Carducci è stato il primo italiano vincitore del Premio Nobel per la letteratura. Insieme a Camillo Golgi, è stato il primo italiano in assoluto insignito di tale premio nel 1906.
Biografia Grafia del nome Il nome è spesso riportato come «Giosue», senza accento, poiché, secondo alcuni, questa forma sarebbe stata preferita dal poetaPer esempio in .
La diffusione di questa forma si può spiegare, secondo Giuseppe Fumagalli e Filippo Salveraglio,G. Fumagalli - F. Salveraglio, Albo carducciano, Bologna, Zanichelli, 1909, p. 45 con un errore nella trascrizione dell'atto di nascita nella biografia del poeta di Giuseppe Chiarini: Giosue, Alessandro, Giuseppe Carducci ecc.. Il critico letterario dice di aver riportato l'atto di nascita del Carducci già pubblicato da Giuseppe Picciola nelle note al suo Discorso: Giosue CarducciBologna, Zanichelli, 1901 (ivi, p. 434), ma se si consulta l'atto di nascita riportato da Picciola si trova scritto: Giosuè, Alessandro, Giuseppe Carducci...cfr. G. Picciola, Giosue Carducci, discorso letto nella sala del Liceo Musicale di Bologna, il dì XIII di Maggio 1901, Bologna, Zanichelli, 1901, p. 49.
Mario Saccenti riporta il nome Giosuè, con l'accentoMario Saccenti, in Carducci, Opere scelte, Torino, UTET, 1996, vol. 2, p. 11.. La fotografia dell'atto di nascita, recante il nome Giosuè con l'accento, è consultabile in Fumagalli-SalveraglioOp. cit., p. 48., dove gli autori inoltre scrivonoIvi, p. 45.: «Occorre appena rilevare che sia l'atto di nascita, sia in tutti i documenti posteriori Registro matrimoni 1859 su Portale Antenati. il nome del Poeta appare sempre scritto Giosuè, con l'accento nell'ultima, e così lo si pronuncia sempre in Toscana e così chiamavano lui i suoi familiari e gli amici. È vero che negli ultimi anni prevalse la forma più classica Giòsue, che si avvicina al latino Josue. Ma egli, almeno fino al 1875-1880, firmò sempre Giosuè; poi cominciò insensibilmente, non per deliberato proposito di cambiare l'ortografia e la pronuncia del nome, ma per trascuratezza grafica, prima a legare con un sol tratto di penna il nome al cognome e quindi a far servire l'asta iniziale del C anche come accento finale della e e finalmente a omettere addirittura l'accento. Ma che ciò non fosse fatto di proposito, lo provano le stampe rivedute da lui. Nei frontespizi delle Opere zanichelliane, fino al vol. XI il nome è accentato; col vol. XII (1902) si disaccenta; vedasi pure nei Bozzetti Critici (Livorno, 1876), a pag. 217, e in Opere, IV (1890), a pag. 113, dove egli, nelle Polemiche sataniche si nomina solennemente Giosuè. In ogni modo, questo, sia vezzo, sia negligenza o pigrizia grafica, è degli anni più tardi: e deve ritenersi come una leggenda quella, creata forse dopo la biografia del Chiarini che lo disaccenta, ch'egli volesse scriversi e farsi chiamare Giòsue».
Origini familiari
Michele Carducci (1808-1858), studente di medicina a Pisa, figlio di Giuseppe, un leopoldino conservatore, e di Lucia Galleni, era uomo dalle forti passioni politiche e di tempra irascibile. Da giovane fu un cospiratore rivoluzionario e, in seguito ai moti francesi del 1830, sognò che anche in Italia il corso degli eventi potesse prendere una direzione simile. Mazziniano, dopo che le autorità intercettarono una sua lettera, fu arrestato e confinato per un anno a Volterra, dove conobbe Ildegonda Celli (1815-1870), figlia di un orefice fiorentino, ridotta come lui in condizioni di povertà..
Al termine del confino tornò a Pisa, dove completò gli studi, e andò poi a vivere in Versilia a Valdicastello, una frazione di Pietrasanta, sua terra natale. In questa località sposò la Celli il 30 aprile 1834.. Saponaro colloca a Pisa il matrimonio, ma sappiamo da Giuseppe Chiarini che durante una gita che Carducci, Chiarini e il prof. Carlo Bevilacqua (genero del poeta) fecero a Volterra nell'agosto 1882, trovarono nella chiesa parrocchiale un documento che attestava come le nozze fossero state celebrate a Valdicastello e non a Volterra, dove, fino a quel momento, Carducci pensava si fossero sposati i genitori. Cfr. ; Per l'anno di nascita di Ildegonda Celli e la data del matrimonio cfr. Opere scelte di Giosue Carducci (a cura di Mario Saccenti), Torino, UTET, 1993, vol. II, p. 715.
L'infanzia È qui che il figlio primogenito di Michele e Ildegonda Celli, Giosuè Carducci, nacque la sera del 27 luglio 1835,La data del 27 è stata comunemente accettata dagli studiosi dopo la morte del Carducci, in quanto la conferma egli stesso in un passo che si può leggere in Primizie e reliquie: «Nacqui ... addì 27 di luglio 1835, giorno di martedì, alle ore 11 di sera». Tuttavia, la questione è molto più complessa. Nel 1853 scriveva al Gargani di essere nato il 24, ma potrebbe essersi trattato di un banale errore. Molto chiaro è però l'atto di battesimo steso dal pievano in data 29 luglio 1835. Vi si afferma che il bambino è nato il giorno prima alle undici di sera. I dubbi sembravano risolti quando Giuseppe Picciòla, un allievo del poeta, pubblicò un atto che si trovava nell'archivio della Normale di Pisa; Giosuè sarebbe nato il 27 e battezzato due giorni dopo. Se non che la vicenda si tinge di grottesco: i calcoli degli studiosi hanno stabilito che il 27 era un lunedì! Se, come Carducci potrebbe essersi sentito ripetere molte volte, fosse allora davvero nato un martedì, è probabile che avessero ragione i compaesani del vate quando il 6 novembre 1887 apposero sulla casa natale la data del 28. Per la ricostruzione dell'intera controversia e molti altri particolari cfr. E. Pasquini, Cecco Frate (Francesco Donati), Firenze, Le Monnier, 1935, pp. 95-101. e fu battezzato nella chiesa locale il giorno successivo. La scelta del nome fu contesa dai genitori; il padre voleva chiamare il nascituro Giosuè, come un amico reincontrato, dopo parecchio tempo, durante la gravidanza della moglie, mentre Ildegonda avrebbe preferito Alessandro, come suo padre, che in quel momento era gravemente malato. La spuntò Michele, ma Alessandro fu comunque il secondo nome del futuro poeta.. Giuseppe, il terzo nome, gli fu assegnato in omaggio al nonno paterno.
I problemi finanziari del padre si acuirono, costringendolo a lasciare Valdicastello, conducendolo a Seravezza, dove nacque il secondogenito Dante (1837), e nei pressi di Pontestazzemese (in località Fornetto, all'epoca sotto Retignano), finché nel 1838 la famiglia si trasferì a Bolgheri, in piazza Alberto, dove Michele ottenne una condotta nel feudo della Gherardesca..
Il piccolo Giosuè cresceva già mostrando in nuce le caratteristiche che lo contraddistingueranno per tutta la vita: ribelle, selvatico, amante della natura. A tale proposito molto significativi paiono due episodi di cui ci fa menzione egli stesso. All'età di tre anni:
Carducci teneva inoltre in casa una civetta, un falco e un lupo. Quando il padre ammazzò il falco e regalò a un amico il lupo, il figlioletto passò giorni di grande dispiacere, vagando per lunghe ore in lacrime nei boschi..
A Bolgheri Giosuè fu colpito ripetutamente da febbri che lo tormentarono per un paio d'anni, mentre il padre lo accudiva, riempiendolo di chinino. «Il chinino ingoiato gli lasciò straordinarie visioni. Originò da quella violenta cura l'impressionabilità della sua fantasia sensibilissima e quella irrequietezza che pareva a volte spasimo della sua psiche».Ugo Brilli riferisce il fatto in uno scritto sull'amico; cfr. L.M. Capelli, Dizionarietto carducciano, Livorno, Raffaello Giusti, 1919, p. 32.
Nella località maremmana nacque il terzo figlio, chiamato Valfredo (1841), in ossequio alle inclinazioni romantiche del padre. Michele disponeva di una discreta biblioteca, in cui si riflettevano le predilezioni classico-romantiche e quelle rivoluzionarie. Qui Carducci poté voracemente impegnarsi nelle prime letture, e scoprire lIliade, lOdissea, lEneide, la Gerusalemme liberata, la Storia romana di Charles Rollin e la Storia della Rivoluzione francese di Adolphe Thiers..
Gli studi Nei dieci anni a Bolgheri la famiglia visse in povertà e non era possibile per Giosuè frequentare la scuola; il padre incaricò così il sacerdote Giovanni Bertinelli di dargli lezioni di latino durante il giorno, mentre la sera era direttamente Michele a impartirgli l'insegnamento della lingua romana che il giovane amò profondamente sin dall'inizio.. Già in questi anni cominciò a cimentarsi nella composizione di qualche verso, la Satira a una donna (1845) e l'appassionato Canto all'Italia (1847), entrambi in terzine. Il 1848 è l'anno del sonetto A Dio e del racconto in ottave La presa del castello di Bolgheri. Il progetto didattico paterno prevedeva la lettura dei classici latini (si dice che il ragazzo sapesse a memoria i primi quattro libri delle Metamorfosi) ma anche del Manzoni e del Pellico, che il figlio obbedientemente studiava, pur covando una vena antimanzoniana che andrà acuendosi negli anni appresso..
Le idee politiche di Michele Carducci, membro della Carboneria viareggina,Alessandro Volpi, Viareggio laica, 2023. Come citato in intanto, cominciarono a rendergli la vita impossibile in paese,L'eccessiva irruenza gli aveva attirato le antipatie di alcuni facinorosi che spararono colpi di fucile contro la sua abitazione il 21 e il 23 maggio 1848; cfr. . tanto che dovette migrare dapprima a Castagneto (oggi Castagneto Carducci ingloba gli antichi borghi di Castagneto e Bolgheri) e poi a Lajatico, dove in breve si ripropose lo stesso problema, che convinse il dottore a cercar rifugio nella grande città..
Fu così che il 28 aprile 1849 i Carducci si stabilirono a Firenze (in una misera abitazione di via Romana) dove il primogenito, quattordicenne, conobbe la quindicenne Elvira, figlia del sarto Francesco Menicucci e della sua prima moglie. Menicucci aveva sposato in seconde nozze Anna Celli, la sorella di Ildegonda Celli ed era divenuto così parente della famiglia, instaurando un'assidua frequentazione che permise ai due ragazzi di vedersi spesso..
Il 15 maggio cominciò a frequentare il liceo nelle Scuole Pie degli Scolopi di San Giovannino, acquisendo una sempre più sorprendente preparazione in campo letterario e retorico. Nei primi mesi il suo docente di umanità fu don Michele Benetti. Prima di iscriverlo al biennale corso di retorica (1849-1851), il padre pensò per un istante di introdurlo nel Liceo Militare, ma abbandonò presto l'idea..
Continuò così la frequentazione delle Scuole Pie, dove l'insegnante di retorica era padre Geremia Barsottini (1812-1884), sacerdote con fama di liberale e poeta dilettante d'ispirazione romantica. Carducci strinse amicizia in particolare con due compagni, Giuseppe Torquato Gargani ed Enrico Nencioni, i quali notarono subito il suo talento superiore alla norma. È noto l'episodio, riferito dal Nencioni stesso, di quando ad un'interrogazione di latino in cui ciascuno doveva tradurre e spiegare oralmente un passo ad libitum, Giosuè estrasse un libro non annotato di Persio, e lo espose con sbalorditiva maestria.Lettera di E. Nencioni a Ferdinando Martini nella Domenica letteraria del 30 aprile 1882 e poi confluita nel volume Il primo passo, stampato a cura di quel giornale.
Nel frattempo, nell'aprile 1851, la famiglia si trasferì a Celle sul Rigo sulle pendici del Monte Amiata, ma il giovane Carducci rimase a Firenze per continuare gli studi. Il maggior tempo libero gli permise di vedere più frequentemente Elvira Menicucci, e la simpatia che si era subito venuta a creare si alimentò, se è vero che il 6 settembre Carducci scriveva versi di questo stampo: