Il latino è una lingua italica (un ramo delle lingue indoeuropee) appartenente al gruppo delle lingue latino-falische.Un tempo le lingue latino-falische e le lingue osco-umbre erano considerate parte di un unico gruppo linguistico indoeuropeo, quello delle lingue italiche; tale visione è stata tuttavia progressivamente abbandonata dall'indoeuropeistica, ormai da decenni concorde nel considerarli due rami indoeuropei distinti, sebbene avvicinati da fenomeni di convergenza a causa del lungo coesistere nella penisola italiana. Veniva parlata nel Lazio ( in latino) già agli inizi del I millennio a.C.; oggi rimane la lingua ufficiale soltanto di uno stato nel mondo: la Città del Vaticano. È anche usata in molte liturgie cristiano-cattoliche.
Storia Origini ed età arcaica
La prima forma del latino, detta latino arcaico, è attestata dal primo millennio fino al III secolo a.C.. Di questa fase rimangono tuttavia solo tracce in alcune citazioni degli autori e in iscrizioni, che, insieme alla comparazione con altre lingue affini, ne consentono una ricostruzione assai parziale. Secondo Sesto Pompeo Festo, un noto lessicografo e grammatico romano del II sec. d.C., il latino, nel senso di "lingua laziale" primigenia, era un idioma ai suoi tempi ormai quasi del tutto scomparso:Sesto Pompeo Festo, De verborum significatione, parte I, p. 84. Budapest, 1889.
Restano solo frammenti dei testi letterari più antichi, quelli di Livio Andronico, Nevio ed Ennio, tutti risalenti al III secolo a.C. e databili circa cinque secoli dopo la mitologica fondazione di Roma (secondo Varrone avvenuta nel 753 a.C.). L'unica eccezione sono le commedie di Plauto, che costituiscono dunque la principale fonte per lo studio della lingua arcaica.
Dal II secolo a.C. la letteratura latina si sviluppò e, con l'opera di Marco Porcio Catone, nacque una prosa letteraria latina. La lingua era contraddistinta principalmente per una certa rudezza e mancanza di influssi dialettali. Pertanto l'uso del termine "latino arcaico" è esteso fino a considerare tale la lingua latina precedente al 75 a.C. circa.
Latino classico
Fu nel I secolo a.C., con l'estensione della cittadinanza romana agli Italici e i cambiamenti sociali che ne derivarono, che a Roma sorse la preoccupazione per la purezza della lingua. Anche sotto la spinta della speculazione linguistica greca, si avviò un processo di regolarizzazione della lingua. In questi tempi fiorirono letterati come Cicerone, che fu oratore e filosofo, oltre che politico (fu console nel 63 a.C., l'anno della congiura di Catilina); o come Catullo e i poetae novi, che rivoluzionarono la lingua poetica. La scrittura non era ignota neppure a condottieri come Cesare, che fu ammirato per il suo stile terso. Di Cesare, infatti, ci restano due opere ancora studiate e apprezzate: La guerra gallica (Commentarii de bello Gallico) e La guerra civile (Commentarii de bello civili).
I tempi erano ormai maturi perché la letteratura latina sfidasse quella greca, che allora veniva considerata insuperabile. Nella generazione successiva, sotto il principato di Augusto, fiorirono i maggiori poeti di Roma; Orazio, che primeggiò nella satira e nella lirica, emulava i lirici come Pindaro e Alceo; Virgilio, che si distinse nel genere bucolico, nella poesia didascalica e nell'epica, rivaleggiava con Teocrito, Esiodo e addirittura Omero; e poi ancora Ovidio, maestro del metro elegiaco, e Tito Livio nella storiografia.
Il periodo classico della lingua latina è ben conosciuto: il latino a differenza degli idiomi continuatori è tendenzialmente, ma non strettamente, una lingua di tipo SOV (soggetto-oggetto-verbo), con cinque declinazioni e quattro coniugazioni verbali. La declinazione dei nomi ha sei casi, tre diretti (nominativo, accusativo, vocativo) e tre obliqui (genitivo, dativo, ablativo). Rispetto all'indoeuropeo ha perso il locativo (assorbito dall'ablativoTraina, Bernardi Perini, Propedeutica al latino universitario, Pàtron, Bologna, 2007, pagg. 203-204) ma ne rimane tuttavia qualche sparuto relitto cristallizzato. Da notare che, nonostante l'opinione diffusa a livello scolastico, il genitivo non ha nulla a che vedere con il locativoTraina, Bernardi Perini, Propedeutica al latino universitario, Pàtron, Bologna, 2007, pagg. 201-202-203 e lo strumentale (anch'esso assorbito dall'ablativo). Anche il modo verbale ottativo si perse (fu assorbito dal congiuntivo) e così pure la diatesi media (sopravvissuta parzialmente in quei verbi detti deponenti) e il duale (di cui restano solo minime tracce). Inoltre, nel latino il concetto d'aspetto non aveva grande importanza: sia l'aoristo che il perfetto indoeuropei si fusero in un unico tempo, chiamato dai grammatici latini perfectum (letteralmente "compiuto", "concluso"). Invece venne conservato l'originario sistema di tre generi: maschile, femminile e neutro.
Il latino imperiale e tardo
Il latino divenne importante come lingua ufficiale dell'Impero romano, usato come lingua franca in particolare nella sua parte occidentale. In quella orientale, tale idioma realizzò notevoli mutamenti fra il I e il IV secolo nella penisola balcanica (in Dacia, ricostituitasi come provincia nella seconda metà del III secolo a sud del Danubio, in Mesia, e persino in Macedonia settentrionale, dove nasceranno nel V secolo due imperatori bizantini di madrelingua latina) e in alcune zone d'Asia (fra cui Berytus, sede di una delle più prestigiose scuole di diritto del mondo romano, Eliopoli e le sei colonie italiche di Pisidia)La diffusione del latino in Oriente fu dovuta anche e soprattutto al suo status di lingua ufficiale nell'esercito e nella pubblica amministrazione. Cfr. a tale proposito, Garnsey Saller, Storia sociale dell'Impero romano, pag.229, Roma-Bari, Editori Laterza, 2003 (titolo originale: The Roman Empire, Economy, Society and Culture, Londra, Gerald Duckworth & Co. Ltd, 1987) ISBN 88-420-7083-1. Tuttavia non riuscì a scalzare la κοινὴ διάλεκτος koinè diàlektos come lingua di cultura e d'uso nel Mediterraneo orientale, neppure a Costantinopoli, città nella quale il latino, piuttosto diffuso soprattutto fra le classi più elevate fino al 450 circa, andò sempre più retrocedendo davanti al greco che divenne, nel terzo decennio del VII secolo, la lingua ufficiale dell'Impero romano d'Oriente, o Impero bizantino, che perdurerà fino al 1453.
Anche in epoca imperiale si ebbero scrittori importanti: tra tutti si possono ricordare Seneca, Lucano, Petronio, Quintiliano, Stazio, Giovenale, Svetonio, Tacito. Al di là delle differenze stilistiche, questi autori, vissuti tra il I e il II secolo, mantennero per lo più invariata la lingua letteraria classica.
Il secondo secolo dopo la nascita di Cristo rappresentò un'epoca di grandi avvenimenti e trasformazioni in senso linguistico: da un lato nacque una moda culturale letteraria che, scavalcando gli ormai classici augustei, guardava alla latinità arcaica; e dall'altro, con autori come Apuleio, cominciò ad acquistare sempre più importanza il latino volgare, la lingua parlata che diventerà la base delle odierne lingue derivate dal latino, appunto lingue neolatine. Nel Tardo Impero, accanto ad autori più legati alla tradizione classica, come Ausonio e Claudiano, emersero le grandi figure dei Padri della Chiesa come Tertulliano, Ambrogio, Girolamo e, soprattutto, Agostino d'Ippona. Nel IV secolo visse anche uno dei massimi storici latini (ma di origine greco-siriana): Ammiano Marcellino.
Il latino medievale e umanistico
Con la caduta dell'Impero romano, il latino venne usato per secoli come unica lingua scritta nei territori un tempo facenti parte dell'Impero. Nelle cancellerie dei re, nella curia romana, nella liturgia della Chiesa cattolica, nella produzione dei libri, l'unica lingua era il latino; ma era un latino sempre più influenzato dal linguaggio parlato. Infatti, in un periodo difficilissimo da stabilire tra il tardo impero e l'alto Medioevo, il latino volgare aveva incominciato a differenziarsi dando origine prima al protoromanzo e poi alle prime fasi delle attuali lingue romanze (fra cui anche l'italiano).
Una reazione si ebbe intorno all'800 con il Rinascimento carolingio, quando Carlo Magno riunì intorno a sé i maggiori dotti dell'epoca, come il longobardo Paolo Diacono e l'anglo Alcuino di York, cui diede il compito di riorganizzare la cultura e l'insegnamento nel territorio del suo impero. La cosciente operazione di recupero, restituendo la correttezza al latino, ne sancì però definitivamente la natura di lingua artificiale, e la separazione dalla lingua parlata. Non è un caso che immediatamente dopo, per la prima volta, fu scritta consapevolmente una lingua romanza, ormai individuata come entità diversa dal latino: il francese antico del giuramento di Strasburgo, dell'842.
Dopo il Mille, nacquero le università medievali e l'insegnamento, per persone che giungevano da tutta l'Europa (i clerici vagantes), era rigorosamente in latino: un latino che, come è normale per una lingua, si era evoluto rispetto ai tempi di Cicerone o di Orazio. I dotti delle università elaborarono un latino particolare, detto scolastico, adatto a esprimere i concetti astratti e ricchi di sfumature elaborati dalla filosofia dell'epoca, chiamata appunto scolastica.
Il latino non era dunque più la lingua di comunicazione che era stata nel mondo romano; nondimeno, era una lingua vitale, tutt'altro che statica. Col tempo, però, anche questo fu visto come una depravazione della gloriosa lingua della Roma classica. Nel XIV secolo in Italia sorse un movimento culturale che, parallelamente alla riscoperta e rivalutazione del mondo classico e pagano, favorì un rinnovato interesse per il latino antico: esso prende il nome di Umanesimo. Cominciato già col Petrarca, ebbe i suoi maggiori esponenti in Poggio Bracciolini, Lorenzo Valla, Marsilio Ficino e Coluccio Salutati. La lingua classica divenne oggetto di studi approfonditissimi che segnarono di fatto la nascita della disciplina chiamata filologia classica.
In età moderna, il latino fu ancora usato come lingua della filosofia e della scienza, sia in Italia che all'estero (Tommaso Moro, Erasmo da Rotterdam, Thomas Hobbes, Christophe de Longueil ecc.) e in latino scrissero anche i primi scienziati moderni come Copernico, Gauss e Newton (Galilei usò sia il latino sia l'italiano, a seconda del pubblico a cui era destinata l'opera) fino almeno al XVIII secolo, quando anche in questo ruolo il latino fu sostituito dalle varie lingue nazionali (francese, inglese, tedesco ecc.).
A causa di ciò la maggior parte dei documenti (libri, manoscritti, epigrafi, ecc.) prodotti in lingua latina non risalgono al periodo classico (i cui testi ammontano a circa 600 unità), bensì a periodi successivi, ovvero il Medioevo e l'età moderna. Studi recenti hanno infatti rivelato l'esistenza di un patrimonio letterario che conta oltre testi accertati, la maggior parte dei quali resta tuttora inedita. Il latino fu una lingua ampiamente utilizzata dal movimento della Repubblica delle lettere.
Età contemporanea
Il latino è a tutt'oggi materia di studio in Italia in alcuni licei (liceo classico, primi due anni del liceo linguistico, indirizzi tradizionali del liceo scientifico e del liceo delle scienze umane), ma anche in alcune scuole superiori svizzere, spagnole, francesi, inglesi, lussemburghesi, tedesche, statunitensi, greche, russe, belghe, olandesi, croate e romene. Il primo canale radiofonico della televisione di stato finlandese Yleisradio (Yle), nell'ambito delle sue emissioni internazionali, trasmette regolarmente Nuntii Latini, un notiziario in latino ascoltabile in tutto il mondo e reso disponibile su Internet.Home page di Nuntii Latini, dal sito della Yleisradio Un altro esempio è Radio FREI da Erfurt (Germania) che trasmette in latino una volta alla settimana per un quarto d'ora. La trasmissione si chiama Erfordia Latina.