponimo popolare di Cancello; la zona restò legata a giri di sfruttamento controllati dalla criminalità organizzata dell'epoca. Su questa vicenda l'antropologo Abele De Blasio pubblicò a inizio Novecento uno studio ancora oggi considerato fondamentale, e la materia fu approfondita, su impulso di Benedetto Croce, anche dalla rivista Napoli nobilissima.
All'estremità del borgo verso Porta Capuana sorgeva una cappella dedicata a San Sebastiano, la cui devozione si legava alla peste del 1530, dalla quale gli abitanti del borgo, i "buvaresi", si ritenevano scampati. Sul sito, a partire dal 1532, si sviluppò il complesso di San Francesco di Paola, ricostruito circa un novantennio più tardi con il finanziamento della famiglia De Ponte su progetto attribuito a Francesco Grimaldi. Soppresso nel 1792, il complesso fu in seguito riconvertito e, con il decennio francese e la soppressione degli ordini religiosi, divenne sede delle Carceri di San Francesco alla Vicaria, che per oltre un secolo ospitarono detenuti di ogni genere, dai camorristi ai protagonisti del Risorgimento. L'edificio, che ospitò poi anche gli uffici della Pretura, versa oggi in stato di abbandono.
Nel 1834 nacque nella zona di Porta Capuana la festa della maruzza, legata all'usanza regia di mangiare zuppa di cozze il Venerdì Santo; il popolo, sostituendo le cozze con le più economiche lumache di terra, diede vita a una tradizione gastronomica che sarebbe sopravvissuta fino a oggi nella cosiddetta frisella alla maruzzara.
Il Risanamento e il Novecento Il borgo compare già distintamente nella pianta di Alessandro Baratta del 1629, attraversato da un percorso sinuoso, l'attuale vico Lungo a Sant'Antonio Abate, che alcuni studiosi fanno risalire a un antico canale di raccordo per le acque piovane provenienti dai colli del Campo di Marte, poi sistemato come strada carrozzabile in età aragonese.
Con il Risanamento avviato dal 1885, l'apertura del nuovo corso Garibaldi tagliò in due il fronte del borgo, lasciando una serie di varchi verso piazza Carlo III sia a destra sia a sinistra dell'asse storico.
Economia Il Borgo di Sant'Antonio Abate è famoso per il suo mercato giornaliero. In età vicereale i palazzi presero il posto delle antiche masserie e i contadini del borgo, i cosiddetti parulani, furono spinti oltre la nuova cinta muraria per far posto all'espansione della città. In cambio ottennero il permesso di occupare il viale centrale del borgo per farne un mercato, dando origine a quello che sarebbe diventato, ancora oggi, uno dei mercati popolari più caratteristici della città.
Monumenti e luoghi d'interesse Chiesa di Sant'Antonio Abate Chiesa di Tutti i Santi al borgo Sant'Antonio Chiesa di Sant'Anna a Capuana Convento delle Pentite
Ai margini del borgo, verso via Foria, si trova il Real Albergo dei Poveri, la cui presenza ha condizionato per secoli lo sviluppo urbanistico della zona; nelle vicinanze sorge inoltre la trecentesca chiesa di San Giovanni a Carbonara, sull' omonima via.
Note
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