Figlio del generale Raffaele Cadorna, divenne capo di Stato maggiore generale nel 1914, dopo l'improvvisa morte del generale Alberto Pollio, e diresse le operazioni del Regio Esercito nella prima guerra mondiale dall'entrata dell'Italia nel conflitto, il 24 maggio 1915, fino alla disfatta di Caporetto.

Cadorna formò e armò un grande esercito, facendo anche costruire numerosi tracciati per rifornirlo di uomini e mezzi, tra cui la strada Cadorna. Non ebbe però tempo e modo di comprenderne appieno tutti i punti di forza e debolezza. Concepì pertanto in termini quasi assoluti il proprio comando, ispirandosi a principi di rigidità e severa disciplina ai quali aggiunse uno spiccato senso del dovere orientato alla vittoria.Luigi Cadorna, Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani Come la gran parte dei generali della sua epoca, Cadorna si era formato su dottrine superate dal nuovo modo di fare la guerra, anche se non mancò di alcune intuizioni tattico-strategiche. Fu un convinto sostenitore della guerra di logoramento e delle offensive contro le munite linee difensive austro-ungariche sull'Isonzo e sul Carso, con costi altissimi in termini di uomini anche per l'esercito italiano. Il numero dei caduti e la guerra di trincea provocheranno una crescente frustrazione presso le truppe italiane. Dopo alcuni risultati tattici nel primo anno di guerra, Cadorna ottenne successi più consistenti nel 1916, quando l'esercito italiano contrattaccò durante la battaglia degli Altipiani e riuscì poi nella conquista di Gorizia. Le successive offensive dell'autunno 1916 (7ª, 8ª e 9ª), note come "spallate", ebbero durata minore e furono rivolte contro settori limitati.

Nel novembre 1916 Cadorna, tramite ordinanza, introdusse il ricorso alla decimazione per arginare supposti fenomeni di insurrezione in grado di minare la saldezza dell'Esercito. Nel giudizio del generale Antonino Di Giorgio, fatto proprio dalla Commissione d'inchiesta su Caporetto, il ricorso alla decimazione si dimostrò «un provvedimento insensato di "cieca debolezza" che spesso - troppo spesso - finì per colpire gli innocenti», un «provvedimento selvaggio, che nulla può giustificare». La Commissione d'inchiesta rimase turbata di fronte alla possibilità che tale agire fosse motivato da ignobili motivi legati a dinamiche di avanzamenti di carriera nell'ambito di comandi minori. Nel 1916 e 1917 Cadorna inasprì la normativa inerente alla disciplina, richiamando al contempo energicamente i Comandi alle loro responsabilità.

Nel 1917, a seguito della battaglia della Bainsizza, gli austriaci entrarono in crisi e richiesero rinforzi tedeschi con cui sfondarono a Caporetto il 24 ottobre; al drammatico crollo italiano contribuirono le ingenti perdite, la rigida disciplina, l'immutata estensione del fronte, l'aumento del numero di nemici a seguito della defezione russa e altri fattori. Il regio esercito fu costretto a ripiegare fino alla linea del Piave. Ritenuto responsabile della sconfitta, che il bollettino di guerra n. 887 da lui firmato attribuiva invece alla scarsa combattività di alcuni reparti, Cadorna venne sostituito da Armando Diaz per i forti attriti con il mondo politico e per la scarsa malleabilità del suo carattere. Luigi Cadorna rimane una figura discussa e controversa della prima guerra mondiale e della storia d'Italia.

Biografia Gli esordi Figlio del generale Raffaele Cadorna, nel 1860 fu avviato dal padre agli studi militari: dapprima al Collegio Militare di Milano e cinque anni dopo all'Accademia Reale di Torino, venendo nominato sottotenente nell'arma d'artiglieria nel 1868. Nel 1867 fu ammesso come allievo nella neonata Scuola di Guerra di TorinoEnrico Ciancarini, La scuola di guerra di Torino, Civitavecchia, Prospettiva, 2013, pag. 125. Nel 1870, in forza al 2º Reggimento d'artiglieria, partecipò alle brevi operazioni militari contro Roma nel corpo di spedizione comandato dal padre. Capitano nel 1880, nel 1883 venne promosso al grado di maggiore e assegnato allo Stato Maggiore del Corpo d'armata del generale Pianell. In seguito assunse la carica di capo di Stato Maggiore del comando divisionale di Verona. Nel 1889 convolò a nozze con Maria Giovanna Balbi dei marchesi Balbi di Genova.. Nel 1892, promosso colonnello, ottenne il primo incarico operativo in qualità di comandante del 10º Reggimento bersaglieri, mettendosi in evidenza per la sua rigorosa interpretazione della disciplina militare e per il frequente ricorso a dure sanzioni che gli costeranno anche richiami scritti dai suoi superiori.Gianni Rocca. Cadorna. Il generalissimo di Caporetto. Milano, Mondadori, 2004.. Fu tuttavia particolarmente apprezzato (note caratteristiche) dai generali Pianell e Baldissera che erano quelli che godevano di maggiore riconoscimento nell'Esercito quanto a capacità. Secondo i resoconti di alcuni biografi, tra i quali Antonio Spinosa, durante il periodo in cui Cadorna fu a Napoli nacque una forte antipatia tra lui e il Principe Ereditario Vittorio Emanuele, il quale nello stesso periodo comandava in città il Reggimento di Fanteria Re. Le motivazioni di questa reciproca antipatia, che durò tutta la vita, non sono chiare, anche se potrebbe essere derivata principalmente da una profonda incompatibilità di carattere: entrambi erano assai rigidi per quanto riguarda la disciplina militare, ma mentre il Principe era noto per essere ironico e sarcastico, Cadorna era assolutamente permaloso e privo di senso dell'umorismo.

Durante le manovre del maggio 1895, sempre al comando del 10º Reggimento, ebbe modo di puntualizzare per la prima volta quei princìpi tattici che costituirono poi la base della sua incrollabile fede nell'offensiva a oltranza. Nel 1896, abbandonati gli incarichi operativi, assunse la carica di capo di Stato Maggiore del Corpo d'armata di Firenze; durante la licenza del Comandante Gen. Morra, questi fu sostituito dal Principe Ereditario (poi V.E. III) che gli disse: "Un ufficiale intelligente come lei dovrebbe essere fatto subito generale".L. Cadorna, Lettere Famigliari, Mondadori 1967, pag. 69 Tuttavia, considerando la nota antipatia tra i due, alcuni autori successivi si sono interrogati se si trattasse di un sincero apprezzamento oppure di una battuta ironica. Nel 1898, con la promozione a tenente generale, entrò a far parte della ristretta cerchia degli alti ufficiali dell'esercito. La sua ascesa, benché lenta, si dimostrò costante a dispetto delle numerose sue recriminazioni nei confronti di un presunto ostruzionismo da parte dei superiori. Nello stesso anno dovette affrontare il primo smacco, quando, resosi disponibile l'incarico di ispettore generale degli Alpini, gli venne preferito il generale Hensch. Nel 1900 incappò in un secondo insuccesso: abbandonato il generale Alberto Cerruti il comando della Scuola di Guerra, si vide scavalcato dal generale Luigi Zuccari; a Cadorna fu invece assegnato il comando della Brigata "Pistoia", allora di stanza a L'Aquila, che tenne per i successivi quattro anni: a quel periodo risale la compilazione di un manuale dedicato ai metodi d'attacco delle fanterie, in cui Cadorna ebbe modo di ribadire la propria fiducia nelle tattiche offensive, allora in gran voga nell'esercito.

Nel 1905 assunse il comando della divisione militare di Ancona e nel 1907 fu a capo della divisione militare di Napoli con il grado di tenente generale, giungendo infine ai massimi vertici delle forze armate. Nello stesso anno venne fatto per la prima volta il suo nome come possibile successore del generale Tancredi Saletta, che godeva di pessima salute, alla suprema carica di capo di Stato Maggiore dell'esercito. Ma l'anno successivo, abbandonato infine il Saletta l'incarico, Cadorna si vide preferire il generale Alberto Pollio: a questo ribaltamento non furono sicuramente estranei né i proclamati sentimenti di ostilità di Cadorna nei confronti dell'allora capo del governo Giovanni Giolitti, né tantomeno una lettera che il 9 marzo egli aveva inviato a Ugo Brusati, primo aiutante del Re e fratello di quel Roberto Brusati, futuro comandante della 1ª Armata, che nel 1916 sarebbe stato destituito proprio da Cadorna prima della battaglia degli Altipiani.

In risposta a sondaggi di Brusati sulle future intenzioni di Cadorna dopo ottenuto l'incarico, e in particolar modo riguardo al mantenimento delle prerogative del Re (formalmente comandante in capo dell'esercito), sul cui rispetto si voleva evidentemente ottenere formale assicurazione, con scarso spirito diplomatico ma onestà intellettuale e morale egli replicò sostenendo il principio dell'unicità e indivisibilità del comando: in tale circostanza, benché i poteri del sovrano fossero sanciti dallo Statuto Albertino, Cadorna si dimostrò deciso a chiarire come, a suo parere, la responsabilità del comando dell'esercito spettasse de facto al solo capo di Stato Maggiore.

Benché con le sue dichiarazioni egli fosse allora consapevole di essersi estromesso dalla partita con le proprie mani, la nomina di Pollio inaugurò una stagione di rapporti difficili fra le due alte personalità, destinata a concludersi soltanto nel 1914, con la morte di quest'ultimo. All'amarezza di Cadorna per essersi visto preferire il collega (inviso in certi ambienti per le umili origini, figlio di un ex capitano dell'esercito borbonico) si aggiungevano stridenti contrasti di natura dottrinale, laddove alla rigida impostazione offensivistica del pensiero tattico cadorniano il nuovo capo di Stato Maggiore contrapponeva concezioni operative improntate a maggiore flessibilità, e fondate sulla consapevolezza del ruolo dell'artiglieria e delle armi da fuoco moderne sul campo di battaglia. Cadorna proseguì comunque nella carriera, e nel 1911 assunse il comando del Corpo d'armata di Genova.

L'anno successivo scoppiava il conflitto con l'Impero ottomano e, benché Cadorna rappresentasse il candidato in pectore per il comando di un corpo d'armata destinato al servizio oltremare, nella conduzione delle operazioni militari in Libia gli venne preferito il generale Carlo Caneva. Cadorna, alla soglia dei sessantuno anni, non aveva ancora ricevuto alcun comando operativo su teatro di guerra: tale ritardo si sarebbe tuttavia rivelato per lui vantaggioso, poiché poté presentarsi alla prova del primo conflitto mondiale vantando una carriera esente dagli insuccessi che avevano costellato la recente storia delle armi italiane, dalla campagna d'Abissinia culminata con la disfatta di Adua, sino alle sanguinose e dispendiose operazioni militari contro la guerriglia libica (piegata soltanto nel 1934).

Capo di stato maggiore

La mattina del 1º luglio 1914 moriva improvvisamente il generale Alberto Pollio, stroncato da un infarto. Pochi giorni prima, il 28 giugno, Gavrilo Princip aveva assassinato a Sarajevo l'arciduca ereditario Francesco Ferdinando e la consorte Sophie Chotek. Il 27 luglio successivo il Re Vittorio Emanuele III, su indicazione del generale Baldissera, offrì la carica a Cadorna: questi pose la condizione, allo scopo di non ripetere gli errori delle guerre risorgimentali, di dipendere, gerarchicamente e istituzionalmente, soltanto dal Re e non dal governo. Il Re accettò dicendogli «la mia autorità servirà soltanto a farla obbedire da tutti»A. Gatti, Un italiano a Versailles, Milano, Ceschina, 1958, pag. 73.. Cadorna prendeva quindi possesso dell'ufficio di capo di stato maggiore. Il 23 luglio l'Impero austro-ungarico aveva consegnato il proprio ultimatum alla Serbia, innescando una reazione a catena che, dopo il dipanarsi di una serie di crisi diplomatiche e contromosse politico-militari, portò in poche settimane allo scoppio della prima guerra mondiale.