Leccidio di Monte Sant'Angelo fu una strage nazifascista compiuta il 4 maggio 1944 sul Monte Sant'Angelo, nel comune di Arcevia (AN), nella quale vennero uccisi 63 tra civili e partigiani italiani.

Contesto storico

Dalla fine della Prima guerra mondiale al fascismo

Arcevia, comune dell'entroterra anconitano con un territorio di , conta 18 frazioni e sorge nell'alta valle del fiume Misa a 535 metri di altitudine sul Monte Cischiano, uno dei primi contrafforti dell'Appennino umbro-marchigiano.

La sua popolazione ha subito un forte esodo dalle campagne verso l'estero e verso le città industriali del nord, avvenuto particolarmente negli anni cinquanta e sessanta. Nel periodo 1920-1930, la popolazione del comune oscilla tra i e i abitanti, prevalentemente diffusi tra le case sparse in aperta campagna: dal censimento del 1921 si può apprendere che i abitanti formavano 2089 nuclei familiari, di cui 881 insediati nei centri urbani del capoluogo e delle frazioni e 1208 in campagna.

La sua economia poggiava fondamentalmente sull'agricoltura, condotta a mezzadria e solo in piccola parte a conduzione diretta. Incrociando i dati dei censimenti e del catasto agrario, è possibile affermare che agli inizi degli anni trenta gli addetti all'agricoltura rappresentavano circa il 70% della popolazione e, tra questi, in larghissima prevalenza erano i coloni mezzadri e i braccianti. Tra i cosiddetti possidenti, in moltissimi erano proprietari di minimi appezzamenti di terreno (inferiori ai 5 ettari) e in pochi erano proprietari di estese aziende agricole (da 20 fino a oltre 100 ettari). I patti colonici in vigore, ivi comprese le numerose regalìe, non erano certo favorevoli ai mezzadri, i quali lavoravano una terra non propria bensì del padrone. Ne deriva che le condizioni di vita dei contadini durante il fascismo erano molto disagiate e che essi aspiravano a migliorare la propria situazione: la giustizia sociale era sicuramente al centro degli ideali del movimento partigiano e così è facile capire perché alcuni contadini parteciparono direttamente alla lotta e perché molti contadini aiutarono i partigiani a nascondersi e a procurarsi il cibo.

Altre attività economiche di un certo livello erano rappresentate dall'industria estrattiva della pietra e soprattutto dello zolfo nella vicina miniera di Cabernardi. Diffuso pure era l'artigianato, specie nei piccoli centri di campagna: calzolai, muratori, fabbri, sarti e falegnami. Le condizioni di vita di tutte le categorie erano di marcata indigenza infatti gran parte della popolazione era iscritta nell'elenco dei poveri.

Tutta la campagna e molti centri abitati delle frazioni erano sprovvisti di luce elettrica, di telefono, di acquedotti e di conseguenti servizi igienici. Non migliore era la situazione scolastica e prescolastica. Nelle frazioni non esisteva la scuola materna e gli alunni della scuola dell'obbligo dopo aver percorso a piedi anche dieci chilometri di strada, potevano frequentare in strutture rimediate e spesso fatiscenti fino alla terza o al massimo la quarta classe elementare. Soltanto nel capoluogo esistevano il corso completo delle elementari, una scuola di avviamento commerciale, una scuola di arte e mestieri e una scuola materna privata. Molto diffuso pertanto era l'analfabetismo.

A fronte di questa situazione, il quadro politico-sindacale presenta, tra la fine della prima guerra mondiale e la fine delle libertà democratiche decretate dal fascismo al potere, un panorama ricco, articolato e molto animato, come testimoniano le numerose documentazioni d'archivio e le cronache del settimanale fabrianese "Il Martello". In Arcevia esistevano: la sezione del Partito Socialista Italiano e quella del Partito Repubblicano, la Lega proletaria fra mutilati, invalidi e reduci della guerra, la Lega di miglioramento tra operai, che si allarga ai contadini e alle filandaie, un Gruppo anarchico-libertario, l'Associazione contro il caro viveri. A queste si possono aggiungere la Lega tra muratori e manuali, la Lega dei fornaciai, il Circolo di Cultura Popolare e i Circoli Proletari Educativi di Palazzo, Piticchio e Ripalta. Dal giugno 1919 tutte queste associazioni avevano anche una sede fisica di riunione, elaborazione e ricreazione, denominata "Casa del Proletariato". Ingente la quantità delle iniziative consistenti in manifestazioni, comizi, stampa di manifesti, proselitismo, elaborazione di rivendicazioni e di proposte al consiglio comunale. Le ribellioni individuali contro lo sfruttamento e la disoccupazione, per migliorare le condizioni economiche e morali dei lavoratori e garantire l'esercizio dei diritti si assommavano verso una prospettiva di emancipazione collettiva, che incontra il fascino della rivoluzione sociale della Russia. L'impegno spaziava dalla necessità di riscrittura dei patti colonici alla richiesta di opere pubbliche (come l'ampliamento dell'ospedale e la costruzione di nuove scuole), con uno sguardo lungimirante alla dimensione internazionale: le sottoscrizioni per le vittime politiche interne e per la carestia in Russia dell'ottobre 1921 coinvolgono anche gli emigranti arceviesi all'estero e il 16 ottobre dello stesso anno si svolge un grande comizio di protesta contro la feroce e ingiusta condanna inflitta negli Stati Uniti a Bartolomeo Sacco e Nicola Vanzetti.

In questo clima certamente non disteso, dove operavano anche l'Associazione dei Proprietari dei Terreni, il Sindaco, i Carabinieri Reali e le Parrocchie, si inserisce la nascita del Fascio Arceviese di Combattimento, datata 13 febbraio 1921 con l'inaugurazione del gagliardetto nel successivo 21 aprile: il Fascio contava 75 iscritti e aveva sede in Corso Vittorio Emanuele, n. 6. Veramente utile per la comprensione del periodo quanto riportato in una nota alla Questura di Ancona da parte dei locali Carabinieri:"[...] L'Associazione è apolitica, ma i suoi dirigenti la orientano verso i principi d'ordine. Non presenta alcun pericolo per l'ordine pubblico, anzi lo difende da elementi bolscevichi. Non fa propaganda alcuna, però è bene organizzata, pronta a difendere le istituzioni nazionali e a sopraffare le prepotenze dei sovversivi". Dello stesso tenore interpretativo appare la nota analoga sulla costituzione della sottosezione fascista di Loretello del 10 febbraio 1923. Le condizioni della legalità si deteriorano velocemente fino all'instaurarsi della dittatura. Ma durante gli anni del fascismo ogni primo maggio una bandiera rossa spuntava sul Monte della Croce.

La Resistenza arceviese

Contributo della popolazione alla lotta partigiana I cittadini di Arcevia chiamati alle armi nell'ultimo conflitto mondiale furono circa 2500. Di questi 150 non fecero ritorno, tra caduti in combattimenti nei vari fronti e dispersi. L'argomento tuttavia che si vuol trattare e documentare di questo periodo storico, è rappresentato dal contributo della gente di Arcevia alla guerra di Liberazione Nazionale che certamente rappresenta una delle pagine più gloriose della sua storia.

A seguito dello sbandamento generale dell'esercito italiano succedutosi alla dichiarazione di armistizio da parte del governo Badoglio nell'8 settembre 1943, gran parte dei militari in servizio nel territorio metropolitano fece ritorno nelle loro case, nonostante le autorità tedesche di occupazione avessero fatto affiggere dei manifesti con minacce di morte contro quanti disertassero. Molti giovani stanchi della guerra che non avevano mai condiviso nelle sue finalità e mossi dall'avversione verso gli occupanti tedeschi, preferirono raggiungere le formazioni Partigiane che intanto si andavano costituendo. Anche decine di prigionieri stranieri, soprattutto jugoslavi, fuggiti dopo l'8 settembre dal campo di internamento di Renicci, raggiunsero a piedi il nostro territorio trovando ospitalità presso alcune famiglie. Molti di questi prigionieri poi andarono a raggiungere le formazioni partigiane in montagna. Se le città di Arcevia e di Ribnica (in Slovenia) sono unite da un Patto di Amicizia, consacrato ufficialmente nel gemellaggio del 1972, si deve proprio alla lotta partigiana condotta insieme contro il comune nemico nazi-fascista e per gli stessi ideali di libertà, di giustizia sociale e di pace.

Certamente favorirono il sorgere e lo svilupparsi della lotta partigiana sia la natura montagnosa di questo territorio, cosparso principalmente di boscaglie di querce e di pino, sia soprattutto le tradizioni patriottiche e progressiste radicate nella popolazione e risalenti al primo Risorgimento e agli anni immediatamente successivi alla fine della prima grande guerra mondiale. Questi sentimenti di patriottismo e di emancipazione politica rimasero sopiti, ma non cancellati nella coscienza degli arceviesi durante il ventennio fascista. Furono proprio queste caratteristiche a determinare la piena adesione di gran parte della popolazione e, in particolare, dei contadini alla lotta per la Liberazione Nazionale.

Ben presto le case coloniche diventarono le caserme e le sedi dei comandi militari e partigiani; le stalle, i fienili e le capanne si trasformarono in dormitori; le loro povere dispense diventarono le fonti principali di sostentamento. I contadini preferirono dare quel poco che avevano ai partigiani, piuttosto che versare agli ammassi determinate quantità di derrate alimentari anche con il rischio di forti minacce per questa loro inadempienza. Per questo pieno appoggio dei contadini alla resistenza decine di case coloniche furono date alle fiamme e in molti persero la vita per aver dato alloggio ai partigiani.

Ne sono una testimonianza la famiglia colonica Mazzarini, che a Monte Sant'Angelo aveva ospitato nella sua abitazione il gruppo partigiano omonimo. La loro casa venne distrutta completamente e sette componenti della famiglia, compresa la piccola Palmina, di sei anni, vennero massacrati nel rastrellamento nazi-fascista del 4/5/1944. Si salvarono solo i quattro figli, Alderico, Anita, Chiara, Elvira a servizio presso le famiglie della zona. Altra testimonianza è data dalla famiglia contadina Romagnoli di Ripalta. Il padre Pietro ed il figlio Romolo furono fucilati dai tedeschi per aver dato ospitalità al distaccamento "Patrignani Marino" e la loro casa venne data alle fiamme. Così pure i coniugi Telari Pietro e Venanzoni Maria di Avacelli vennero fucilati e la loro casa distrutta, stessa sorte subì il mezzadro Baioni Augusto. Altre abitazioni coloniche che ospitarono i partigiani furono quelle di Romani Massimo di S. Croce e di Carbini Nazzareno di Castiglioni.

Furono sedi del comando militare partigiano la casa colonica del partigiano Petrolati Ernesto di Magnadorsa. Tra i partigiani e i suoi familiari si stabilirono rapporti di amicizia così intensi che la "Capoccia" veniva da tutti chiamata "Mamma Teresa". Altra sede fissa per le riunioni del Comando partigiano fu la casa colonica di Profili Oreste di Castiglioni. Tra il comandante di zona, Quinto Luna e lo stesso Oreste si stabilirono quegli stessi rapporti affettivi che passano fra due fratelli.

Si è voluto mettere in evidenza queste testimonianze e i profondi sentimenti di amicizia che legavano i partigiani e le famiglie dei contadini che li ospitavano per mettere in risalto il ruolo determinante svolto dai contadini nella guerra partigiana e per il suo successo. Ma tutto questo tuttavia non significa affatto che altre categorie di cittadini, come gli operai, gli artigiani, gli imprenditori, i professionisti e gli studenti, non avessero partecipato con spirito di completa dedizione e di abnegazione alla lotta partigiana. Anche le donne presero parte a questa lotta, impegnandosi particolarmente nell'importante servizio di staffetta per tenere i collegamenti tra i vari gruppi partigiani e tra questi e il comando militare di zona.

In cifre, quello che è stato il contributo di sacrifici di sangue e di danni materiali subiti da Arcevia e dalla popolazione locale nella guerra di Liberazione Nazionale: