Insieme a Masolino da Panicale, Michelozzo e Jacopo Della Quercia ebbe un ruolo fondamentale nella diffusione del linguaggio rinascimentale, grazie alla valutazione positiva della cultura tardo gotica, ma corretta e riordinata secondo i nuovi principi: nelle sue figure seppe fondere insieme le linee eleganti del gotico internazionale con le bellezze dei nudi ellenizzanti, il naturalismo attento al dettaglio e il gusto archeologico rinascimentale, inserendo le sue figure in scene costruite con una prospettiva più intuita che reale, seguendo maggiormente i criteri dell'ottica medievale piuttosto che le novità di Brunelleschi e Alberti.

Biografia Origini La determinazione della data di nascita di Ghiberti ha richiesto un certo impegno, per le informazioni contraddittorie date dall'artista nelle varie dichiarazioni catastali e di denunce di beni, e che, risalendo a partire dalle età dichiarate, collocavano la sua nascita ora al 1380, ora al 1381 ora al 1382. In una "tamburazione" del 17 marzo 1444 (denunzia anonima inserita in un "tamburo") si dichiarava l'artista incompatibile con la carica dei dodici buonomini poiché figlio illegittimo: in tale dichiarazione, ben informata sul suo stato familiare, si riportano i nomi del padre, l'orafo Bartolo di Michele (detto "Bartoluccio"), e della madre, monna Fiore, che era una "figliola d'un lavoratore di Val di Sieve" maritata in Pelago (all'epoca detto "Popolo di San Chimenti a Pelago") a Cione di ser Bonaccorso Abatini o Batini, "persona disutile e quasi smemorato". Cione doveva essere una persona agiata, in quanto figlio di un notaio ("ser" era infatti l'appellativo onorifico di chi esercitava tale professione), ma non doveva esser amato dalla moglie, che lo lasciò e partì da Pelago, venendo a Firenze nel 1374 circa dove conobbe Bartolo. Con quest'ultimo ebbe due figli nel giro di quattro/cinque anni: prima una femmina e poi Lorenzo, nel 1378, come si legge appunto nel documentoBrunetti, cit., pag. 3..

È quindi altamente probabile che l'artista sia nato a Firenze e non a Pelago, come vorrebbe una tradizione locale, ricordata anche da una targa sulla facciata della casa dove probabilmente abitò sua madre.

Facendo ricorso alla suddetta tamburazione, il Ghiberti presentò un documento in cui si dichiarò figlio di Cione (una dichiarazione forse di convenienza), mostrando l'atto di matrimonio con Fiore, del 1370, e dichiarandosi nato nel 1378. Nella stessa occasione, per discolparsi dall'accusa di non aver mai pagato le tasse, né lui né la sua gente (altra ragione di ineleggibilità), presentò un attestato di pagamento dei tributi di Cione, datato 1375 e relativo al gonfalone del Leone Rosso nel quartiere di Santa Maria NovellaBrunetti, cit., pag. 4.. Lorenzo si dichiarava comunque figlio del padre "adottivo" anche quando firmò la porta del Paradiso "Laurentii Cionis de Ghiberti".

Bartolo abitava invece in via Nuova di San Paolo, forse l'ultimo tratto di via del Porcellana, vicino a via della Scala, dove risiedette Lorenzo durante la prima gioventù, almeno fino al 1419.

Formazione e soggiorno a Pesaro La prima formazione di Ghiberti avvenne nella bottega d'oreficeria del padre, allora una delle attività più fiorenti a Firenze: più o meno negli stessi anni si formavano in botteghe orafe Brunelleschi, Donatello e Luca della Robbia, tanto per fare qualche esempio dei numerosi artisti fiorentini che avevano in comune tale percorso.

Possiamo ipotizzare che il giovane Lorenzo sia stato influenzato dalla cultura protoumanistica che circolava tra gli scultori che lavoravano per la Porta della Mandorla di Santa Maria del Fiore. Di questo periodo non rimane comunque nessuna traccia, se non la sua stessa testimonianza nei Commentari. Tale testo prende avvio descrivendo l'anno 1400 in cui, per via di un'epidemia e di disordini politici, il giovane artista lasciò la città, accompagnato da un pittore di cui non riferisce il nome, ma specifica essere "egregio" (forse era Mariotto di Nardo). La destinazione era Pesaro, dove il collega era stato invitato da Malatesta IV Malatesta e dove i due crearono una stanza "pitta con grandissima diligentia": un'indicazione che non è possibile verificare poiché l'opera andò perduta quando il palazzo medievale venne completamente ricostruito nel Cinquecento.

A quegli anni è attribuita un'Assunta nella chiesa dei Servi di Sant'Angelo in Vado, un paio di bassorilievi di incerta attribuzione e datazione e, appare sicuro, un portale secondario nella chiesa di San Francesco a UrbaniaBrunetti, cit., pag. 10..

La Porta Nord

Durante quel viaggio i suoi amici fiorentini gli inviarono la notizia del bando del concorso per la porta nord del Battistero: l'artista non lo scrisse, ma fu probabilmente lo stesso padre Bartolo ad avvisarlo, anche se egli evidentemente non voleva darne conto (tanto più che omise l'intera sua formazione da orefice) per via delle sue beghe per la nascita extramatrimoniale. A riportare tale notizia è infatti Vasari, che nella biografia dell'artista si basò anche su altre fonti rispetto all'autobiografia.

Licenziatosi quindi dal signore di Pesaro e dai compagni, Ghiberti fece ritorno a Firenze, nel 1401, dove si mise al lavoro per una formella da far partecipare al concorso, un Sacrificio di Isacco, ora conservata al Bargello: in quest'opera lo spazio è diviso in due dalla diagonale formata dallo sperone di roccia, con a destra il gruppo del sacrificio; le figure sono perfettamente proporzionate e modellate sull'antico, in pose eloquenti ma pacatamente rigideDe Vecchi-Cerchiari, cit., pag. 15..

Secondo il biografo del Brunelleschi, Ghiberti lavorò a lungo e con molti ripensamenti alla formella, chiedendo consiglio a più persone, all'ombra, lo si immagina, del padre. Sempre secondo questa fonte il concorso ebbe un esito pari merito tra Brunelleschi e Ghiberti, ma al rifiuto del primo di lavorare in cooperativa si risolse di allogare tutto a Lorenzo, che il 30 novembre 1403, dopo che del concorso venne redatta un'accurata relazione, firmò il contratto di allogazione, come Lorenzo di "Bartolo", assistito proprio dal padre Bartolo di Michele. Nei Commentari invece Ghiberti ricorda una sua vittoria per unanimità della giuria e lo ripete altre due o tre volte nel testo, compiacendoseneBrunetti, cit., pag. 6..

Il portale fu dedicato al Nuovo Testamento (contrariamente all'idea originaria che prevedeva il Vecchio). I lavori della porta furono terminati nel 1424. L'opera si ispira, nello schema generale, alla Porta Sud del Battistero realizzata da Andrea Pisano; è composta da ventotto formelle quadrilobate, disposte su sette file: le superiori dedicate a episodi della Vita di Cristo, le inferiori a Evangelisti e Padri della Chiesa. L'opera, anche se nello schema generale è unitaria, essendo stata realizzata in un arco di tempo di ventidue anni, mostra all'analisi stilistica delle singole formelle un'evoluzione stilistica verso forme rinascimentali; ad esempio la formella con la Natività (1404-1407 circa) riprende quella col Sacrificio di Isacco sia per lo schema compositivo diagonale, sia per il tono idilliaco delle figure. Successivamente invece, nella formella con Crocifissione (fase anteriore al 1415) e in tutte quelle che stilisticamente le sono affini, il naturalismo recede e nel corpo del Cristo non c'è una proporzionalità classica perfetta né tensioni espressionistiche, con un ritmo dato dalla linea, che nei panneggi si avvita senza organicità, seguendo l'andamento della cornice con effetti più astratti. Dopo il 1415 Ghiberti accolse nelle sue realizzazioni le nuove idee rinascimentali: le composizioni sono formate da figure dominanti che fungono da assi e sono inserite in contesti spaziali credibili, come nella Flagellazione, dove l'artista, pur sfruttando i nuovi modi, mitiga il dramma escludendo dalla scena ogni tensione espressionistica.

In quei vent'anni l'artista, pur lavorando alacremente alla porta, si dedicò anche ad altre attività. Nel 1404 venne consultato sulla creazione della tribuna di Santa Maria del Fiore e le relative finestre. Lo stesso anno suo padre Bartolo sposò finalmente Monna Fiore, forse per la morte del suo precedente compagno, regolarizzando la posizione giuridica di Lorenzo. Nel 1404-1405, nel 1412 e nel 1424 fornì vari cartoni per vetrate della cattedrale. Nel 1409 si immatricolò all'Arte della Seta, che faceva iscrivere anche gli orafi, e nel 1413 firmava un compromesso con i parenti del patrigno Cione dal quale ottenne un pezzo di terra in ereditàBrunetti, cit., pag. 13..

Tre statue per Orsanmichele

Tra il 1412 e il 1416 eseguì per l'Arte di Calimala il San Giovanni Battista, per una nicchia esterna della chiesa di Orsanmichele, di chiara derivazione internazionale, visibile sia nelle spalle strette e tondeggianti sia nel panneggio ad ampie falcate che nascondono le forme delle membra. Ma Ghiberti non poteva ignorare la tradizione classicista fiorentina, infatti recuperò l'antica tecnica della fusione a cera persa. Il volto è modellato con sottigliezza ma genericamente ascetico, mentre la lieve ancheggiatura è un elemento tipicamente goticoBrunetti, cit., pag. 14..

Nel 1415 Ghiberti si sposò con Marsilia di Luca, figlia di un cardatore, e nel 1417 arrivò il figlio Tommaso, seguito l'anno successivo da Vittorio. Verso il 1419 dovette morire il padre Bartoluccio e in quell'anno il pittore risultava già stabilitosi nella casa-studio di Borgo Allegri a Firenze dove risiedette il resto della sua vita.

Nel 1417 avviò il lavoro, che sarebbe durato quasi dieci anni, a due formelle bronzee per il fonte battesimale del Battistero di SienaBrunetti, cit., pag. 17.: il Battesimo di Cristo e l'Arresto del Battista. Nella prima il perno della composizione è il Cristo, enfatizzato maggiormente dal gesto del braccio del Battista che forma una specie di arco che lo inquadra in un'ipotetica mandorla.

Tra il 1419 e il 1420 l'Arte del Cambio gli commissionò un San Matteo sempre per una nicchia esterna di Orsanmichele, con la figura costruita solidamente e le membra rivelate dal panneggio, probabilmente studiato dal vivo. Quest'opera dimostra la meditazione che fece il Ghiberti sulle opere realizzate da Donatello per la stessa chiesa e fu conclusa nel 1423. In quegli stessi anni attese alla Sagrestia di Santa Trinita per Palla Strozzi, una delle poche opere certe come architetto. Se nel portale usò l'arco a tutto sesto, nelle finestre ricorse ancora a stretti archi a sesto acuto, addirittura coi lobi, a dimostrazione della sua predilezione per uno stile che potremmo dire "eclettico", ovvero di mediazione tra novità e tradizione. Tra i lavori documentati in quegli anni ma perduti si registra il disegno per due candelabri per Orsanmichele (1418), il disegno della scala dell'appartamento papale a Santa Maria Novella (1419) e la supervisione per gli stalli della Cappella Strozzi (1420). Con la venuta di Martino V (1419) preparò una mitria d'oro e un bottone da piviale per omaggiare il pontefice, come ricordano i Commentari, e un'altra mitria fu predisposta poi per Eugenio IV. Nel 1423 si immatricolò alla compagnia di San Luca dei pittori e nel 1427 all'Arte dei Maestri di pietra e legname.

Del 1424 è un suo viaggio a Venezia, in occasione di un'epidemia che a Siena decimò i suoi lavoranti alle commissioni del Battistero.

La lastra tombale di Leonardo Dati in Santa Maria Novella (1424-1428) segnò una nuova evoluzione in senso rinascimentale, con l'effigie del monaco domenicano "tratta al naturale", cioè ripresa dal vero. Tra il 1427 e il 1428 eseguì l'ultima statua per l'esterno di Orsanmichele, il Santo Stefano, in cui si fanno più evidenti i richiami classiciBrunetti, cit., pag. 20..