Con l'espressione cultura di Rinaldone, si intende un fenomeno culturale di carattere quasi del tutto funerario diffusosi in Toscana a sud del fiume Arno, e nel Lazio centro-settentrionale (area "nucleare" e gruppo Roma-Colli Albani), nelle Marche (entroterra di Ancona) e in Umbria durante l'eneolitico, intorno alla metà del IV e per buona parte del III millennio a.C. Prende il nome dalla località di Rinaldone presso Montefiascone, in provincia di Viterbo, dove fu effettuato il primo rinvenimento di tombe a grotticella nel 1903.

Storia degli studi e definizione

I primi rinvenimenti e le prime interpretazioni Le prime tombe a grotticella artificiale scavate nella roccia, dette anche "a forno", furono individuate nel 1903 da Luigi Pernier nella località di Rinaldone, presso Montefiascone, e pubblicate due anni dopo. Nel 1938 Antonio Minto, rilevando l'affinità tra queste architetture funerarie e i corredi di alcune necropoli della Toscana meridionale (Botro del Pelagone a Manciano, Corano e Poggio Formica a Pitigliano), riconobbe per primo in tali contesti un aspetto culturale dell'Italia centrale distinto da quelli del resto della penisola.

La definizione di "cultura di Rinaldone" si deve a Pia Laviosa Zambotti, che nel 1939 la distinse dalla coeva cultura di Remedello dell'Italia settentrionale. Nella sua formulazione originaria l'ambito comprendeva, oltre a Toscana e Lazio, anche la Campania, poiché la necropoli del Gaudo non era ancora stata scoperta; i portatori della cultura venivano interpretati come pastori e guerrieri "protolatini" giunti dai Balcani attraverso la porta di Fiume, la valle del Marecchia e il passo del Furlo.

Nel 1941, durante i lavori per la strada tra Farnese e Manciano, venne alla luce la necropoli di Ponte San Pietro, nel territorio di Ischia di Castro; lo scavo fu affidato al giovane Ferrante Rittatore Vonwiller, che dall'anno seguente e fino alla morte, avvenuta nel 1976, dedicò gran parte della propria attività alla valle del Fiora e in particolare a Rinaldone. Il dibattito sulle origini proseguì con interpretazioni divergenti: nel 1954 Salvatore Maria Puglisi propose di riconoscervi pastori nomadi e guerrieri provenienti dall'Anatolia attraverso Cipro, le Cicladi e la Grecia protoelladica, mentre Carl Eric Östenberg, sulla base dei pochi materiali dell'abitato di Luni sul Mignone, ipotizzò una popolazione stanziale dedita a un'economia agricolo-pastorale. Massimo Pallottino, nel quadro del suo modello "formativo" delle origini etrusche, contrapposto a quello tradizionale della "provenienza", in un intervento al congresso del 1985, edito nel 1989, richiamò "con la massima discrezione" la cultura di Rinaldone come possibile termine remoto di tale processo, collocandone l'avvio almeno al II millennio a.C. e all'età del bronzo, se non a epoche anteriori. Riferì inoltre, in forma dubitativa e attribuendola ad altri studiosi senza farla propria, l'ipotesi di una parziale origine migratoria della facies eneolitica dall'Europa orientale.

Il primo studio organico e sistematico fu pubblicato da Renato Peroni nel 1971: esso collocava le fasi finali della cultura nell'antica età del bronzo, ma ricondusse all'etichetta "rinaldoniana" l'insieme degli aspetti culturali dell'Italia centrale tirrenica compresi tra il Tevere e l'Arno, accomunando contesti eterogenei quali sepolture in grotta, tombe a forno e tombe a fossa. Pur costituendo il punto di partenza delle ricerche successive, l'accorpamento di fonti tra loro disomogenee condusse a conclusioni in seguito ritenute in parte non più sostenibili.

La ripresa degli studi La prematura scomparsa di Rittatore Vonwiller lasciò gran parte del materiale inedito e disperso in numerosi musei. A partire dagli anni ottanta diversi studiosi avviarono la riedizione dei vecchi scavi, tra cui le necropoli di Corano e Poggio Formica, di Garavicchio, della Porcareccia e di Ponte San Pietro, mentre dal 1991 il tema fu al centro degli Incontri di Studi "Preistoria e Protostoria in Etruria", il primo dei quali interamente dedicato a Rinaldone. Alle revisioni si affiancarono nuove indagini: la necropoli di Poggialti Vallelunga, scavata in estensione tra il 1982 e il 1988, e quelle della Selvicciola e del Fontanile di Raim, quest'ultima nota per l'associazione, nelle stesse tombe, di materiali rinaldoniani e campaniformi.

Cultura o facies?

L'uso stesso del termine "cultura" è oggetto di discussione. Nuccia Negroni Catacchio lo impiega per indicare una comunità già strutturata, dotata di un territorio chiaramente delimitabile, quasi una forma di "protonazione", riservando invece il termine facies, nell'accezione proposta da Daniela Cocchi Genick, agli aspetti "sopranazionali" comuni a territori diversi, come il vaso campaniforme. Poiché la documentazione è quasi esclusivamente funeraria e gli abitati tipici non sono stati ancora individuati con certezza (l'insediamento di Maccarese, pur in parte coevo, non è attribuibile con sicurezza alla cultura), numerosi studiosi preferiscono parlare di facies o di facies funeraria; la stessa Negroni Catacchio invita tuttavia a non concludere prematuramente che si tratti di un semplice aspetto funerario "costruito dagli archeologi", individuando nel concetto stesso di necropoli e nella tipologia delle tombe l'elemento caratterizzante della cultura.

Sul piano interpretativo, un riesame delle datazioni radiometriche ha portato a ipotizzare che il gruppo marchigiano sia leggermente più antico e che il Rinaldone tirrenico costituisca un'emanazione di quello adriatico, in rovesciamento rispetto a una precedente lettura della stessa autrice.

Cronologia

La datazione della cultura di Rinaldone si fonda quasi esclusivamente sul radiocarbonio. I complessi rituali di deposizione e di manipolazione delle ossa rendono infatti dubbio che i materiali rinvenuti in una stessa tomba costituiscano contesti chiusi e associazioni reali, il che impedisce di costruire una cronologia relativa fondata sui corredi. La serie di datazioni, concentrata soprattutto nella necropoli della Selvicciola, colloca lo sviluppo della facies in un arco di tempo eccezionalmente lungo, compreso all'incirca tra l'inizio del IV millennio e l'inizio del II millennio a.C., dell'ordine di 1500 anni.

Secondo la sintesi delle datazioni elaborata da Alessandra Manfredini (2012) e ripresa da Negroni Catacchio e Aspesi, il periodo si articola in almeno tre fasi. La fase antica, racchiusa nella prima metà del IV millennio, è documentata dalla data più alta finora nota, 3710-3630 a.C. (cal 1σ), proveniente da un individuo della tomba 29 di Osteria del Curato-via Cinquefrondi, a cui si collegano le datazioni più elevate di Ponte San Pietro e della Selvicciola; alla sua conclusione si pone la tomba 2 di Garavicchio (3440-3370 a.C. cal 1σ). La fase media, corrispondente grosso modo alla seconda metà del IV millennio, è attestata da diverse tombe della Selvicciola e di Ponte San Pietro, con valori estremi tra 3520-3360 e 3020-2870 a.C. (cal 1σ) ricavati dalla sola tomba 8 della Selvicciola; nello stesso periodo, ma in aree distinte, erano attivi gli abitati di Maccarese e San Lorenzo a Greve e il fossato di Conelle. La fase tarda si distende lungo l'intero III millennio: la data più recente, 2040-1930 a.C. (cal 1σ), proviene dalla tomba 38 della necropoli di Romanina, a sud del Tevere, mentre l'associazione con il vaso campaniforme nella tomba 2 del Fontanile di Raim (2290-2190 a.C. cal 1σ) documenta la sovrapposizione tra le due facies nella fase finale.

Un progetto di datazione promosso nel 2013 su resti delle necropoli della Porcareccia (Pitigliano) e di Chiusa d'Ermini (Ischia di Castro) ha confermato la lunghissima durata non solo della facies, ma delle singole necropoli e perfino delle singole tombe. A Chiusa d'Ermini la data più alta, 3520-3320 a.C. (cal 2σ), colloca la necropoli nel momento iniziale della cultura, mentre la medesima tomba risulta in uso fino al 2580-2300 a.C.; alla Porcareccia la tomba 4 copre un arco compreso tra il 3030-2870 e il 2140-1890 a.C. (cal 2σ). In entrambi i casi i resti più antichi sono quelli sottoposti a manipolazione post mortem, i più recenti quelli rinvenuti in connessione anatomica al centro della camera, indizio di un riutilizzo rituale protratto per circa un millennio. La data più alta dell'intera necropoli della Selvicciola è compresa tra il 3780 e il 3640 a.C. (cal 2σ); gli autori avvertono però che le datazioni del gruppo più recente, fino al 2280-1890 a.C., appaiono poco affidabili sulla base dei contesti e non andrebbero utilizzate per l'inquadramento cronologico della necropoli.

Una sistemazione indipendente e più recente viene dallo studio della metallurgia. Sulla base di una riclassificazione di asce, pugnali e alabarde e della modellazione bayesiana di una serie di datazioni radiometriche AMS, Cristiano Iaia e Andrea Dolfini hanno proposto per i manufatti metallici dell'Italia preistorica una sequenza articolata in cinque orizzonti, compresa tra il 4500 e il 2100 a.C. circa. Secondo questa ricostruzione, il metallo di tipo rinaldoniano fu prodotto e impiegato nella penisola centro-occidentale a partire dalla metà del IV millennio a.C. (eneolitico iniziale), dopo una fase di sperimentazione collocabile tra il tardo V e l'inizio del IV millennio (neolitico recente e finale). Questa scansione individua suddivisioni interne alla sequenza metallica eneolitica.

Sul piano interpretativo, Negroni Catacchio osserva che, allo stato delle datazioni, il gruppo marchigiano risulta di poco più antico e di durata minore, con necropoli che si esauriscono entro il IV millennio, mentre il gruppo Roma-Colli Albani appare del tutto coevo all'area nucleare tirrenica; Rinaldone nel suo complesso precederebbe di alcuni secoli la cultura del Gaudo, con cui coesiste a partire dalla seconda metà del IV millennio. Sulla base di questi dati l'autrice ha avanzato l'ipotesi, in rovesciamento rispetto a una propria posizione precedente, che il Rinaldone tirrenico costituisca un'emanazione di un nucleo originario di area adriatica; la stessa autrice precisa che si tratta di una lettura non condivisa da tutti gli studiosi.

Diffusione e organizzazione territoriale

La cultura di Rinaldone interessa l'area centrale tirrenica compresa tra la Toscana a sud dell'Arno e il Lazio centro-settentrionale, con propaggini in Umbria e una presenza nelle Marche; è documentata quasi esclusivamente da necropoli, mentre gli abitati tipici restano in larga parte sconosciuti. Sulla base della distribuzione dei rinvenimenti, Nuccia Negroni Catacchio ha distinto un'area nucleare principale e una serie di gruppi periferici, proponendo di riconoscere nel complesso tre poli o "aree nucleari". Il sito archeologico più a nord è quello di San Lorenzo a Greve, nel comune di Firenze, mentre quelli più a sud si trovano nel Lazio meridionale, in un'area di transizione tra Rinaldone e il Gaudo; materiali rinaldoniani sono stati rinvenuti anche in Abruzzo.

L'area nucleare tirrenica La zona di maggiore concentrazione si colloca nel medio corso del Fiora, dove le necropoli si dispongono in gruppi ravvicinati, distanti tra loro da uno a cinque chilometri; la necropoli di Ponte San Pietro sembra costituire il centro del sistema. Intorno a quest'area si organizzano, quasi a corona, altri gruppi meno compatti, collocati in zone di "confine", mentre alcune tombe isolate appaiono del tutto esterne al territorio, quasi degli avamposti in aree pertinenti ad altre comunità. Complessivamente si contano più di cinquanta necropoli tra Toscana, Lazio e Umbria.

Il gruppo marchigiano