Coson (o Koson, dal greco ΚΟΣΩΝ delle legende monetarie) è stato un re geto-dace del I secolo a.C., che alcuni identificano con Cotisone. Fu uno dei quattro – o forse cinque – evanescenti epigoni di Burebista che si spartirono il regno geto-dace, la cui unità si dissolse appena dopo la morte del grande fondatoreAlan K. Bowman, Edward Champlin, Andrew Lintott, The Cambridge Ancient History. X. The Augustan Empire, 43 B.C. - A.D. 69, p. 549, Cambridge University Press, 1996 ISBN 978-0-521-26430-3: Coson, insieme a Cotisone e Comosicus«Comoiscus» (rectius, Comosicus) è invece la dizione riportata nella Cambridge Ancient History, p. 549., si insediò nella parte sud-occidentale del regno, mentre a Dicomes spettò la parte sud-orientale.

L'eventuale identificazione con Cotisone, respinta da moltiYordanka Youroukova,Coins of the Ancient Thracians, British Archaeological Reports, Oxford, 1976, pp. 26 e 39-40 (trad. in bulgaro: Монетите на тракийските племена и владетели, 1992)., rivelerebbe un collegamento di Coson con Ottaviano, il futuro imperatore Augusto, che proprio con Cotisione intavolò trattative matrimoniali per la figlia Giulia maggiore e per se stessoSvetonio, Vite dei dodici Cesari. Augusto, LXIII (da LacusCurtius)..

A causa della carenza di fonti testuali che riguardano la storia dei Geti e dei Daci, molti degli importanti nomi collegati alla loro civiltà rimangono ignoti o controversi. Non fa eccezione nemmeno questo re, la cui consistenza storica, al pari degli altri epigoni del grande Burebista, è poco più che una pallida ombra.

La controversia che lo riguarda nacque non appena iniziarono a essere scoperti esemplari di vistose monete auree, dal diametro di 20 mm., contenenti, in esergo, la legenda ΚΟΣΩΝ (KOSON) in caratteri greci. Monete simili furono rinvenute in gran numero in Transilvania e queste scoperte catturarono l'attenzione degli scrittori fin dal XVI secolo. Così, vi sono commenti di Erasmo da Rotterdam nel 1520 e di Stephanus Zamosius (István Szamosközy) nel 1593.

L'annosa discussione verte su diversi punti: il significato da attribuire alla legenda monetale Koson, il nome di chi abbia battuto queste monete, e l'individuazione delle zecche artefici della coniazione. Le ipotesi avanzate nel tempo sono state le più varie: è stata anche suggerita una loro appartenenza alla monetazione medioevaleC. Preda, Istoria monedei în Dacia preromanã, Bucarest, 1998, p. 232., mentre in passato, uno studioso come Mommsenn, ha perfino avallato l'accattivante ipotesi di un presunto collegamento con l'assassinio di Giulio Cesare.

Gli studi più recenti, coadiuvati da alcuni risultati di indagini spettrofotometriche sul contenuto in tracce della lega aurea, sembrano avvalorare l'ipotesi di una coniazione avvenuta in zecche locali. Si apre così un mistero: l'inspiegabile inutilità di simili monete auree, dall'aspetto appariscente, ma di difficile utilizzazione corrente in quel contesto geografico (ostentative e inutili, secondo la definizione di Crawford), in cui rimangono peraltro un fenomeno unico, isolato, frutto di una stagione monetaria di breve durata. L'eccezionalità episodica di questo fenomeno rimarca il divario tra la Dacia e la vicina Tracia: solo in quest'ultima, infatti, il processo di «formazione dello stato» era riuscito a dar luogo a una realtà economico-statuale più organizzata, con «strutture fiscali in grado di sostenere coniazioni complesse, con varietà di denominazioni».

Monetazione

Oltre a reperti isolati, gruppi di monete con l'iscrizione in caratteri greci ΚΟΣΩΝ (kosõn), dette a volte cosoni o kosoni, sono stati scoperti in molti e cospicui ripostigli monetali in Transilvania.

Il primo tra i grandi gruppi, scoperto nel 1543, conteneva un tesoro di circa 40.000 stateri d'oro di Lisimaco e di Coson, insieme a oggetti in oro. Correva voce secondo cui il deposito fosse stato rinvenuto in un vano inchiavardato sotto il greto del fiume Strei, identificato con il Sargetia, menzionato anche da Cassio Dione. Si tratta dello stesso fiume nel cui letto sarebbe stato rinvenuto, dopo la conquista della Dacia per mano di Traiano, il tesoro del capo dei Daci, il grande Decebalo.Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXVIII.14.4 dal sito LacusCurtius.

Ricerche successive hanno smentito queste credenze, in qualche modo leggendarie, indicando, invece, l'origine del tesoro in una delle fortezze dacie dei monti Orăștie, probabilmente Sarmizegetusa Regia.

Molti altri ritrovamenti sono poi venuti alla luce in Romania, nel corso della storia, sia in forma di tesori, sia in esemplari isolati, specialmente nell'area della capitale SarmizegetusaOctavian Iliescu, Sur les monnaies d'or à la legende ΚΟΣΩΝ, in «Quaderni ticinesi di numismatica e antichità classiche», n. 19, 1990, p. 185.. Risale agli anni novanta del Novecento la scoperta di un deposito di circa 1000 esemplari, venuto alla luce nei pressi di Târsa-Luncani Carmen Maria Petolescu, Un tezaur de monede de aur de tip Koson, in AA.VV., 130 de ani de la crearea sistemului monetar românesc modern (a cura di Mugur Isărescu), Editura Enciclopedicã, București, 1997, p. 84. Carmen Maria Petolescu, Comoara regelui Koson, București, 1998, pp. 1-23.

Particolarità della monetazione del tipo « Koson »

Le emissioni con la legenda KOSON presentano diverse singolarità. Innanzitutto, appaiono essere l'unica monetazione aurea coniata dai Daci: una coniazione, secondo Crawford, probabilmente emessa nell'attuale Transilvania e che, secondo la definizione dello studioso, appare «notevole» ma, al tempo stesso, «ostentativa e inutile»Michael Crawford, Coinage and Money under the Roman Republic, Londra, Methuen, 1985, p. 238.

Iconografia romana e legenda greca Un'altra particolarità risiede nella scelta dei temi iconografici. Questi, pur coesistendo con una legenda in caratteri greci, risultano di chiara ispirazione romana. La moneta può essere accostata, in particolare, a due distinti esemplari della monetazione di età repubblicana.

Rovescio Il rovescioSecondo alcuni studi (Judita Winkler, Considerați despree moneda "Koson", in Istorie Veche, Tomo 23, 1972, n. 1, pp. 173-199; Octavian Iliescu, Sur les monnaies d'or à la legende ΚΟΣΩΝ, in «Quaderni ticinesi di numismatica e antichità classiche», n. 19, 1990, p. 185) l'attribuzione dritto/rovescio comunemente riportata andrebbe invece invertita appare simile a un denario, in questo caso argenteo, emesso nel 54 a.C. dal cesaricida Marco Giunio Bruto (Crawford 433/1Michael H. Crawford, Roman Republican Coinage, Cambridge University Press, 1974 ISBN 0-521-07492-4 (Vol. II, Tavola LII)), raffigurante una processione aperta da un accensus seguito da tre figure virili. Nel caso però delle monete con legenda Koson, sono presenti solo tre figure virili togate che procedono verso sinistra: un console (al centro) affiancato da due littoriMichael Crawford, Coinage and Money under the Roman Republic, Londra, Methuen, 1985, p. 237, ciascuno dei quali reca sulla spalla sinistra il fascio littorio. Nel campo a sinistra è presente in genere (ma non sempre) un monogramma che può essere visto come una B, ma la cui asta verticale si prolunga curiosamente in basso per poi descrivere una curva a destra terminata in una specie di svolazzo. In alcuni casi il monogramma è completamente assente. Quando presente, il suo schema può essere più schematico in alcuni esemplari e più elaborato in altri.

Dritto Il dritto riporta invece un'aquila a sinistra, stante su uno scettro, mentre l'altra zampa artigliata è sollevata a ghermire una ghirlanda.

Un fatto a lungo trascurato, che ha condizionato alcune conclusioni provvisorie, riguarda proprio questa iconografia che trova invece un evidente precedente in un rarissimo denario argenteo suberato di Quinto Pomponio Rufo (Crawford 398/1Michael H. Crawford, Roman Republican Coinage, Cambridge University Press, 1974 ISBN 0-521-07492-4 (Vol. II, Tavola I)), governatore della Moesia, emesso verso il 73 a.C.

Sistema ponderale Un'altra particolarità è il piede monetario, non conforme allo standard ponderale romano, di 8,10 gr., introdotto da Giulio Cesare nel 46 a.C., e adottato nelle emissioni di Bruto per ricompensare le truppe a lui fedeli. Esso, secondo Ernest Babelon, può essere invece accostato al Darico, un sistema ponderale riconducibile al re persiano DarioErnest Babelon, Les monnaies grecques. Aperçu historique, Payot, Paris, 1921 o, secondo Octavian Iliescu, allo standard cui si affidava Mitridate VI del Ponto durante la prima guerra mitridaticaOctavian Iliescu, Sur les monnaies d'or à la legende ΚΟΣΩΝ, in «Quaderni ticinesi di numismatica e antichità classiche», n. 19, 1990, pp. 185-214.

Controversie

L'interpretazione del denario come emissione propria dei Daci è stata a lungo dibattuta.

La controversia nasce da una serie di interrogativi, riguardanti sostanzialmente i seguenti punti: Il significato della legenda Koson (e l'origine della monetazione). Il responsabile dell'emissione (e quindi anche l'epoca). L'ubicazione della zecca (o delle zecche).

A tali domande, sono state date nel tempo una molteplicità di risposte.

La tesi di Eckhel e Mommsen: l'ipotetico collegamento con l'assassinio di Cesare

Pronunciandosi sulla controversia, Theodor Mommsen aderì alla tesi della sua allogenicità: secondo Mommsen, questa monetazione era stata emessa in nome del cesaricida Bruto, che si trovava a quel tempo in Grecia, dopo l'assassinio di Giulio Cesare, per radunare una flotta e reclutare le truppe da opporre nello scontro finale che si profilava con il secondo triumvirato di Ottaviano, Marco Antonio e Marco Emilio Lepido, il cui epilogo si sarebbe consumato nelle due battaglie di Filippi del 42 a.C..

Il precedente di Eckhel

Il collegamento con Bruto e con l'assassinio di Cesare non era comunque una novità: l'affascinante connessione, prima di essere ripresa dal Mommsen, era già stata avanzata da Joseph Hilarius EckhelEckhel, Doctrina numorum veterum, VI, p. 23 (da Google Book Search). che aveva basato le proprie argomentazioni sulla già descritta analogia tematica con il denario argenteo emesso da Bruto una decade prima, oltre che sull'interpretazione di quello strano monogramma, che poteva essere letto come la sovrapposizione di una B (rialzata) e di una R, interpretabile quindi come BR(utus) o, leggendovi eventualmente una L, come L. BR(utus). Ma, a queste considerazioni, già Joseph Eckhel aggiungeva un altro elemento, in seguito avvalorato dal Mommsen: si trattava di una notizia riportata da Appiano, secondo cui Bruto avrebbe coniato moneta aurea utilizzando il metallo prezioso fornitogli da Polemocratia: questa, vedova di un re trace, gli aveva fatto dono del proprio tesoro perché mettesse in salvo il suo giovane figlio.Appiano di Alessandria, Bellum civilis, IV.10.75 (dal sito web LacusCurtius) Eckhel, peraltro, nello stesso passo, aveva ulteriormente confuso le acque, spingendosi fino all'erronea individuazione della zecca in territorio italiano: per lui le coniazioni con l'epigrafe Koson erano da attribuire, per assonanza del nome, alla monetazione di CosaQuesta erronea associazione è accolta anche dal Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana di Emanuele Repetti, voce «COSSA o COSA (Cosa Volcientium)», Vol. I, p. 626, colonia romana (Cosa Volcientium) ubicata nei pressi dell'attuale Ansedonia.

La tesi di von Bahrfeldt

L'argomentata congettura di Joseph Eckhel, fortemente avvalorata dalla prestigiosa adesione di Mommsen, fu però confutata nel 1911, con forti argomenti, dal collezionista Max Ferdinand von Bahrfeldt, che negò ogni rapporto con la figura di Bruto, frutto, secondo lui, di un fraintendimento nell'interpretazione del monogramma. Von Bahrfeldt fu il primo a qualificare la coniazione come dinastica e non romano-repubblicana, collegandola alla figura di un re geto-dacico da lui indicato come Kotison (Cotisone), il cui nome, a suo giudizio, si sarebbe poi contratto in Koson nelle legende monetarie.