La locuzione questione meridionale indica, nella storiografia italiana, la percezione, maturata nel contesto postunitarioFrancesco Barbagallo scrive in Mezzogiorno e questione meridionale (1860-1960): "La storia della questione meridionale è la storia del Mezzogiorno nello Stato italiano e della riflessione sul particolare tipo di rapporto realizzatosi tra il Mezzogiorno e lo Stato, tra diverse strutture economiche e ceti sociali. La questione meridionale nasce quindi al momento dell'unità, come problema dei Mezzogiorno all'interno dello Stato italiano, come forma particolare dell'espansione meridionale rapportata al modello unitario di sviluppo capitalistico messo in moto nei decenni successivi al 1860.", della situazione di persistente arretratezza nello sviluppo socioeconomico delle regioni dell'Italia meridionale rispetto alle altre regioni del Paese, soprattutto quelle settentrionali. Usata per la prima volta nel 1873 dal deputato radicale lombardo Antonio Billia, intendendo la disastrosa situazione economica del Mezzogiorno in confronto alle altre regioni dell'Italia unita, viene adoperata nel linguaggio comune ancora oggi.
La questione meridionale resta ancora aperta per una serie di ragioni di ordine economico. Nonostante gli interventi a sostegno dell'industria nel Sud, soprattutto attraverso la Cassa per il Mezzogiorno, secondo lo storico Guido Pescosolido, «la mancata industrializzazione costituisce l'evento di gran lunga più importante e significativo della storia economico-sociale del Mezzogiorno e delle politiche meridionalistiche del dopoguerra. Essa resta il fattore più rilevante dell'inferiorità meridionale».
Inoltre, il ritardo di sviluppo nel secondo dopoguerra è stato associato anche a livelli relativamente più bassi di investimenti pubblici nel Mezzogiorno. Secondo i dati disponibili (dal 1971 al 2017, ultimo anno considerato dallo studio ripreso anche da Enciclopedia Treccani), la spesa pubblica destinata al Sud risulterebbe inferiore rispetto alla quota che deriverebbe da una ripartizione proporzionale alla popolazione: un rapporto Eurispes del 2020 stima che, nel periodo 2000–2017, la differenza cumulata ammonterebbe a circa 840 miliardi di euro, pari a circa 46 miliardi l’anno. Il Mezzogiorno beneficia tuttavia di strumenti di sostegno specifici, tra cui alcuni incentivi gestiti da Invitalia rivolti a imprenditori e liberi professionisti under 56 che svolgono la loro attività nel SudInvitalia , e le agevolazioni previste dalla ZES unica (Zona economica speciale unica), destinate alle imprese che operano nelle regioni meridionaliZES unica .
La situazione prima dell'Unità d'Italia Situazione politica e inquadramento
L'origine delle differenze economiche e sociali tra le regioni italiane è da tempo controversa, anche a causa delle relative implicazioni ideologiche e politiche. La corrente storiografica maggioritaria sostiene che le differenze tra le diverse aree della penisola fossero già molto marcate al momento dell'unità: l'agricoltura intensiva della pianura Padana, l'impulso alla costruzione di strade e ferrovie del Piemonte, e il ruolo del commercio e della finanza vengono contrapposti all'impostazione che caratterizzava il Regno delle Due Sicilie.
Secondo Carlo Cottarelli, economista, editorialista, politico, ex direttore del dipartimento Affari monetari del Fondo Monetario Internazionale, il rapporto tra il PIL pro-capite del Sud e quello del Centro-Nord era pari ad 1, al momento dell'Unità d'Italia (1861). In questo studio, Cottarelli contesta ciò che si afferma nella corrente storiografica maggioritaria (di cui sopra), ovvero che la Penisola Italiana fosse già divisa in due tronconi dal punto di vista economico, al momento dell'Unità d'Italia. Il rapporto tra PIL pro-capite del Sud e Centro-Nord rimase prossimo ad 1, anche nei successivi vent'anni all'unità nazionale. A partire dal 1881, iniziò una drastica decrescita del rapporto, che raggiunse il minimo assoluto (di poco inferiore allo 0,5) negli anni immediatamente successivi al Secondo Conflitto Mondiale. A partire da quegli anni, iniziò una fase di crescita (Boom economico) che si concluse verso la fine degli anni '60, quando il rapporto giunse ad essere di poco inferiore allo 0,7 (accentuato secondo Cottarelli, dalla massiccia migrazione dal Sud Italia verso il Nord e l'estero). Da quel momento in poi, iniziò una nuova fase di decrescita, sino a raggiungere al 2013 il valore di 0,58 (ultimo anno disponibile nello studio di Cottarelli).
Secondo il giornalista e saggista Paolo Mieli, basandosi sull'opera di Vittorio Daniele e Paolo Malanima, Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011 (Rubbettino), i territori borbonici presentavano negli anni dell'unificazione nazionale, condizioni economiche del tutto simili a quelle delle aree settentrionali (conferma dello studio di Cottarelli) e che anzi il Pil pro capite del Mezzogiorno era superiore, benché di poco, a quello del Nord. Anche se, nel libro citato dal giornalista, i due economisti dimostrano il contrario, dove si nota che il Pil procapite del nord era superiore di due punti rispetto al sud nel 1861.
Al contrario l'economista statunitense Richard S. Eckaus sosteneva vi fosse una depressione economica nel mezzogiorno precedente l'unificazione e che al momento dell'unificazione il reddito pro-capite del Nord fosse superiore dal 15% al 25%.
Secondo l'economista Emanuele Felice sarebbero state le classi dirigenti meridionali a ritardare lo sviluppo, dirottando le risorse verso la rendita anziché la produzione, pertanto per ridurre il divario sarebbe necessario modificare la società e i legami socio-istituzionali.
Secondo Francesco Saverio Nitti, tra il 1810 e il 1860, mentre stati come Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, Germania, Belgio conobbero il progresso, l'Italia preunitaria ebbe grandi difficoltà di crescita, dovute in gran parte a diverse problematiche come le ribellioni intestine e le guerre d'indipendenza.Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma, 1901, p.19 La situazione era anche aggravata dalla malaria, che affliggeva soprattutto il Mezzogiorno.Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma, 1901, p.21 Nitti riteneva che, prima dell'Unità, non vi fossero marcate differenze economiche a livello territoriale e in ogni zona dell'Italia preunitaria si sentiva la scarsità di grandi industrie:
Circa le condizioni di sviluppo economico e produttivo dell'Italia preunitaria Antonio Gramsci era di diverso avviso rispetto al Nitti, infatti secondo il politico e storico marxista alla data dell'unità italiana esistevano invece profonde differenze di organizzazione economica e di infrastrutture tra la parte settentrionale e quella meridionale della penisola italiana.
Secondo quanto esposto da Denis Mack Smith nella sua opera Storia d'Italia dal 1861 al 1998, a partire dal 1850, il Piemonte di Cavour era guidato da un'élite liberale che impresse una radicale accelerazione, con lo scopo dichiarato di confrontarsi con le maggiori potenze europee. Il codice civile venne riformato sul modello di quello francese, più avanzato ma decisamente centralista. Venne fondata una nuova banca per fornire credito alle imprese industriali e vennero ridotti significativamente i dazi, in media del 10%, da confrontare con anche il 100% presente nel Sud. Vennero inviati tecnici in Inghilterra per studiare l'industria bellica, e venne dato un forte sviluppo alle infrastrutture: il canale Cavour, incominciato nel 1857, rese fertilissima la regione di Vercelli e Novara, le ferrovie vennero ampliate tanto che nel 1859 il Piemonte possedeva metà del chilometraggio dell'intera penisola, e dal 1868, la ferrovia del Moncenisio (dal 1871 rimpiazzato dalla galleria del Fréjus) permise presto di raggiungere Parigi in un solo giorno di viaggio. Nitti sostenne che tale trasformazione comportò ingenti spese pubbliche che condussero il regno sardo verso una profonda depressione finanziaria, poiché molti lavori pubblici si rivelarono improduttivi. Secondo Nitti, senza togliere nessuno dei grandi meriti che il Piemonte ebbe di fronte all'unità italiana, la situazione del Regno di Sardegna, per scongiurare il fallimento, poteva essere risolta solo «confondendo le finanze piemontesi a quelle di altro stato più grande».Francesco Saverio Nitti, Nord e Sud, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma, 1900, p.30
Nel clima di restaurazione successivo ai moti siciliani del 1848, il Regno delle Due Sicilie aveva perseguito una politica conservatrice. Il governo borbonico, secondo Mack Smith, ricalcava un modello aristocratico, basato su livelli inferiori di tasse e basse spese per le infrastrutture. La politica economica era paternalista: la produzione interna era protetta da alti dazi per l'importazione delle merci e il prezzo degli alimenti era tenuto basso dalla proibizione di esportare il grano, mentre la proprietà della terra era concentrata tra pochi possidenti che la tenevano a latifondo, o tenuta a Manomorta dalla Chiesa, mentre valevano ancora diritti feudali di decima e di fruizione pubblica di terreni comunali. Nitti valutò che il sistema adottato dai Borbone fosse dovuto a una mancanza di vedute, a un rifiuto di guardare al futuro, un principio da lui giudicato gretto e quasi patriarcale,Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma, 1901, p.111 ma che, allo stesso tempo, garantiva una «grossolana prosperità, che rendeva la vita del popolo meno tormentosa di ora».Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma, 1901, p.118
Le cause del problema meridionale vanno comunque ricercate nelle numerose vicende politiche e socioeconomiche attraverso le quali il Mezzogiorno è passato nei secoli: nella mancanza di un periodo comunale, suscitatore di energie spirituali e produttive; nella persistenza di monarchie straniere incapaci di creare uno stato moderno; nel dominio plurisecolare di un baronaggio, geloso detentore di tutti i privilegi; nella persistenza del latifondo; nella mancanza di una classe borghese, creatrice di ricchezza e animatrice di nuove forme di vita politica; nella dominazione spagnola, sfruttatrice delle classi sociali più basse attraverso la nobiltà locale. Particolare importanza ebbe la quasi sistematica alleanza tra monarchie straniere e nobiltà sulla base del mantenimento del regime feudale. Tale alleanza impedì la formazione di una borghesia attiva, intraprendente.Carmelo Bonanno, L'età contemporanea nella critica storica, Padova, Editrice Liviana, 1979, vol.3, p. 209.
I problemi di integrazione del Meridione nel nuovo stato nazionale unitario erano generati anche a causa delle profonde differenze socio-culturali esistenti tra il Regno delle Due Sicilie e gli altri stati pre-unitari:
A complicare la situazione c'era anche una grande e diffusa corruzione nell'amministrazione Denis Mack Smith, Il Risorgimento italiano, pag. 526Giustino Fortunato, Il Mezzogiorno e lo Stato italiano, vol. II, pp. 341-342. Negli anni successivi l'unificazione nazionale, la durata di vita media era di diversi anni inferiore al sud rispetto al nord ed esisteva un'incidenza maggiore di malnutrizione e sottoalimentazione. La situazione socioeconomica del Regno delle Due Sicilie era così sinteticamente descritta dallo storico britannico Denis Mack Smith:
Situazione economica
Per interpretare correttamente la situazione economica e sociale, bisogna considerare che il Regno non era una realtà uniforme al proprio interno, e che anzi le differenze regionali erano più marcate di quelle dell'Italia moderna.