Lo sfruttamento dell'energia nucleare in Italia ha avuto maggiormente luogo tra il 1963 e il 1990. Dopo tale anno, infatti, le centrali nucleari italiane risultavano tutte chiuse, o per raggiunti limiti d'età o per decisione politica presa sull'onda del risultato del referendum del 1987.

Storia La nascita del programma nucleare italiano

Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale i gruppi industriali e centri di ricerca italiani si attivarono per sviluppare un programma nucleare nazionale. Nel 1946 nacque quindi a Milano il Centro Informazioni Studi ed Esperienze (CISE), cui parteciparono fisici e ingegneri quali Mario Silvestri e Giorgio Salvini e alcune delle maggiori aziende italiane: Azienda elettrica milanese, Cogne, Edison, Falck, Fiat, Montecatini, Pirelli, Sade e Terni.. Gli sforzi italiani nel campo dell'energia nucleare furono però contenuti dagli Stati Uniti d'America, che nel 1946, con lAtomic Energy Act, limitarono l'accesso alle tecnologie nucleari ai Paesi ex nemici durante la guerra, e con gli accordi di pace del 1947 impedirono all'Italia di disporre di un'industria per l'arricchimento del combustibile.. Con il piano Marshall, inoltre, gli Stati Uniti non finanziarono l'implementazione del programma nucleare, preferendo invece indirizzare la politica energetica italiana, e nel complesso europea, verso il mercato petrolifero delle società statunitensi..

Ciò nonostante, lo sviluppo del programma nucleare italiano proseguì: vennero fondati nel 1951 l'Istituto nazionale di fisica nucleare (INFN) e nel 1952 il Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari (CNRN), sotto la direzione di Francesco Giordani, già presidente dell'IRI durante il fascismo. Con la localizzazione di alcuni giacimenti uraniferi nel nord Italia gli Stati Uniti si offrirono di formare il personale tecnico necessario, a patto che, in futuro, dell'uranio estratto, l'Italia trattenesse solamente la quota necessaria al proprio programma nucleare.. Nella seconda metà degli anni 1950, presso i laboratori del CISE, a Milano, venne infatti realizzato e messo in funzione il primo impianto di metallurgia dell'uranio.Energia Nucleare - Rivista bimestrale edita dal CISE, vol. 3, n. 3, 15 giugno 1956, pp. 154-167 Con la presidenza di Dwight D. Eisenhower e il suo programma degli "Atomi per la pace" gli Stati Uniti intavolarono con il governo italiano le prime discussioni per l'implementazione del programma nucleare e nel 1955 furono firmati i primi accordi e inviati i primi materiali. La collaborazione statunitense, comunque, rimase limitata a causa dell'importante presenza del Partito Comunista Italiano e per la volontà del governo italiano e dell'Eni di Enrico Mattei di sviluppare un settore nucleare completamente statale e alimentato a uranio non arricchito, rendendolo quindi indipendente dalle tecnologie di arricchimento statunitensi..

La costruzione delle centrali negli anni sessanta Nel corso degli anni 1960, l'Italia realizzò sul proprio territorio tre impianti di prima generazione basati sulle tre più innovative tecnologie dell'epoca: i reattori di tipo BWR e PWR di origine statunitense e quello di tipo Magnox di origine britannica.

Considerando che le tecnologie disponibili nelle prime fasi dello sfruttamento dell'energia nucleare erano molteplici e che non si conoscevano ancora tutti i vantaggi ed i problemi relativi a ciascuna, l'Italia si dotò di tre centrali di differenti metodi produttivi (anche se tutte di origine anglo-statunitense) che rappresentavano, per ciascuna di esse, dei modelli pressoché prototipali e che dunque servirono agli stessi Regno Unito e USA per sperimentare all'estero dei reattori capostipiti delle rispettive filiere.

La prima centrale nucleare italiana venne realizzata a Latina, un impianto con un unico reattore di tipo Magnox da e lordi che, una volta ultimato il 12 maggio 1963, rappresentava l'esemplare più potente d'Europa. Otto mesi più tardi fu approntata quella di Sessa Aurunca, alla quale seguì meno di un anno dopo l'installazione di Trino, che aveva a disposizione un reattore PWR Westinghouse da e lordi e che .

Nel 1964 veniva stimato il fabbisogno di combustibile nucleare futuro per tutte le centrali a 95 t/anno totali. Sempre nello stesso anno le tre centrali allora attive in italia avevano prodotto 2.4 TWh circa il 4,5% della richiesta italiana.

Nel 1966 l'Italia era il terzo produttore al mondo dopo Stati Uniti d'America e Regno Unito. L'energia prodotta dalle tre centrali era comunque poca cosa rispetto alla produzione nazionale, a cui contribuivano mediamente per il 3-4%.

Il 1º gennaio 1970 iniziò la costruzione della quarta centrale, quella di Caorso, una centrale BWR che produceva 860 MWe, che fu ultimata il 23 maggio 1978 e fu messa in esercizio il 1° dicembre 1981.

La crisi petrolifera

Nel corso degli anni 1960, per contenere gli investimenti e aumentare i profitti, le compagnie petrolifere decisero di costruire sul territorio nazionale italiano numerose raffinerie di petrolio di scarso livello tecnologico.. In particolare furono realizzati impianti inadatti al cracking, di conseguenza in seguito alla raffinazione una quota di petrolio compresa tra il 50% e il 55% veniva restituita sotto forma di olio combustibile ricco di solfuri. A causa della presenza di leggi sull'inquinamento estremamente permissive, questo sottoprodotto presente in quantità eccessive poteva essere utilizzato nelle centrali a olio combustibile dell'Enel, . Nel 1971 di fatti il nucleare produceva solo il 3,7% dell'energia elettrica prodotta in Italia. Durante la dirigenza dell'Enel di Arnaldo Maria Angelini, la quota di energia elettrica ricavata dall'olio combustibile passò in Italia dal 23% del 1963 () al 59% del 1973 ().. A causa di queste politiche energetiche, l'Italia fu duramente colpita quando scoppiò la crisi petrolifera del 1973..

La vulnerabilità del sistema energetico italiano spinse l'Enel a realizzare un progetto per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Essendo il settore dell'energia idroelettrica già saturo e le tecnologie per lo sfruttamento dell'energia eolica e fotovoltaica ancora in fase sperimentale, l'unica scelta per una possibile diversificazione energetica ricadde sul nucleare. Fu quindi proposto un piano ambizioso che prevedeva di realizzare, entro dieci anni, dieci centrali nucleari ognuna costituita da due reattori identici da l'uno per un totale di , quando la potenza nucleare installata all'epoca ammontava complessivamente a . Nel settembre del 1975 il progetto fu quindi incluso nel Piano Energetico Nazionale, che però ometteva i siti di costruzione e la tipologia degli impianti da realizzare. In vista dell'ampliamento del parco reattori l'Italia contribuì alla costruzione dell'impianto di arricchimento dell'uranio nel sito nucleare del Tricastin in Francia, pre-acquistando uranio arricchito, successivamente rivenduto in perdita. L'unica azione per implementare il piano fu intrapresa nel 1976, quando si decise di costruire la centrale di Montalto di Castro con due reattori nucleari ad acqua bollente (BWR) da di potenza elettrica netta ciascuno. Venne anche delineata una seconda centrale a Trino, la prima basata sull'allora nascente "Progetto Unificato Nucleare", con due reattori nucleari ad acqua pressurizzata (PWR) da di potenza elettrica netta ciascuno.

Il referendum del 1987

Negli anni 1980 la sicurezza degli impianti nucleari divenne una preoccupazione crescente. Sulla scia dell'incidente di Three Mile Island del 1979, l'inizio dell'esercizio commerciale dell'impianto di Caorso fu posticipato al fine di provvedere ad alcuni aggiornamenti ai sistemi di sicurezza.

Nel 1978 l'impianto di Sessa Aurunca fu fermato per un guasto ad uno dei generatori di vapore secondari. A seguito del terremoto dell'Irpinia del 1980 l'intera regione Campania fu rivalutata dal punto di vista sismico. La nuova classificazione sismica delle aree dove sorgeva l'impianto rendeva necessari importanti lavori di adeguamento sismico. Nel 1982, valutata l'antieconomicità degli interventi, l'impianto fu definitivamente spento.

Il disastro di Černobyl' del 1986 portò a indire in Italia l'anno successivo tre referendum nazionali sul settore nucleare. In tale consultazione popolare, circa l'80% dei votanti si espresse a favore delle istanze portate avanti dai promotori. I tre referendum non vietavano in modo esplicito la costruzione di nuove centrali, né imponevano la chiusura di quelle esistenti o in fase di realizzazione, ma si limitavano ad abrogare i cosiddetti "oneri compensativi" spettanti agli enti locali sedi dei siti individuati per la costruzione di nuovi impianti nucleari, nonché la norma che concedeva al CIPE la facoltà di scelta dei siti stessi in assenza di un accordo in tal senso con i comuni interessati, e a impedire all'Enel di partecipare alla costruzione di centrali nucleari all'estero.

Tra il 1988 e il 1990 i governi Goria, De Mita e Andreotti VI posero termine all'esperienza nucleare italiana, con l'abbandono del Progetto Unificato Nucleare e la chiusura delle tre centrali ancora funzionanti di Latina, Trino e Caorso. Le due centrali di Latina e di Trino erano peraltro già praticamente a fine vita, essendo state progettate per poter funzionare per 25-30 anni dall'accensione del reattore,Anche se la Centrale nucleare di Yankee Rowe, che era il prototipo di quella di Trino, rimase in attività per molti più anni effettivi rispetto a quest'ultima (considerato che la centrale italiana ebbe anche due lunghe pause di funzionamento finalizzate a effettuare modifiche al reattore e ai sistemi di sicurezza), e il primo dei quattro reattori Magnox della Centrale nucleare di Calder Hall restò operativo per 47 anni (dal 1956 al 2003) a fronte dei 23 del reattore di Latina. quindi l'unica centrale che venne effettivamente chiusa con grande anticipo sul ciclo previsto fu quella di Caorso (dopo meno di dieci anni).

Per quanto riguarda gli impianti in costruzione e quelli pianificati, fu interrotto il cantiere della centrale di Montalto di Castro la cui area, sfruttando le prese per l'acqua a mare già realizzate, venne poi riutilizzata per la realizzazione della centrale termoelettrica Alessandro Volta, mentre per il progetto della seconda installazione di Trino era stato solo individuato e predisposto il sito che fu in seguito impiegato per l'approntamento della centrale termoelettrica Galileo Ferraris.

Dal 1999 i siti delle centrali nucleari italiane sono di proprietà e gestiti da SOGIN e, assieme agli altri complessi nucleari presenti sul territorio italiano, sono in fase di smantellamento e programmati per essere rilasciati all'ambiente senza alcun vincolo radiologico entro il 2052.

Nel periodo di attività antecedente al 1987, le centrali nucleari italiane hanno prodotto scorie radioattive che, ad ottobre 2011, si trovavano per il 98% negli impianti di ritrattamento di Areva a La Hague in Francia (da dove verranno restituite riprocessate nel 2040) e di BNFL a Sellafield nel Regno Unito (rese nel 2017). In precedenza, erano sistemate nelle piscine delle centrali stesse o in quella dell'impianto EUREX di Saluggia, in Piemonte.

Evoluzione della produzione elettrica dopo il 1987

Fonti sostitutive del nucleare

La mancata produzione di energia elettrica da fonte nucleare, che nel 1986 ebbe un picco pari al 4,5% del totale, ma che negli anni precedenti si attestava generalmente intorno al 3-4%, fu compensata con l'aumento dell'utilizzo di combustibili fossili, in particolare carbone e gas ma anche petrolio/olio combustibile, e con un ulteriore incremento delle importazioni, passate complessivamente da del 1987 a del 1988, in aggiunta a quello già necessario ogni anno a coprire il generale aumento dei consumi, che nel 1987 era stato del 4,9% e nel 1988 del +5,1%Dati "Terna" 2007 ..