Insediamenti antichi intorno Atessa
La zona della Val di Sangro è stata abitata sin dalla preistoria, come dimostrano i ritrovamenti vallivi nelle località di Porcari di Atessa, Serre-Marcianese di Lanciano, Castello di Sette, Pallano, Monteclo di Sant'Eusanio, le contrade di Castelfrentano. I nuclei erano piccoli villaggi sparsi votati alla pastorizia e al commercio. Le prime notizie di insediamenti presso l'area atessana si hanno dai ritrovamenti della località Lago Nero, nei pressi di Monte Pallano, vicino alla città fortificata di Pallanum. Un documento del 1894 conservato presso l'archivio di San Leucio parla di "insediamento pelasgico", ossia Pallano, con 5 ordini di mura sovrapposte, che le rendeva molto simili agli insediamenti fortificati di Alatri, Ferentino e Norba. Fatto sta che i primi insediamenti fossero prettamente fortificati, sorti alle pendici della montagna maggiore della vallata, per difendersi da attacchi. Tali stazioni paleolitiche sono evidenti non solo nella zona del Sangro, ma anche presso la Majella, come la "grotta del Colle" di Rapino, Colle Tondo, Calvario. L'insediamento di Largo Nero risalirebbe a circa 1800 anni fa, e sono stati trovati reperti ossei e tracce di piccoli focolari domestici.
Nell'epoca pre-sabellica, ossia quando i nativi italici dominavano ancora la zona (XI-VIII secolo a.C.), si ha la testimonianza di altri insediamenti sparsi in contrada Sant'Amico di Archi, ossia Fonte Tasca, alle pendici del torrente Appello, oggetto di scavi archeologici da parte dell'Università degli Studi di Pisa.
Pallanum di Tornareccio Il villaggio risale all'età del bronzo, è stata calcolata l'area di un fossato di 200 mq, largo 5 metri e profondo 2, probabilmente area di deposito e di scarico della cittadina. Tra i reperti c'è vasellame, oggetti tipici della lavorazione contadina, rocchetti di fili, mazze, zappe, fibule, che testimoniano la vocazione locale alla pastorizia, ma anche alla guerra per la difesa del territorio. Non è da escludere che il villaggio di Fonte Tasca a partire dall'VIII secolo a.C. sia venuto in contatto con i Fenici, data la vicinanza della zona al mare, poiché esempio di quest'incontro si ha nella non distante necropoli di Comino a Guardiagrele, con la testimonianza plurisecolare di sepolture principesche di personaggi importanti.
In quest'epoca sorse la cittadella di Pallanum alle pendici del Monte, oggi nel comune di Tornareccio, prima di un vasto nucleo di piccoli insediamenti cinti da mura, come Civita di Danzica a Rapino, Juvanum di Montenerodomo, Monte Maio, Monte Pidocchio, Monte Moresco, Castellano di Lettopalena
Circa dal VI secolo a.C. in poi si hanno notizie e testimonianze più concrete dei villaggi italici situati a Monte Pallano, quando i nativi sangritani vennero sostituiti dalla colonizzazione italica dei Sanniti, la cui tribù stanziatasi nel Sangro prese il nome di Frentani. Tra i ritrovamenti ci sono una moneta con la scritta FRENTREI e un piatto di ceramica on la scritta SVINKLEIS SUO.
Probabilmente sui due colli dove oggi sorge Atessa i Frentani crearono un primo villaggio, visti i ritrovamenti su Colle San Giorgio e nell'area di San Pietro; presso Lago Valignani vennero ritrovate ceramiche e mura di una casa colonica, a Fontecampana una collana composta da maglia di bronzo.Con la conquista romana nel I secolo a.C., ipotizza Tommaso Bartoletti, anche se alcuni storici contemporanei lo smentiscono, il villaggio italico sarebbe stato trasformato in un municipium, come dimostrerebbero alcune tracce che lasciano chiaramente intendere l'impianto della città con cardi e decumani: corso Vittorio Emanuele, via Santa Croce (poi Menotti de Francesco), via della Vittoria, via Belvedere (ex via San Michele), un'arx sacra dove si veneravano divinità romane come Minerva ed Ercole, e anche un anfiteatro. Queste notizie sono state messe in discussione perché non sono stati trovati consistenti reperti archeologici da dimostrare l'esistenza di una città vera e propria in loco, come asserisce Bartoletti, prendendo spunto da altri trattatelli storiografici anonimi del XVI-XVII secolo che si concentrano sulle origini italiche di Atessa; tanto che oggi si pensa che Atessa fosse sorta sopra delle fortificazioni longobarde, corrispondenti al torrione della chiesa di San Michele (Largo Torretta) ed a quello della chiesa di Santa Croce.
Nel 1977 in località Porcari fu trovato il sito archeologico più cospicuo della zona atessana: un santuario italico con un tempietto “in antis” senza podio, con cella pavimentata. I frammenti ceramici rinvenuti sono scarsi, e di interesse è un bronzetto che rappresenta un giovane nudo, impugnante una lancia, e con un mantello sulle spalle. Dalle analisi il bronzetto sembra non essere stato fabbricato in loco, ma importato dalla Magna Grecia.
Alto Medioevo Le origini longobarde
Secondo le ipotesi locali, ossia fonti di autori anonimi del XVI secolo ripresi da padre Tommaso Bartoletti nei suoi studi, e citati anche di recente da Cristina Ceccarelli (Storie locali dell'Abruzzo in età moderna, Deputazione abruzzese di Storia Patria, 2014), le origini di Atessa risalirebbero al VI secolo d.C., ai tempi della caduta dell'Impero romano d'Occidente.
Tuttavia solo alcuni reperti e qualche iscrizione testimoniano presenze preromane nei dintorni della città. La prima citazione ufficiale di un abitato risale al X secolo, con le fonti dei benedettini (la Cronaca di Farfa e il Memoratorium di Bertario), che ebbero giurisdizione per diversi secoli sulle chiese, specialmente su San Leucio e il monastero di Santo Stefano in Lucana.
Il nome della città deriva, secondo la leggenda locale, da quelli del due primi nuclei abitativi, sul monte Ate e sul monte Tixa. Tommaso Bartoletti (1764-1847) storico e prete della città, riferisce, seguendo la solita leggenda, negli "Annali di Atessa", che il nome attuale deriverebbe da "Athys" Silvio, figlio di Enea, giunto nella zona del Sangro per fondare città e bonificare la "selva" adiacente. Questa spiegazione è stata tradotta da Bartoletti da un testo perduto del Cinquecento, all'epoca in cui la città era nota come Athyssa.
Si ritiene che la parte più antica della città sia il colle del quartiere San Michele, appunto "Ate", toponimo significante "altura", dove fu eretta la torre in Largo Torretta. I Longobardi nel 647 d.C. sottrassero ai Bizantini il ducato di Benevento e dunque nella Langobardia Minor inserirono tra i loro possedimenti anche l'Abruzzo, conquistando Lanciano e Atessa. Il culto molto forte dei longobardi per San Michele Arcangelo li spinse ad edificare sul monte Ate una delle prime chiese della città, appunto dedicata al Santo, insieme a un primo insediamento fortificato riscontrabile nell'attuale largo Torretta, in perfetto allineamento con le mura di Pallano, Torre di Archi (oggi castello baronale), Torre di Perano, eccetera, tutti villaggi sorti su piccole alture o creste montuose che fanno riferimento al picco del Monte Pallano. Nei secoli successivi (IX-X), l'insediamento della torretta di Ate si espanderà lungo l'attuale via Belvedere, verrà costruita Porta San Michele (o Porticella), e scenderà con le mura verso il declivio che volge verso il mare, dall'attuale corso Vittorio Emanuele a piazza Garibaldi (piazza Mercato), verso l'insediamento di Casalbordino, già importante stazione di traffici durante il governo romano.
Benché la chiesa di San Michele oggi sia stata ampiamente rimaneggiata, con i restauri del XVIII secolo e del XIX secolo sulla facciata, lo storico Tommaso Bartoletti, priore della chiesa, rinvenne un reperto lapideo presso il fonte battesimale molto antico, facendone oscillare la realizzazione tra il VI secolo e l'860 d.C.
L'altro piccolo nucleo chiamato "Tessa o Thyssa" è il quartiere Santa Croce, dal nome della chiesa parrocchiale che si trova sulla punta occidentale del colle, provvista di una robusta torre campanaria, che sarebbe stata la torretta longobarda inglobata; secondo altri la torretta doveva stare in Largo Castello. Anche questo quartiere, dapprima provvisto di orti, coi secoli si sviluppò, arrivando a occupare l'area di via Menotti De Francesco, via della Vittoria, fino a Porta Santa Margherita, e a riunirsi nello spiazzo del convento di San Domenico con il quartiere Ate, passando per l'altura della chiesa di San Leucio.
La leggenda di San Leucio
La storia dell'unione dei due villaggi longobardi di Ate e Tixa, da cui il nome "Atessa", fa riferimento a una leggenda molto antica, legata al patrono della città San Leucio d'Alessandria. Si sviluppò esattamente durante il tardo periodo longobardo (IX secolo), come dimostra la fondazione della chiesa di San Leucio intorno a questo periodo, e l'immediata venerazione dei cittadini verso il santo.
Il villaggio di Ate si presume fosse il più antico, situato sul monte sud della città attuale, mentre Tixa si trovava a nord, oggi quartiere Santa Croce, villaggi separati da una valle paludosa e mefitica, dove abitava un pericoloso drago (secondo alcuni in una cava dove oggi sorge la chiesa di San Giovanni). Due fiumi: l'Osento e il Pianello (o Sangro) formavano numerosi acquitrini che alimentando una palude malsana, garantivano al drago il suo ambiente ideale. La sua presenza impediva agli abitanti delle due città di incontrarsi, se non a loro rischio.A liberare i cittadini dal pericolo fu il santo alessandrino Leucio, che raggiunse la tana del drago, lo nutrì per tre giorni di carne rendendolo sazio, lo incatenò e dopo sette giorni di supplico lo uccise con la spada. Ne conservò il sangue, utilizzato per la popolazione a scopo terapeutico, e conservò una costola, consegnata ai cittadini perché serbassero memoria dell'accaduto.
Altre versioni della leggenda vogliono che avvenne un combattimento tra Leucio e il drago sul colle dove il mostro morì, e dove il santo volle che venisse eretta una chiesa in memoria del prodigio, oggi Duomo di Atessa. Un'altra versione ancora della storia vuole che il gigantesco drago sarebbe stato ritrovato morto dinanzi alla chiesa dei Basiliani, che sorgeva nella zona di Piazza Centrale (oggi Piazza Benedetti), comunque la forra venne colmata permettendo l'unione delle due città, e sul colle venne eretta la Cattedrale, in corrispondenza del buco dove viveva la bestia.
La leggenda del drago è riportata nelle storie di Giovanni Pansa: "Miti, leggende e superstizioni dell'Abruzzo" (1924), il quale accolse la versione conservata dallo scrittore atessano Domenico Ciampoli, che trascrisse il racconto orale da una tale Ernesta Miscia del 1909. Pansa racconta di come la costola, prima di essere posta nel reliquiario attuale, pendesse da una delle travi del soffitto. La leggenda descrive anche la grotta del drago, avente bocca nel vallone di San Giovanni (oggi appunto Piazza Benedetti), con un cunicolo che attraversava tutto l'Abruzzo, e che presso località Ritifalco si estendesse un bosco irto di spini. Il drago sarebbe vissuto in quel bosco, ma data la scarsità di selvaggina, pecore e capre, iniziò a divorare uomini, uno al giorno.