La Valle dei Cavalieri è un'area di antichi borghi medievali fortificati da casetorri, nell'Appennino tosco-emiliano, situata sull'Alta Val d'Enza e Val Cedra fra le attuali province di Parma e Reggio Emilia e appartenuta storicamente alle Terre Matildiche dei Canossiani. Anticamente tali valli erano attraversate da un tratto della cosiddetta Strada delle cento miglia.

Territorio Il territorio della Valle dei Cavalieri (che più propriamente andrebbe chiamata con il plurale "valli") è costituito dal sistema orografico appenninico dei corsi dell'Enza, del Liocca e del Cedra, dove gli antichi borghi fortificati che occupavano posizioni strategiche e dominavano le linee ottiche di queste zone, costituivano un sistema poligonale di difesa dimostratosi nel tempo quasi inespugnabile. Gli antichi borghi erano:

Castagneto

Lalatta Lalatta è una frazione di Palanzano.

Montedello

Montedello (Mundèl nel dialetto locale) è una piccola frazione scarsamente abitata del comune del Ventasso (RE), prospiciente al torrente Enza e confinante con la provincia di Parma attraverso un ponte sul fiume; la località posta in territorio matildico, era un antico commune militum appartenente al sistema poligonale difensivo delle Valli dei Cavalieri, nei cui reperti e documenti appare sin dal XII secolo. Nel 1415 il censimento estense rilevava attorno ad una rocca alcune abitazioni in muratura ed in pietra, contornate da case in legno. Il borgo a cui s'accede attraverso un archivolto, è situato su d'un crinale roccioso ed oggigiorno è costituito da alcune abitazioni in pietra dove si trovano alcuni loggiati, corti, sottopassi, bifore e portali, che riportano incisioni che li datano tra il '500 ed il '700; la piccolissima chiesa-oratorio consacrata a san Francesco è datata 1657, e ancor oggi è adibita alle funzioni religiose.

Palanzano

Palanzano (pronuncia: ., Palanzàn in dialetto parmigianoGuglielmo Capacchi, Dizionario Italiano-Parmigiano. Tomo II M-Z, Artegrafica Silva, pp. 895ss.) è un comune italiano di abitanti della provincia di Parma, situato nell'Appennino parmense alle pendici del monte Faggeto, nell'alta Val Cedra, tra prati e boschi di castagni.

Il nome lo troviamo citato già nel 1039, e nei secoli seguenti per un periodo fu la sede del commissario della Valle dei Cavalieri.

Pieve

Ranzano Ranzano è una frazione di Palanzano.

Selvanizza Selvanizza è una frazione di Palanzano.

Succiso

Succiso (S'cìs nel dialetto locale) è una frazione, pressoché spopolata, del comune di Ramiseto. Il paese è suddiviso in tre piccoli nuclei, ovvero Succiso Inferiore, Succiso di Mezzo e Succiso Superiore. Una serie di frane che hanno interessato il territorio circostante a partire dal 1955, ha causato un rapido abbandono di Succiso da parte dei suoi abitanti. I pochi che decisero di restare vennero trasferiti nella nuova località di Varvilla ribattezzata poi Succiso Nuovo. Nella frazione Inferiore si possono notare tantissime edicole votive in marmo, tipiche dell'Alta Val d'Enza e i resti della chiesa di cui rimangono in piedi la facciata e il campanile. Succiso viene anche chiamato il paese dei lupi poiché qui nel 1949 venne ucciso l'ultimo esemplare di lupo dell'Appennino.

Vairo Vairo Inferiore e Vairo Superiore sono frazioni di Palanzano.

Vaestano Vaestano è una frazione di Palanzano.

Valcieca Valcieca è una frazione di Palanzano.

Storia

Le origini e l'ambito matildico Le terre dell'Alta Val d'Enza, dopo essere state soggette alla influenza politica dei marchesi di Toscana, sin dalla fine del IX secolo vennero sottoposte all'autorità dei Vescovi di Parma grazie ad una serie di donazioni imperiali, sempre rinnovate ma probabilmente mai rispettate. La Chiesa parmense non seppe mai ottenere un completo controllo nella zona vista la frequente invasione di beni ecclesiastici da parte di mani laiche et militari che ancora lamentava l'Affò nella sua Storia di Parma. Di quali mani laiche et militari si parlasse ancora ai tempi del vescovo Ugo, salito in cattedra nel 1027, non è del tutto facile appurarlo con certezza, ma, come si vedrà più diffusamente in seguito, un ruolo di peso l'ebbero i milites delle Terre dei Cavalieri. Di chi fossero, invece, questi Cavalieri si è parlato a lungo, anche indagando ripetutamente gli alberi genealogici delle famiglie che discendono da quei clan di signori medievali. Non si è potuto appurare con certezza se, come sosteneva il Micheli, fossero originati da un'emanazione di quel patriziato militare cittadino discendente dal ceppo viscontile di Parma, ovvero se segnarono una continuità con le Comunità e l'organizzazione arimannica longobarda che si insediò nelle Valli fra il 568 e il 569 e che tante tracce, dal gastaldato di Bismantova, alla via della Braja e alle spie toponomastiche, ha lasciato del proprio passaggio. Del pari, se è stato possibile individuare i rapporti che i nostri clan ebbero con la feudalità matildica, ci è impossibile affermare come certo se i Cavalieri si spostarono nelle Valli dalla Garfagnana al tempo di quel Sigifredo de comitato Lucensi, bisnonno di Matilde e costruttore della rocca di Canossa. Anche il ritrovare rami di quelle casate appartenenti al clan dei nostri militi nei patriziati di diverse città Toscane non è indice sufficiente a provare l'origine toscana dei progenitori dei nobili consorti; è anzi emerso con chiarezza, dov'è stato possibile indagare a fondo, come i rami toscani siano stati ammessi ai diversi patrizati o nobiltà civiche come provenienti proprio dal lato padano degli appennini. Indipendentemente dai problemi sull'origine è accertata la loro presenza sul territorio fin dall'XI secolo e nel giro di poco più di cent'anni impiantano un sistema di corti feudali, di bastie e piccoli castelli che ne sanciscono la signoria, attuata in un sistema clanico, dove principale collante è la comunanza di stirpe.

Il sistema feudale e lo Statuto di Vallisnera I singoli consortes, assumono cognomi e predicati diversi a seconda del feudo e nel 1207, raccolti nella chiesa di Vallisnera promulgano uno Statuto, noto come Statuto di Vallisnera, volto a regolare gli obblighi dei liberi proprietari nei confronti dei signori e a tutelare gli interessi dei Comuni rurali; governati da consoli e altri ufficiali rispondevano sempre al feudatario, al quale in ultima istanza spettavano le decime e le decisioni, potendo tuttavia regolamentare in questo modo la vita pubblica di tutti gli uomini liberi. Che la loro influenza su Parma e su Reggio sia stata di peso notevole è ricordato da più parti: l'Anonimo Comasco, citato dall'Affò, parlando dell'alleanza fra il Comune di Parma e quello di Milano, siamo nel 1118, scrive che i Parmigiani mettono in campo una forte compagnia di Cavalli Garfaniensi, reparti scelto di cavalleria regolare che proveniva dalla zona delle Valli. Un secolo più tardi, invece, gli Statuti di Parma dell'anno 1255, trattando delle imposte, precisano che esse vengono applicate anche nella giurisdizione dei Cavalieri, tranne che ai Signori di Vallisnera e di Vajro e a coloro che abbiano tenuto cavalli da guerra per il Comune di Parma ed ai Cavalieri erano affidate le entrate delle tasse raccolte insieme ad una lunga serie di benefici. Sovrintendevano le arti che raccoglievano gli artigiani maniscalchi e coloro che lavoravano i finimenti per le cavalcature, godevano di un loro alloggio ed ospedale in Parma nella zona che oggi si trova fra la Chiesa del Santo Sepolcro e Via Saffi ed avevano assistenza spirituale nella chiesa di San Pietro il cui portico sulla Piazza Grande era loro riservato. Nonostante in questo pieno periodo feudale vengono sempre ricordati nelle fonti come un organismo unico di consorti, innumerevoli si contano le liti fra i diversi membri dei clan. Le rivendicazioni sulle ragioni feudale e sui sudditi piuttosto che il diritto di emettere gride sopra li danni dati nei territori contestati erano stimolo di lotte e sortite armate che molto spesso si risolvevano con i documenti ad attestare il possesso del feudo o, in mancanza di ciò, con homicidia et vulnera et alias offensas, non troppo per il sottile insomma. Tutto ciò ebbe un compimento nel 1357, ma si contano altre stipule dello stesso tenore sia prima che dopo, quando i Vallisneri, insieme ai loro heredes et sequaces, si affidano degli arbitri per dirimere il possesso di quelle terre sulle quali sorgevano delle controversie all'interno della consorteria. Oltre ai Vallisneri ricordiamo altre fra queste antiche famiglie fra quelle che sono giunte ininterrottamente fino ad oggi. Molte, se non tutte, sono legate da stretti vincoli di parentela e spesso discendono da un antenato comune: così i Capacchi della Serra, i della Fontana di Ranzano, i Laghi di Castagneto, i Rinaldi di Carbognana, i da Palanzano, i da Vajro, i della Torre di Succiso, i Vallisneri della Latta (Lalatta), i Cortesi, i della Scala di Caneto. A queste famiglie sono ascrivibili i più antichi fra quegli stemmi che fanno bella mostra per tutte le valli, spesso scolpiti sui portali o sui camini dei palazzi, e che caratterizzano una particolare impronta araldica, e quindi simbologica, che percorre tutta la storia delle Valli. Già diversi anni fa, eravamo nel 1963, il professor Guglielmo Capacchi, approcciandosi ad un primo studio di questa nostra galleria araldica montanara scrisse “Scrivevamo nell'ormai lontano 1963: avanzando la supposizione del tutto legittima che le famiglie di Cavalieri abbiano continuato a mantenere, se non autorità, almeno prestigio e censo elevati, e siano da individuarsi fra i maggiorenti delle Valli anche dopo il crollo della potenza dei Vallisneri [...] tra le più eloquenti testimonianze di questo assunto [...] sarà anche quella galleria di araldica che definiremmo minore. E l'anno successivo, recensendo quello scritto apparso su Aurea Parma, Emilio Nasalli Rocca, la massima autorità d'allora in fatto d'araldica, esprimeva il suo giudizio sulla portata del blasonario delle Valli dei Cavalieri e delle Corti di Monchio: curtes di milites, Cavalieri, piccoli feudatari, nel senso tipico di abitanti curtisii originari, derivato da antichissimi insediamenti, forse di coloni militari, e per ciò stesso da considerarsi diversi dai semplici rurali, così da rivestire una fondamentale condizione nobiliare” A questa osservazione, aggiungiamo noi, fanno seguito i documenti e le investiture uscite dagli archivi di queste antiche famiglie che si aggiungono alla tradizione ancora viva nelle Valli che addita in questa o in quella famiglia la discendente degli antichi Cavalieri.

La guerra del Castellaro