La Croce di Mastro Guglielmo o Croce di Sarzana è una croce dipinta, datata epigraficamente al 1138 e conservato nella cattedrale di Santa Maria Assunta di Sarzana in provincia della Spezia. Si tratta del più antico esempio di croce dipinta datatoMariagiulia Burresi, Lorenzo Carletti, Cristiano Giacometti, I pittori dell'oro. Alla scoperta della pittura a Pisa nel Medioevo, Pacini Editore, Pisa 2002, p. 20. ISBN 88-7781-501-9.

Storia L'opera venne realizzata per l'antica cattedrale di Luni, oppure fu commissionata per la chiesa di Sant'Andrea di Sarzana; ipoteticamente poteva essere collocata sull'Iconostasi che separava la navata dal presbiterio o zona riservata al clero. In realtà non esistono prove di una simile collocazione e il dettaglio miniaturistico delle scene della Passione dipinte ai lati del corpo del Cristo crocifisso, oltre alle iscrizioni che descrivevano le scene (oggi quasi completamente illeggibili) porterebbe a pensare ad una collocazione che permettesse la fruizione ravvicinata di questi particolari: fruizione non necessariamente destinata ai fedeli, ma più probabilmente al clero che recitava le funzioni.

Nel 1470 la pieve di Sant'Andrea fu sottoposta a lavori di ristrutturazione e la Croce di Guglielmo venne trasferita in un luogo imprecisato. Ricomparve alcuni anni dopo nel vicino oratorio di Santa Croce. Da lì passò nella cattedrale di Santa Maria Assunta, collocata sopra la porta della sacrestia.

Lì la trovò durante la visita pastorale del 1572 il vescovo Giovanni Battista Bracelli che afferma “invenit iconam seu potius aliquas figuras Crucifixi, Beatae Mariae, Nicodemi et aliorum sanctorum vetustissimas et minime condecentes“Archivio vescovile Lunense, Visita Apostolica di G. Battista Bracelli, foglio 42 tratta da W. G. van Ketel, Del Crocifisso di mastro Guglielmo a Sarzana: la sua vicenda storica e il suo vissuto come oggetto sacro, Università degli studi di Genova, facoltà di lettere e filosofia, a.a.1983-1984. Dodici anni dopo, nel 1584, durante la sua visita apostolica monsignor Angelo Peruzzi la vide esposta sull'altare della Purificazione della Beata Vergine Maria ed affermò che detto altare “habet iconam cum imagine Crucifixi, in actu quo Nicodemus corpus D.N. Jesu Christi levavit de cruce, cum multis aliis imaginibus, ita quod redditur valide ornatum“Archivio vescovile Lunense, Visita Apostolica di Monsignor Angelo Peruzzi, parte I, carta 26 recto e verso tratto da La visita apostolica di Angelo Peruzzi nella Diocesi di Luni-Sarzana (1584), volume primo, a cura di E.Freggia, Roma, 1986, pag 22.

Nel 1602 venne attribuito all'immagine il miracolo di aver guarito un bambino di nome Agostino, in seguito al voto fatto dalla madre. Data la devozione dei fedeli l'immagine dovette essere collocata in un luogo più adeguato: nello stesso anno del miracolo fu spostata, su proposta dei canonici della cattedrale, nella cappella dedicata a san Giovanni Battista, della famiglia Cattanei. L'altare venne consacrato nel 1607Secondo i patti la cappella doveva essere quindi abbellita a cura dei canonici e se ne doveva conservare il nome; una targa marmorea doveva ricordare l'accordo. Dopo la cerimonia nella quale il dipinto venne spostato, tuttavia, la cappella fu conosciuta come "cappella del Crocifisso" e nel 1717 il cardinale Lorenzo Casoni, legato pontificio di papa Clemente XI ne fece rimuovere gli stemmi e gli ornamenti legati alla famiglia. La cappella venne restaurata ancora tra il 1991 e il 1998.. Alla liturgia ufficiale si affiancò la pietà popolare: venne creata una confraternita dedicata al Santissimo Crocifisso che aveva cura della cappella e propagava la devozione verso l'immagine sacra. La celebrazione della messa avvenne per un certo periodo tutte le mattine di fronte al dipintoIn un intervento del vescovo del 21 gennaio 1617 si legge che: "Essendo stato riferito che ogni mattina si celebra la prima messa nella Cappella del Santissimo Crocifisso della Nostra Cattedrale di Sarzana e che per l'angustia d'essa Cappella ben spesso accadono e possono accadere degli scandali (...) comunichiamo ad ogni sacerdote di celebrare la prima Messa all'altare Maggiore"..

Dalla seconda metà del XVIII secolo la devozione al Crocifisso si legò a tre reliquie della Passione che si trovano nella concattedrale di Sarzana: la reliquia della Santa Croce, quella del Preziosissimo Sangue di Gesù ed alla Santa Vergine del CoroIl codice manoscritto “il Sacrista istruito” dato fra il 1741 e il 1842, indica il modo di compiere alcune preghiere: "Quando si espone la reliquia del Preziosissimo Sangue, al mattino si scopre anche il Crocifisso e la Vergine del coro (...) terminata la Messa cantata tanto il Crocifisso che la Vergine del coro si chiudono". Sempre in queste istruzioni si afferma che ogni venerdì la Messa conventuale deve essere cantata nella cappella del Santissimo Crocifisso.. La tradizione popolare riporta altri miracoli attribuiti all'immagine sacra.

Una copia fedele della croce di Mastro Guglielmo si trova sull'altare maggiore della Abbazia di Heiligenkreuz in Austria: questa è stata realizzata dall'artista italiano Renato Manfredi nel 1980–1981 nell'ambito della ristrutturazione dell'area dell'altare della chiesaWilli, Agnes: Über alle erhöht, Heiligenkreuz: Be&Be, 2009, p. 33. Stift Heiligenkreuz: "Bravo, lieber Herr Renato Manfredi, bravo!". 15 novembre 1912. URL consultato il 3 luglio 2017. e appesa sopra l'altare il Venerdì santo (17 aprile) del 1981.Willi, Agnes: Über alle erhöht, Heiligenkreuz: Be&Be, 2009, p. 7 e 33.

Descrizione Sulla croce è rappresentato il Cristo crocifisso, accompagnato dai Dolenti e da riquadri di varia dimensione con Storie della Passione. Inoltre, sotto il titulus crucis, compare un'iscrizione recante la firma dell'autore del crocefisso. Il distico di esametri leonini, realizzato con una particolare cura per l'assetto grafico e stilistico, recita: ANNO MILLENO CENTENO / TER QUOQ(ue) DENO / OCTAVO PIN/X(it) / GUILLE(l)M(us) ET H(aec) METRA FINX(it), ovvero Nell'anno 1138 Guglielmo dipinse (quest'opera) e compose questi versi. Risulta così che l'autore fosse un certo Guglielmo, detto anche convenzionalmente "Mastro Guglielmo", di cui null'altro si sa a parte il nome, anche se si può inferire che possedesse una certa cultura, potendo scrivere una dedica in versi latini, cosa non accessibile a tutti in quel periodo storico.

La figura del Cristo è raffigurata come trionfante (Christus triumphans), un'iconografia derivante da avori di epoca carolingia, tipica dell'ambiente della Riforma gregoriana, che si ripresenta nelle altre croci dipinte di area centro-italiana: Lucca, Pisa, Firenze, Arezzo, Spoleto e forse Roma.

La pittura venne realizzata su un supporto in legno di castagno, essenza legnosa tipica delle opere del XII e inizio XIII secolo. Fra gli strati preparatori, poi, si individuano, secondo la tradizione tecnica più consolidata, una tela ingessata, alcune strisce di pergamena per le zone di maggiore fragilità strutturale, e una stesura molto compatta e perfettamente finita di gesso e colla. Dopo l'esecuzione, presumibilmente all'inizio del XIV secolo, la figura del Cristo (ad eccezione del ricco perizoma) venne ridipinta. Venne rispettato però, pur nell'aggiornamento stilistico, la fisionomia, segno di una considerazione già devozionalmente orientata dell'originale. La figura originale è in parte leggibile grazie alla radiografia e alla riflettografia effettuate sul dipinto all'epoca del suo ultimo restauro, concluso dall'Opificio delle Pietre Dure, nel 1998 e pubblicato nel 2001. Il restauro è stato realizzato da Roberto Bellucci, con la collaborazione di Ciro Castelli, Mauro Parri e Andrea Santacesaria per la parte lignea; con la direzione di Marco Ciatti e Cecilia Frosinini.

Il committente, potrebbe essere identificato con un certo Guglielmo Francesco, figlio di Alberto Rufo e legato allo sviluppo economico della città, oppure con un membro della famiglia Villano.

I riquadri All'estremità del braccio sinistro della Croce è dipinto il volto del profeta Geremia, con un cartiglio che riporta un testo del libro delle LamentazioniIl testo nel cartiglio riporta: Spiritus oris nostri, Christus Dominus, captus est in peccatis nostris, ovvero "Il nostro respiro, l'unto del Signore, è stato preso nel loro trabocchetto" (Lamentationes, 4,20)., che allude alla prigionia del re Sedecia presso i Caldei, profezia di Gesù Cristo preso ed ucciso dai peccatori. Nella liturgia il testo delle Lamentazioni è impiegato il Venerdì e Sabato santo. Sopra la rappresentazione dei simboli evangelici dell'angelo e del leone.

All'estremità inferiore del braccio destro è rappresentato il profeta Isaia che tiene tra le mani un cartiglio con un testo tratto dal canto del servo di Jawè"Sicut ovis ad occisionem ducetur", tradotto come "Era come un agnello condotto al macello". che si riferisce all'agnello sacrificale, figura che negli Atti degli ApostoliAtti degli Apostoli, 8,32. il diacono Filippo attribuì a Gesù: il passo viene impiegato nella liturgia della Settimana Santa. Sopra la rappresentazione dei simboli evangelici dell'aquila e del bue.

Nello spazio tra la cimasa ed il nimbo di Cristo, è riportato il titulus crucis in latino: Iesus Nazarenus Rex Iudeorum

Le Storie della Passione Nelle Storie della Passione sono presenti gli episodi: Bacio di Giuda: Cristo isolato al centro della composizione, con alle spalle i soldati, fa un cenno con la mano destra a Pietro che aggredisce Malco con un coltello. Giuda, di fianco, lo bacia. Flagellazione e tradimento di Pietro: Cristo è al centro della composizione con le sue mani legate alla colonna, con a lato, più piccoli, i flagellatori nell'atto di colpire e sopra di loro due angeli di profilo con ampi mantelli; all'estremo lato destro si trova la piccola figura di Pietro che rinnega Gesù. Via del Calvario: Cristo al centro del riquadro guarda fuori della città, seguito dalla folla e dalle donne (tra queste Maria). La scena è statica, solo un Giudeo indica con la mano al Cristo la via dolorosa. Gesù calato dalla Croce: la figura del Cristo esanime è al centro della scena, con Giuseppe di Arimatea che lo sorregge e Nicodemo che toglie i chiodi in basso; sono presenti anche i discepoli e le donne. Deposizione al sepolcro: conclude il ciclo della Passione, con Nicodemo e Giuseppe che depongono Gesù nella tomba alla presenza delle donne e di Maria. Marie al sepolcro: inizia il ciclo della gloria, con l'angelo che annunzia la resurrezione indicando alle donne ed a Maria la tomba vuota ed il sudario. Ascensione, collocata nella cimasa della Croce: gli undici Apostoli con la Vergine al centro tra due Angeli. Al centro, sopra la testa della Vergine, la mandorla entro la quale è raffigurato il Cristo in trono, figura di dimensione maggiore rispetto alle altreLa mandorla indica una presenza divina estranea ed invisibile al mondo sensoriale, percepibile solo dallo spirito ed evidenzia la divina regalità del Cristo..

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