Appartenente alla tribù araba dei Banū Asad, ʿAbīd ibn al-Abraṣ () fu coinvolto nell'insurrezione della sua gente contro l'effimero regno "federativo" creato dai Banu Kinda, provocando la morte di Hujr, padre del grande poeta Imru l-Qays.
Fra i motivi dei 30 carmi (qaṣīda) e dei 17 frammenti conservatici di questo espressivo poeta, si impone il fakhr, la poesia di vanto, che lascia posto anche alle considerazioni sentenziose, alle meditazioni sulla caducità della vita e alle descrizioni pittoriche dell'ambiente naturale e zoologico: tutti motivi per i quali ʿAbīd ibn al-Abraṣ fece ricorso a una lingua accentuatamente arcaica, che è la più convincente dimostrazione della sua genuinità, non soggetta cioè a successive interpolazioni (come invece spesso è accaduto a buona parte della poesia preislamica).Il più importante studio critico sulla poesia araba preislamica e sui forti "ritocchi" apportati in età abbaside, si espresse il noto scrittore Taha Hussein, nel libro Fī shiʿr al-jāhilī (Il Cairo, 1924) che suscitò veementi reazioni in tutto il mondo arabofono, offeso dal metodo d'indagine critica dei testi (peraltro assai puntuale) affermato dal grande studioso egiziano.
Note
Bibliografia Charles James Lyall, The Dīwāns of ʿAbīd Ibn al-Abraṣ, of Asad and ʿĀmir Ibn at-Tufail, of ʿĀmir Ibn Saʿsaʿah, ed. and supplied with a translation and notes by Sir Charles Lyall, E. J. W. Gibb Memorial Series, vol XXI, Leyden-London, E. J. Brill-Luzac & Co., 1913. Francesco Gabrieli, "La poesia di ʿAbīd ibn al-Abraṣ", in: Rendiconti dell'Accademia d'Italia, scienze morali, Roma, 1940, pp. 240–251.
Voci correlate Jāhiliyya Muʿallaqāt Imru l-Qays
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