Biografia Gli inizi e il periodo napoletano Si sa abbastanza poco della sua giovinezza: probabilmente discendente del pittore di origine toscana Jacopo del Pacchia, detto Pacchiarotto, egli fu dapprima corista nella cattedrale di Forlì e poi in quella di Venezia, dove avrebbe ricevuto insegnamenti di canto anche dall'affermato compositore Ferdinando Bertoni che sarebbe rimasto suo intimo amico fino alla morte. Dopo aver fatto alcune apparizioni in pubblico con lo pseudonimo di Porfirio Pacchiarotti, interpretando, tra l'altro, il ruolo di Acronte nell'opera di Hasse, Romolo ed Ersilia, a Innsbruck, in occasione dei festeggiamenti per il matrimonio di Pietro Leopoldo d'Asburgo Lorena con l'infanta di Spagna (1765), egli fece probabilmente il suo vero e proprio debutto teatrale a Venezia nel 1766, al Teatro San Giovanni Grisostomo (oggi Malibran), interpretando la parte di Ulisse nella prima rappresentazione dellAchille in Sciro di GassmannCaruselli, S., op cit, 3, p 939.
Con la fine degli anni sessanta, Pacchierotti era ormai affermato a Venezia, sia come cantante d'opera, sia come corista in San Marco, dove era direttore musicale Baldassarre Galuppi. E fu proprio in una rappresentazione di un lavoro di quest'ultimo, Il re pastore (1769), che Pacchiarotti raccolse il suo primo grande successo come "primo uomo" interpretando la parte di Agenore. Insieme a Galuppi, che lo aveva preso sotto la propria ala protettrice, il giovane Pacchierotti si era anche recato a Pietroburgo e, al suo rientro a Venezia, in quello stesso 1769, aveva sostituito il Guarducci come "primo musico" al Teatro San Benedetto.
A partire dal 1770 il Pacchierotti si esibì prima a Palermo, poi, ripetutamente, a Napoli, ed in entrambe le piazze rimase coinvolto in aspre rivalità prima con Caterina Gabrielli e poi, nientemeno che con Caffarelli, e prese comunque parte a importanti rappresentazioni, come le riprese napoletane dell'Alessandro nell'Indie di Piccinni, e dell'Orfeo ed Euridice di Gluck. Dopo essersi esibito anche altrove, ed in particolare a Bologna, a Milano e a Forlì, dove inaugurò il nuovo teatro lirico, nel 1776 egli tornò a Napoli per la prima dellArtaserse di Bertoni e fu coinvolto in un'oscura spiacevole storia di duelli che lo condusse in prigione e, al momento del rilascio, ad abbandonare per sempre la pur favorevole piazza di Napoli.
La carriera nel Nord Italia e a Londra Per i successivi quindici anni Pacchierotti si esibì nei teatri dell'Italia settentrionale, e più precisamente a Milano, Venezia, Genova, Lucca, Padova e Torino. La stagione 1778 si rivelò particolarmente felice: dopo aver riscosso un caldissimo successo nel Quinto Fabio di Bertoni, Pacchiarotti fu chiamato a partecipare, il 3 agosto, all'inaugurazione del Teatro alla Scala di Milano con il ruolo protagonistico di Asterio nell'opera prescelta allo scopo, l'Europa riconosciuta di Antonio Salieri. Nel 1785, mentre si esibiva a Venezia, ebbe la possibilità di cantare anche alle esequie del suo vecchio protettore Galuppi, esprimendo nei suoi confronti parole di commossa partecipazione e gratitudine.
Tra il 1778 e il 1791, Pacchiarotti ebbe anche occasione di visitare ripetute volte Londra riscuotendo un generale consenso e apprezzamento soprattutto da parte degli estimatori dell'opera italiana. Uno di essi, Lord Mount Edgcumbe, ci ha lasciato una certamente lusinghiera, ma comunque molto acuta, descrizione delle caratteristiche del cantante:
Durante le sue visite a Londra, Pacchiarotti si esibì soprattutto in opere del suo amico Bertoni, ormai divenuto un affermato operista, e, nonostante il suo aspetto esteriore non particolarmente brillante e la sua situazione, per dirla con Rossini, di "mutilato", non mancò neppure di colpire profondamente il cuore di più d'una nobildonna britannica, tra quelle che ebbero la ventura di ascoltarlo e di conoscerlo. Il 27 maggio 1784 fu chiamato ad eseguire diverse arie di Haendel alle celebrazioni per il centenario della nascita del compositore sassone che si tennero al Pantheon di Londra. La sua ultima visita nella capitale britannica, nel 1791, è rimasta famosa per le sue numerose esecuzioni della cantata di Haydn Arianna a Naxos, con l'accompagnamento al piano da parte del compositore.
Gli ultimi anni Le sue apparizioni in pubblico, comunque, avevano cominciato a diradare sin dalla fine degli anni settanta, pur mantenendo sempre un ottimo livello di qualità. Dopo il suo ultimo ritorno da Londra, egli fu di nuovo chiamato, il 16 maggio del 1792, a partecipare all'inaugurazione di un altro dei massimi teatri italiani, La Fenice di Venezia, in occasione della quale interpretò il ruolo protagonistico di Alceo ne I giuochi d'Agrigento di Paisiello. Dopo un'ultima stagione alla Fenice, Pacchiarotti si ritirò a Padova, concedendosi soltanto due ulteriori sortite pubbliche in forma di concerto al Teatro Nuovo di Padova: la prima il 13 luglio 1796 a sostegno dell'impresario Giuseppe Calegari, la seconda il 2 maggio 1797 in onore di Napoleone. A quest'ultima fu costretto a partecipare nonostante i suoi sentimenti patriottici di fedeltà alla soppressa Serenissima. L'espressione di tali sentimenti in una lettera indirizzata ad Angelica Catalani e caduta nelle mani della polizia francese, determinarono una seconda permanenza in prigione per il grande cantante italiano.
Rimasto famosissimo anche dopo il ritiro a Padova, dove acquistò nel 1804 Ca' Farsetti (che sarebbe stata trasformata dal nipote Giuseppe Cecchini Pacchierotti in un celebre castello neogotico con giardino, oggi non più esistente), Pacchierotti fu meta continua di visite da parte di figure ben note della cultura del tempo, tra cui Monti, Foscolo, Alfieri, Goldoni e Rossini. Un altro visitatore illustre fu Stendhal, il quale rimarcò di aver appreso di più, sulla musica, nelle sei conversazioni con il grande artista, che da qualsiasi libro, in quanto di era trattato di un colloquio tra "anime"Stendhal [Henri Beyle]: Rome, Naples et Florence en 1817, suivi de l'Italie en 1818, entry for 10 June 1817.
Pacchierotti non smise comunque mai completamente di cantare, rimanendo sempre particolarmente attaccato alla raccolta di salmi di Benedetto Marcello, dalla quale affermò di aver appreso quel poco che sapeva. Il 28 giugno del 1814 egli ebbe il dolore di cantare nella Basilica di San Marco al servizio funebre in onore del suo grande amico e compositore prediletto Ferdinando Bertoni. L'ultima volta che si esibì in pubblico avvenne il 19 ottobre 1817, all'età di settantasette anni, con l'esecuzione di un mottetto nella chiesa di Mirano.
Famoso per la sua affermazione che chi sa respirare, sa anche cantare, egli si dedicò anche all'insegnamento o forse meglio a consigliare le tecniche del bel canto, avendo tra i suoi allievi Rosmunda Pisaroni e Luigia Boccabadati e fu anche autore di un trattato dal titolo "Modi generali del canto premessi alle maniere parziali onde adornare o rifiorire le nude e semplici melodie o cantilene, giusta il metodo di G.P.", che fu pubblicato a Milano soltanto nel 1836 sotto il nome di A. Calegari. Ormai però il più grande, insieme a Girolamo Crescentini, dell'ultima generazione dei castrati, si era spento da venticinque anni. La sua sepoltura è stata riscoperta nell'antico oratorio di Santa Maria Assunta annesso alla villa Pocchini-Pacchierotti ora appartenente alla nobile famiglia Zemella, situato in località Mandria nel comune di Padova. I resti riesumati sono stati sottoposti a diverse analisi da parte dei ricercatori del gruppo di Medicina Umanistica dell´Universitá di Padova, che hanno pubblicato i risultati nella rivista scientifica "Nature Scientific Reports" rivelando di aver trovato tracce nello scheletro sia degli effetti della castrazione che del lavoro di cantante.
Caratteristiche artistiche Nel suo ancora embrionale lavoro The Castrati in Opera, Angus Heriot scrisse: "Oggi possiamo solo immaginare come potessero sembrare, all'ascolto, i grandi cantanti del passato; ma si potrebbe azzardare l'ipotesi che, di tutti i castrati, se fossimo in grado di riascoltarli, sarebbe Pacchierotti a piacerci di più …"* Heriot, A: op. cit., pagg 163-171. Come anche evidenziato dal suo estimatore londinese citato poc'anzi, Pacchiarotti aveva una voce estremamente bella, caratterizzata da un timbro grave molto potente e profondo, che faceva di lui piuttosto un mezzosopranista molto esteso (arrivava in alto al do5), che non un vero e proprio soprano. Ma soprattutto Pacchiarotti era, ed anzi si poneva consapevolmente, come erede dello stile antico del belcanto, che privilegiava il vigore espressivo e la passione (il "pathos" di Lord Mount Edgcumbe), rispetto al gusto per la coloratura acrobatica fine a sé stessa e per la corsa ai sovracuti, di cui il famoso do6 della Bastardella, sua contemporanea, era l'esemplificazione vivente. Pacchierotti, con il rigore che lo caratterizzava, con l'enorme perizia tecnica di cui era in possesso (la varietà delle sue fioriture appariva come "inesauribile"), con la sua ricerca di adesione del canto al testo, con la splendida voce calda e pastosa di cui poteva godere, si mise, insieme al Crescentini, alla testa di quella reazione artistica contro la deriva a cui il canto lirico stava andando incontro nella seconda metà del Settecento, reazione che, grazie anche all'adesione di altre figure rilevanti, come i tenori Giacomo David, Matteo Babini e Giovanni Ansani,e primedonne come Brigida Banti, Luísa Todi de Agujar e Giuseppina Grassini, creò le condizioni di quel recupero dei sistemi antichi che poi fu alla base del "gran finale" rossiniano della splendida stagione del belcanto di origine baroccaRodolfo Celletti, Storia del belcanto, Discanto Edizioni, Fiesole, 1983, pp. 112..
Ruoli creati L'elenco seguente non è sicuramente completo (mancano ad esempio le esecuzioni di Palermo, la prima dellArtaserse di Bertoni, etc.), ma è comunque largamente significativo della carriera di Pacchierotti. , «Amadeusonline» (accesso 20 maggio 2009)