Biografia Giovinezza Figlio di Raffaello Fabiani e di Ida Berlincioni, Mario Fabiani fece le prime quattro classi delle elementari e poi superò la prova d'ammissione alla prima classe dell'Istituto tecnico, che però frequentò solo per alcuni mesi. Suo padre era proprietario ad Empoli di una piccola bottega, nella quale, fin da piccolo, Mario era stato utilizzato per commissioni e in compiti di modesta contabilità interna.
All'età di diciassette anni Mario Fabiani venne assunto dalla ditta Rigoli di Empoli, nella quale svolse mansioni di rappresentante di generi alimentari, prevalentemente nella zona di Colle Val D'Elsa e Poggibonsi. Entrato nel movimento giovanile comunista empolese nel 1929, su iniziativa del cugino Paolo Vezzi, Fabiani ne divenne in breve tempo il principale esponente. La Fgci contava allora a Empoli circa duecento iscritti, non pochi per le dimensioni della cittadina.
Gli anni trenta e il carcere Fu, prima nella veste di responsabile dei giovani comunisti e poi di segretario del Partito comunista d'Italia, che nel 1930 e nel 1931 Fabiani organizzò a Empoli, in occasione delle ricorrenze del 1º maggio e del 7 novembre (anniversario della rivoluzione d'ottobre), manifestazioni antifasciste che ebbero una riuscita particolarmente confortante e un'eco nazionale, tanto da venir ricordate, in sede storiografica, come i "nuovi fatti di Empoli", dopo quelli, più celebri, del marzo 1921.Con l'espressione Fatti di Empoli si intende comunemente la strage di militari italiani, scambiati per fascisti, compiuta il 1º marzo 1921 da militanti del nascente Partito Comunista d'Italia e membri delle Guardie Rosse. Dopo la strage, gli squadristi, per rappresaglia, bruciarono la locale Camera del Lavoro.
Nel marzo-aprile 1931 vi fu in città un'ondata di arresti, che portò in carcere o costrinse alla fuga praticamente la totalità del gruppo dirigente comunista empolese. Fu così che Fabiani si trovò, giovanissimo, a prendere le redini del PCI di Empoli.
Lo storico Ernesto Ragionieri, in un saggio su Fabiani pubblicato nel 1974, ebbe ad affermare che Empoli, che poteva allora contare su centinaia di attivi militanti comunisti, rappresentò negli anni trenta “un caso abnorme in un paese come l'Italia”: infatti, su scala nazionale, nel 1931 il PCI non superava i tremila iscritti. Lo stesso Fabiani, in una testimonianza resa nel 1972 assieme ad altri due noti antifascisti empolesi, Remo Scappini e Jaurès Busoni, nati rispettivamente nel 1908 e nel 1901, ricordò, con evidente orgoglio per la propria terra d'origine, che in ognuno degli anni dal 1926 al 1943, vi fu almeno un empolese processato al Tribunale Speciale.Sentenza n. 134 del 26.10.1932 contro Mario Fabiani (“Organizzazione comunista toscana, con centro a Empoli (Firenze). – Associazione e propaganda sovversiva”). In: Adriano Dal Pont, Simonetta Carolini, L'Italia dissidente e antifascista. Le ordinanze, le Sentenze istruttorie e le Sentenze in Camera di consiglio emesse dal Tribunale speciale fascista contro gli imputati di antifascismo dall'anno 1927 al 1943, Milano 1980 (ANPPIA/La Pietra), vol. II, p. 678-679
La grande forza di cui il PCI disponeva a Empoli, indusse il giovane Fabiani e altri dirigenti a concepire l'idea di compiere un'insurrezione a livello locale, da portare avanti con le armi strappate alle organizzazioni militari fasciste del posto. Tale iniziativa venne però ritenuta prematura dal centro del PCI, che quindi la bloccò. Alla fine del 1931, Fabiani, consapevole d'essere nel mirino delle autorità fasciste, si spostò a Poggibonsi, dove lavorò per breve tempo come impiegato nella ditta di generi alimentari Pompilio Macchi.
Poco dopo, obbedendo a una richiesta del centro del partito, espatriò clandestinamente, per sottrarsi ad un ormai sempre più probabile arresto. Nel dicembre 1931, Fabiani raggiunse a Parigi il centro estero del PCI. Successivamente, nel maggio del 1932, approdò a Mosca. Lì frequentò la scuola leninista, seguendo tra le altre cose le lezioni di Giuseppe Rossi, futuro segretario della Federazione fiorentina del PCI.
Nell'estate del 1933 Fabiani fu mandato allInternazionale giovanile comunista, in qualità di aiuto del rappresentante italiano dell'organizzazione. In seguito fu di nuovo a Parigi, da dove, a partire dall'estate del 1933, compì varie missioni clandestine in Italia, in particolare nelle zone attorno a Modena e a Bologna.
Fu proprio a Bologna che, il 16 dicembre 1934 Fabiani, a seguito di una delazione, venne arrestato. In precedenza, nell'agosto del 1934, Fabiani si era brevemente incontrato ad Empoli con un cugino, il già citato antifascista Paolo Vezzi. Nei mesi precedenti al suo arresto Fabiani si era dedicato a svolgere opera di reclutamento tra i giovani e ad attuare azioni disgregatrici all'interno delle organizzazioni fasciste: il dopolavoro, i sindacati, le associazioni sportive e culturali. Dopo averlo catturato, il Tribunale Speciale fascista lo condannò a ventidue anni di carcere.Sentenza n. 15 del 5.4.1935 contro Mario Fabiani (“Organizzazione comunista emiliana scoperta nel dicembre 1934. Intensa l'attività di propaganda verso i giovani e nelle associazioni di massa fasciste. – Associazione e propaganda sovversiva”). In: Adriano Dal Pont, Simonetta Carolini, L'Italia dissidente e antifascista. Le ordinanze, le Sentenze istruttorie e le Sentenze in Camera di consiglio emesse dal Tribunale speciale fascista contro gli imputati di antifascismo dall'anno 1927 al 1943, Milano 1980 (ANPPIA/La Pietra), vol. II, S. 842-843 Fabiani passò in carcere nove anni, dal 1934 al 1943, Scappini altrettanti, dal 1933 al 1942. Busoni scontò tre anni di carcere e cinque di confino.
Fabiani scontò la pena inizialmente nel carcere di Regina Coeli, poi a Castelfranco Emilia, dove arrivò il 4 marzo 1936, e a Civitavecchia. Infine, dopo il 25 luglio 1943, fu recluso nella prigione di San Gimignano. A Castelfranco Emilia ebbe come compagni di detenzione molti altri antifascisti, alcuni dei quali di Empoli. Durante la prigionia Fabiani arricchì il proprio bagaglio culturale con la lettura anche di autori non marxisti (Carlo Pisacane, Benedetto Croce, Francesco De Sanctis). In prigione studiò molto: lingua, letteratura, storia, economia, diritto. Di Fabiani molti ricordano la riflessività, la metodicità, l'autocontrollo, la capacità di non trascendere.
Scarcerazione Fabiani riacquistò la libertà nell'agosto del 1943. Una volta scarcerato, fece ritorno a Empoli, e subito, con Giuseppe Rossi, Faliero Pucci e altri compagni usciti dal carcere, prese contatti con il gruppo dirigente del PCI di Firenze, stabilendo nel capoluogo toscano il proprio centro d'azione politica.
Proprio insieme a Rossi (Rossi, operaio edile e poi minatore, condannato nel 1937 dal Tribunale Speciale a 14 anni di carcere, rinchiuso in carcere fino al 25 luglio 1943, nello stesso carcere aveva fatto la conoscenza di Fabiani; dopo la sua uscita di galera divenne segretario della federazione fiorentina del PCI; in seguito sarebbe stato eletto nel 1946 deputato alla Costituente per il PCI e senatore nell'aprile 1948, se non fosse morto a quarantaquattro anni nell'agosto di quello stesso anno), Fabiani fu uno dei principali organizzatori comunisti della Resistenza a Firenze e in Toscana.
All'interno del comitato cittadino gli venne affidato il compito di seguire la situazione delle fabbriche, lavoro che svolse assieme ad Alfredo Mazzoni, Leo Negro ed altri. Quando l'11 settembre 1943 Firenze fu occupata dai tedeschi, il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale (CTLN) entrò in clandestinità. Fabiani divenne nuovamente a tutti gli effetti un ricercato politico. In questo periodo egli abitò nella casa della fidanzata e sua futura moglie Mara Bechelli, figlia dell'antifascista Renato Bechelli. A Firenze, i bandi di arruolamento della Repubblica Sociale Italiana ebbero subito adesione assai scarsa. Intanto l'organizzazione partigiana guadagnava in città effettivi e mordente. Parallelamente il movimento clandestino nelle fabbriche, colpite nel dicembre 1943 da una raffica di licenziamenti, specialmente ai danni di coloro che avevano rifiutato il trasferimento al Nord, si preparava per la sua prova più impegnativa: il grande sciopero del 3 marzo 1944.
In vista della manifestazione, Fabiani tenne numerosi incontri con i comitati clandestini delle fabbriche, allo scopo di convincere gli operai che era opportuno, anzi necessario, compiere questo passo. Antonio Roasio e Alfredo Mazzoni ricordano che grande fu l'impulso dato da Fabiani, affinché lo sciopero riuscisse e fosse compatto. L'ordine dello sciopero fu diramato il 3 marzo 1944 dal comitato d'agitazione diretto, tra gli altri da Mario Fabiani, Alfredo Mazzoni e Leo Negro. Quasi tutti gli stabilimenti cittadini furono bloccati dallo sciopero: Manifattura Tabacchi, Galileo, Pignone, Ginori, Superpila, Vallecchi e tanti altri siti produttivi minori. Le sigaraie, coraggiosamente, si posero in testa allo sciopero, e gridarono in faccia a Raffaele Manganiello, ex gerarca fascista nominato il 1º ottobre 1943 capo della provincia di Firenze: "Abbiamo fame, vogliamo la pace, e non vogliamo che i nostri figli siano mandati a morire per Hitler!"Carlo Francovich, La Resistenza a Firenze, Firenze, La Nuova Italia, 1961, p. 144
Sciopero del 1944 Lo sciopero del 1944 fu un momento di svolta. Dopo questa iniziativa, e nonostante la violenta reazione nazifascista, la classe operaia fiorentina riprese coraggio e fiducia in se stessa. Durante una sua missione come ispettore presso una brigata partigiana di nuova formazione, operante nel Mugello, Fabiani cadde in un rastrellamento. Fortunatamente fu riconosciuto da un medico empolese che lo aiutò a fuggire e a tornare a Firenze.
Dopo la liberazione di Firenze Avvenuta la liberazione di Firenze nell'agosto del 1944, il CTLN designò Fabiani come membro della Giunta di Liberazione di Firenze, anche se l'incarico di vicesindaco venne assegnato in un primo tempo a Renato Bitossi. Trovandosi però Bitossi ancora in territorio occupato dai tedeschi, il posto di vicensindaco nella giunta della liberazione venne ricoperto prima da Bruno Somigli e poi dallo stesso Fabiani, che in un documento del 27 agosto 1944 risulta già contitolare di questa carica insieme ad Adone Zoli, della DC.
In questa giunta Mario Fabiani fu oltre che vicesindaco anche assessore al personale e presidente della commissione per l'epurazione dei dipendenti comunali, centonovanta dei quali, per decisione delle autorità militari alleate, vennero allontanati dal servizio, in quanto ritenuti compromessi col fascismo. In questo periodo Fabiani firmò anche diversi articoli sul quotidiano del CTLN, La Nazione del Popolo.
La giunta della liberazione era presieduta da Gaetano Pieraccini: medico prestigioso, ex parlamentare socialista di stampo riformista, e nel 1947 seguace di Giuseppe Saragat nella creazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, poi diventato Partito Socialista Democratico Italiano. Pieraccini e i suoi collaboratori dovevano fare i conti con i vincoli posti alla loro attività dal prefetto Giulio Paternò, inviato da Roma su indicazione degli alleati.
La situazione era difficile e Fabiani non peccò mai di scarso realismo. Scrisse sulla Nazione del Popolo del 25 febbraio 1945: «È estremamente difficile oggi risalire la corrente. Non vogliamo illuderci né illudere il popolo. Non vogliamo assumere atteggiamenti demagogici perché gli applausi non ci farebbero compiere un solo passo innanzi. Vogliamo semplicemente considerare la realtà come essa è e fare il possibile per soddisfare i bisogni del popolo e tutelarne gli interessi».
Elezioni e referendum del 2 giugno 1946