Il massacro di Sabra e Shatila () fu l'eccidio di un numero di civili quantificato tra 762 e compiuto tra il 16 e il a Beirut, in Libano, nel quartiere di Sabra e nel campo profughi di Shatila (o Chatila) da parte di forze dell'esercito del Libano del Sud e della milizia paramilitare delle Falangi Libanesi.. Gran parte delle vittime erano sciiti libanesi e profughi palestinesi.
Causa scatenante del massacro fu la morte in un attentato del presidente libanese Bashir Gemayel, che le forze falangiste attribuirono a sunniti e palestinesi. L'autore materiale dell'attentato fu Habib Shartouni, che agì su mandato di Nabil Alam. Entrambi erano esponenti di spicco del Partito Nazionalista Sociale Siriano (SSNP).
Antefatti
All'inizio di giugno del 1982 gli israeliani iniziarono l'assedio di Beirut e accerchiarono i 15 000 combattenti dell'OLP e dei suoi alleati libanesi e siriani all'interno della città. All'inizio di luglio, il presidente degli Stati Uniti d'America Ronald Reagan inviò Philip Habib, affiancato da Morris Draper (anch'egli in veste di inviato speciale per il Medio Oriente del presidente Ronald Reagan nel corso della crisi del Libanoil suo necrologio, pubblicato dal The Washington Post del 26 aprile del 2005.), con l'incarico di risolvere la crisi. Cominciarono lunghe ed estenuanti trattative rese assai difficili dal fatto che gli israeliani e gli statunitensi non vollero discutere direttamente con i palestinesi, e i palestinesi asserragliati nella città non vollero abbandonarla perché temevano ritorsioni dei soldati israeliani e dei loro alleati delle Falangi Libanesi.
Habib ottenne faticosamente dal Primo ministro israeliano Begin l'assicurazione che i suoi soldati non sarebbero entrati a Beirut Ovest e non avrebbero attaccato i palestinesi nei campi profughi; ottenne l'assicurazione del neo presidente libanese, Bashir Gemayel (Giumayyil, figlio di Pierre Gemayel, uno dei fondatori delle Falangi), che i falangisti non si sarebbero mossi, e infine ottenne l'assicurazione da parte del ministero della difesa degli Stati Uniti d'America che ci sarebbe stato un contingente militare statunitense a garantire gli impegni presi. L'accordo fu firmato il 19 agosto.
Il 20 agosto, alla vigilia dell'imbarco dei primi miliziani palestinesi, che cominciano a evacuare la città, venne pubblicata negli Stati Uniti d'America la quarta clausola dell'accordo per la partenza dell'OLP, che così recita:
Yasser Arafat, preoccupandosi lo stesso per la sorte dei profughi palestinesi, insistette sull'invio di una forza multinazionale che garantisse l'ordine. La richiesta ufficiale di intervento di una forza multinazionale di interposizione venne consegnata il 19 agosto 1982 dal ministro degli esteri libanese Fu'ad Butros agli ambasciatori di Stati Uniti d'America, Italia e Francia.
Il piano, fatto accettare dal mediatore statunitense Philip Habib ai libanesi, palestinesi e israeliani prevedeva l'intervento di una forza multinazionale di pace formata da 800 soldati statunitensi, 800 francesi e 400 italiani per garantire l'ordine durante il ritiro delle forze dell'OLP da Beirut. Il mandato della forza multinazionale era di un mese, dal 21 agosto al 21 settembre, e avrebbe potuto essere rinnovato su richiesta dei libanesi in caso di necessità.
Tutti i combattenti palestinesi sarebbero dovuti partire entro il 4 settembre e in seguito la forza multinazionale avrebbe collaborato con l'esercito libanese per portare una sicurezza durevole in tutta la zona delle operazioni. Il 21 agosto arrivò a Beirut il primo contingente internazionale mandato dai francesi e nel giro dei due giorni successivi anche i soldati italiani e statunitensi presero posizione nella città. A questo punto, Arafat acconsentì ad abbandonare Beirut insieme con i suoi 15 000 guerriglieri.
La situazione precipita Il primo giorno di settembre, l'evacuazione dell'OLP dal Libano fu dichiarata terminata. Due giorni dopo, le armate israeliane avanzarono e circondarono i campi profughi palestinesi, venendo meno al patto siglato con gli eserciti cosiddetti "supervisori", che però non fecero nulla per fermarle. Caspar Weinberger, segretario alla difesa statunitense, ordinò ai marines di abbandonare Beirut il 3 settembre.
Esattamente lo stesso giorno le milizie cristiano-falangiste, alleate degli israeliani, presero posizione nel quartiere di Bir Hassan, ai margini dei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila. La partenza degli statunitensi comportò automaticamente quella dei francesi e degli italiani. Il 10 settembre, gli ultimi soldati partirono da Beirut, undici giorni prima di quanto sarebbe dovuto accadere. Il giorno dopo, l'allora ministro della difesa Ariel Sharon contestò la presenza di 2 000 guerriglieri dell'OLP rimasti in territorio libanese; i palestinesi negarono il fatto.
Il premier israeliano Menachem Begin invitò il neo-presidente Gemayel a Nahariya per fargli firmare un trattato di pace con Israele, sostengono che Begin chiese a Gemayel di permettere la presenza delle milizie filo-israeliane nel Sud Libano con a capo Sa'd Haddad, al comando dell'Esercito del Libano del Sud; a Gemayel fu anche chiesto di dare la caccia ai 2 000 guerriglieri palestinesi, la cui presenza era stata denunciata prima da Sharon. Gemayel, anche a causa dei crescenti rapporti di alleanza con la Siria, rifiutò e non firmò il trattato.
L'attentato a Gemayel Il 14 settembre 1982, il presidente Bashir Gemayel fu ucciso in un attentato al quartier generale della Falange nella zona cristiana di Beirut, insieme con altri 26 dirigenti falangisti.
Il giorno seguente le truppe israeliane invasero Beirut Ovest. Con quest'azione, Israele ruppe l'accordo con gli Stati Uniti d'America che prevedeva il divieto di entrare in Beirut Ovest, gli accordi di pace con le forze musulmane intervenute a Beirut e quelli con la Siria. Nei giorni successivi il premier Begin definì l'azione come una contromisura per "proteggere i rifugiati palestinesi da eventuali ritorsioni da parte dei gruppi cristiani", mentre pochi giorni dopo Sharon affermò al parlamento che "l'attacco aveva lo scopo di distruggere l'infrastruttura stabilita in Libano dai terroristi".
Il massacro In cerca di vendetta per l'assassinio di Bashir Gemayel e coordinandosi con le forze israeliane dislocate a Beirut OvestFirst Lebanon War: The Kahan Commission of Inquiry, Jewish Virtual Library, 8 febbraio 1983. URL consultato il 7 aprile 2014., le milizie cristiano-falangiste di Elie Hobeika e quelle filo-israeliane di Sa'd Haddad alle 18:00 circa del 16 settembre 1982, entrarono nei campi profughi di Sabra e Shatila. Il giorno prima l'esercito israeliano aveva chiuso ermeticamente i campi profughi e scelto alcuni posti di osservazione sui tetti degli edifici vicini. Le milizie cristiane lasciarono i campi profughi solo due giorni dopo, il 18 settembre.
Il numero esatto dei morti non è ancora chiaro: il procuratore capo dell'esercito libanese in un'indagine condotta sul massacro, parlò di 460 morti, il rapporto della Commissione Kahan israeliana del 7 febbraio 1983 parlava di circa 700-800 morti Report of the Commission of Inquiry into the events at the refugee camps in Beirut; la Croce Rossa Internazionale (ICRC), basandosi sui corpi effettivamente contati dalla ICRC fino al 23 settembre 1982 (che non include i corpi sepolti in fosse comuni prima del loro arrivo) parla di 2.750 mortiThe Sabra and Shatila Massacres, 1982, CJPME, 2009.
Secondo il cronista Robert Fisk il massacro degli arrestati rinchiusi nello stadio Citè Sportive continuò anche nei giorni successivi, occultato nelle fosse comuniRobert Fisk, Cronache mediorientali, 2ª ed., Il Saggiatore, collana Saggi tascabili, 1180 pagine, copertina flessibile, 27 agosto 2009, ISBN 8856500493..
David Lamb scrive sul quotidiano Los Angeles Times del 23 settembre 1982:
Elaine Carey scrive sul quotidiano Daily Mail del 20 settembre 1982:
Loren Jankins scrive sul quotidiano Washington Post del 20 settembre 1982:
Testimonianza di Ellen Siegel, cittadina ebrea statunitense, infermiera volontaria:Si veda "Sabra and Shatila: A somber anniversary", accesso 12 gennaio 2014 . Il 20 settembre 1982, tra i primi giornalisti accorsi sul luogo degli eventi vi fu Pierre-Pascal Rossi, giornalista dell'emittente RTS (Svizzera). Prima di mostrare alcune immagini riprese a pochi giorni dal massacro, introduce con queste parole il suo servizio :
Condanne del massacro Il 16 dicembre 1982, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite condannò il massacro, definendolo "un atto di genocidio" (risoluzione 37/123, sezione D). La definizione fu approvata con 123 voti favorevoli, 22 astenuti e nessun contrario... In sede di voto, i rappresentanti di Canada e Singapore espressero dubbi sull'utilizzo del termine "genocidio" rispetto al caso in specie.
L'8 febbraio 1983, la Commissione Kahan giunse alla conclusione che i diretti responsabili dei massacri erano state le Falangi Libanesi, sotto la guida di Elie Hobeika. La stessa Commissione ammise anche la "responsabilità indiretta" del primo ministro Menachem Begin (per aver sostanzialmente ignorato quanto stava accadendo e non aver esercitato la dovuta pressione sul ministro della difesa e sul capo di stato maggiore affinché intervenissero a fermare il massacro), del ministro della difesa Ariel Sharon (per aver gravemente sottovalutato le conseguenze di un eventuale intervento falangista all'interno dei campi profughi e per non aver ordinato le adeguate misure per prevenire o ridimensionare il massacro), del capo di stato maggiore Rafael Eitan (per non aver ordinato le adeguate misure per prevenire o ridimensionare il massacro) e di altri ufficiali. La Commissione suggerì inoltre le dimissioni di Sharon, la non riconferma del direttore dei servizi segreti dell'esercito Yehoshua Saguy e la rimozione di tutti gli altri ufficiali.
Nel giugno del 2001, 40 parenti delle vittime del massacro denunciarono Sharon in una corte belga per crimini di guerra. Il caso portò a dure ripercussioni nelle relazioni fra Belgio e Israele e fu fra le ragioni che portò alla revisione della cosiddetta "legge sul genocidio" in senso restrittivo. Il 24 settembre 2003, la Corte di Cassazione del Belgio dichiarò il non luogo a procedere perché nessuno dei ricorrenti aveva la nazionalità belga (condizione richiesta dalla nuova versione della legge).
Elie Hobeika non fu mai processato e lungo gli anni novanta fu più volte deputato e anche ministro in vari governi libanesi, avvicinandosi sempre più alla Siria. Morì il 24 gennaio 2002 in un attentato, dopo essersi dichiarato disponibile a deporre nel processo belga a Sharon e a chiarire le proprie responsabilità nel massacro: "Per 19 anni ho portato il peso di accuse mai dimostrate senza aver l'opportunità di provare la mia innocenza".
Filmografia Valzer con Bashir, regia di Ari Folman (2008)
Note
Bibliografia Amnon Kapeliouk, Sabra e Chatila. Inchiesta su un massacro, Roma, Corrispondenza Internazionale, 1983 (trad. ital. dell'originale Sabra et Chatila: Enquête sur un massacre, Parigi, Éditions du Seuil, 1982). New 'evidence' in Sharon trial (8 May 2002). BBC World News. Accesso 12 gennaio 2014. Z. Schiff & E. Ya'ari, Israel's Lebanon War, New York, NY, Simon & Schuster, 1984. ISBN 0-671-47991-1. Chris Tolworthy, (March 2002). Sabra and Shatila massacres – why do we ignore them?. Global Issues. Accesso 12 gennaio 2014.
Voci correlate Ariel Sharon Bashir Gemayel Commissione Kahan Forze Libanesi Elie Hobeika Strage di Damour Valzer con Bashir (film di Ari Folman)
Altri progetti
Collegamenti esterni
Transcript of "The Accused" (17 giugno 2001). , articolo di Fulvio Grimaldi da Liberazione del 17 settembre 2001. Diario di un massacro, articolo di Valentina Perniciaro da Liberazione del 16 settembre 2008. Massacro di Sabra e Shatila: ce lo dissero le mosche..., articolo di Robert Fisk, testimone del massacro, da Globalist.it del 12 gennaio 2014.