La Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta (in lingua inglese The General Theory of Employment, Interest and Money) è il saggio economico più importante dell'economista inglese John Maynard Keynes, che, con esso, ha gettato le fondamenta del moderno pensiero macroeconomico. Pubblicata per la prima volta nel 1936, dando vita alla cosiddetta rivoluzione keynesiana nel modo in cui gli economisti e gli uomini di governo vedono l'economia della nazione, specialmente riguardo all'opportunità dell'intervento pubblico nell'economia tramite l'azione sulla domanda aggregata, ne scaturì una visione dell'economia politica e della politica economica che – sebbene integrata, in alcuni modelli, con alcune conclusioni dell'economia neoclassica – rimase pressoché egemone fino al fiorire, negli anni settanta, del monetarismo.

Descrizione Contesto storico

La Teoria generale venne pubblicata nel 1936, quando ancora erano pienamente in atto le conseguenze del "Giovedì nero" e della Grande depressione. Il reddito nazionale degli Stati Uniti calò del 38 per cento tra il 1929 e il 1932, i prezzi si dimezzarono. e la disoccupazione raggiunse livelli estremamente alti. Nel periodo tra il 1929 e il 1933, il tasso di disoccupazione passò dal 3 per cento al 25 per cento.. In questa situazione la validità della legge di Say, in base alla quale è sempre verificata l'equivalenza tra produzione e domanda e, di conseguenza, è impossibile che il sistema economico funzioni al di sotto della piena occupazione, fu messa decisamente in dubbio. La crisi andava avanti da oltre sei anni e tra le ricette suggerite dall'ortodossia economica dell'epoca (quella che oggi viene definita economia neoclassica) non c'erano rimedi adatti alla gravità della situazione.

In questo contesto trovava terreno fertile l'opposizione alla teoria ortodossa. Come sostenuto, tra gli altri, dall'economista e storico del pensiero economico John Kenneth Galbraith, l'opera di Keynes, il quale imputò la crisi al livello estremamente basso degli investimenti, «dovette in gran parte la sua accettazione alla Grande depressione e all'incapacità degli economisti classici di affrontare con successo quell'evento intimamente sconvolgente»..

Tema dell'opera

Nel suo libro Esortazioni e profezie, Keynes aveva lamentato i suoi frustranti tentativi di alterare l'opinione pubblica. Testo citato nell'introduzione del curatore in . durante la Grande depressione dei primi anni trenta. La Teoria generale rappresentò il suo principale tentativo di cambiare il quadro analitico di riferimento per il pensiero macroeconomico.

In breve, la Teoria generale argomenta che il livello della domanda aggregata (in un sistema chiuso agli scambi con l'estero, la domanda aggregata è pari alla somma tra consumo e investimento, pubblico e privato) in un'economia moderna è determinato da una serie di fattori: la propensione marginale al consumo (la percentuale di un aumento di reddito che i cittadini scelgono di spendere per l'acquisto di beni e servizi) e l'investimento in beni capitali (a sua volta dipendente dal tasso di interesse, che ne influenza il costo, e dal tasso di rendimento atteso, attraverso il confronto con l'efficienza marginale del capitale). Il livello del tasso di interesse è, poi, fortemente influenzato dalla preferenza per la liquidità.

La principale argomentazione di Keynes è che in un'economia funestata da una debole domanda aggregata (come nel caso della Grande depressione), con una sentita difficoltà a procedere verso la crescita del reddito nazionale, il governo – o, più in generale, il settore pubblico – ha la possibilità di incrementare la domanda aggregata tramite la spesa pubblica per l'acquisto di beni e servizi, fattore esogeno e finalizzato all'aumento di occupazione. Ciò potrà essere finanziato anche tramite politiche di deficit di bilancio; l'indebitamento pubblico, sotto determinate ipotesi, non aumenterà il tasso di interesse al punto di scoraggiare l'investimento privato.

Piano dell'opera L'opera è preceduta da quattro prefazioni: la prefazione generale e le prefazioni per le edizioni tedesca, giapponese e francese. Seguono sei libri: Libro primo. Introduzione, capitoli I-III, nel quale si spiega il significato del titolo dell'opera, vengono richiamati i princìpi della teoria economica ortodossa dell'epoca (da Keynes denominata economia classica) e viene introdotto il principio della domanda effettiva. Libro secondo. Definizioni e idee, capitoli IV-VII. Nel primo capitolo del libro Keynes si sofferma sulle unità di misura da adottare nell'analisi economica. Nel secondo descrive il modo attraverso il quale le aspettative influenzano la produzione e l'occupazione. Negli ultimi due capitoli del libro, infine, definisce reddito, risparmio e investimento. Libro terzo. La propensione al consumo, capitoli VIII-X. Nei tre capitoli del libro si analizzano i fattori oggettivi e soggettivi che determinano la propensione al consumo degli operatori e l'influenza che la propensione marginale al consumo ha sul valore del moltiplicatore degli investimenti. Libro quarto. L'incentivo ad investire, capitoli XI-XVIII. Gli otto capitoli che compongono il libro quarto descrivono le determinanti dell'investimento. In essi Keynes definisce l'efficienza marginale del capitale e il ruolo delle aspettative a lungo termine. Vengono poi confrontate le teorie del tasso di interesse: la teoria "generale" e quella "classica". Nel quinto capitolo del libro (capitolo XV) vengono spiegate le motivazioni psicologiche e commerciali che stanno dietro a quella che viene chiamata preferenza per la liquidità. I capitoli successivi sono dedicati alla natura del capitale, alle proprietà essenziali del tasso d'interesse e della moneta e ad una riesposizione della teoria "generale" dell'occupazione. Libro quinto. Salari monetari e prezzi, capitoli XIX-XXI. Il libro quinto si occupa del mercato del lavoro (attraverso lo studio delle variazioni dei salari monetari e l'introduzione della funzione dell'occupazione) e della teoria dei prezzi. Libro sesto. Brevi note suggerite dalla teoria generale, capitoli XXII-XXIV. Le "note" di Keynes alla sua Teoria generale riguardano il ciclo economico, il mercantilismo, le leggi sull'usura, la moneta stampigliata e le teorie del sottoconsumo. Infine, viene delineata una filosofia sociale che dovrebbe guidare le decisioni dei politici, derivante dalle conclusioni della Teoria generale.

Titolo Nel primo, breve capitolo della sua opera, Keynes spiega i motivi che lo hanno spinto a intitolarla Teoria generale. Ciò che, secondo l'economista di Cambridge, differenzia la sua analisi della macroeconomia da quella fino ad allora prevalente (che egli definisce economia classica, comprendendo in questa definizione le opere di Alfred Marshall, John Stuart Mill, Francis Ysidro Edgeworth e Arthur Cecil Pigou), sta nel considerare quanto sostenuto dai suoi predecessori come valido solo in un caso particolare, un equilibrio non sempre verificato nella realtà. La sua teoria, invece, è generale..

Temi ed idee La discontinuità con la teoria preesistente: il mercato del lavoro Nel secondo capitolo, che fa parte dell'introduzione dell'opera, Keynes individua gli assunti che ritiene fondamentali della teoria economica ortodossa dell'epoca e mette in luce i punti verso i quali è maggiormente critico. Keynes ritiene che, dal punto di vista della teoria dell'occupazione, la teoria classica si basi su due postulati fondamentali:

Il salario è uguale al prodotto marginale del lavoro. L'utilità del salario, per un dato ammontare di lavoro occupato, è uguale alla disutilità marginale di quell'ammontare di occupazione.

Il primo postulato, che Keynes accetta,. si basa sull'ipotesi che il salario di un lavoratore è uguale al prodotto in più che viene ottenuto tramite il lavoro dell'ultimo salariato impiegato, o, più precisamente, il valore del prodotto che andrebbe perduto rimuovendo un'unità di occupazione. Il secondo, sul quale l'economista di Cambridge basa la sua critica, significa che i lavoratori accettano un salario reale che, secondo loro, è sufficiente a mobilitare l'ammontare di occupazione offerto. Conseguenza di questi due postulati è che, secondo gli economisti neoclassici (in senso keynesiano), non può esistere disoccupazione involontaria, ma solo frizionale e volontaria.

Il primo tipo di disoccupazione è, per così dire, fisiologico in una società dinamica: infatti riguarda tutti quei casi di lavoratori non impiegati temporaneamente perché si stanno spostando da un lavoro ad un altro, o si verifica a causa di errori di calcolo da parte delle imprese, o per altri motivi di tipo organizzativo. Il secondo tipo di disoccupazione è dovuto alla volontà, da parte dei lavoratori, di non accettare il salario che equivale al prodotto marginale che essi vanno ad aggiungere alla produzione. Secondo i neoclassici, le imprese spingono la produzione fino a quando la produttività marginale è uguale ai salari reali e, di conseguenza, l'unico limite all'occupazione è dato proprio dal livello dei salari reali, in quanto le imprese tendono a portare sempre più in alto il livello della produzione per ottenere maggiori ricavi.

Keynes muove due obiezioni a questo modo di pensare, partendo dall'ipotesi (che egli considera ampiamente verificabile nella realtà dei fatti) che vi sono lavoratori che sarebbero disposti ad accettare il salario corrente, ma restano comunque non occupati. In primo luogo, sostiene Keynes, «i lavoratori non guardano al salario reale (se non in casi eccezionali, come, ad esempio, di iperinflazione), ma a quello monetario».Il salario monetario (o nominale) è pari alla quantità di moneta che il lavoratore riceve in cambio del suo lavoro, quello reale è uguale al rapporto tra il salario monetario e il livello dei prezzi, vedi . Essi non usciranno dal mercato del lavoro perché, ad esempio, i prezzi sono aumentati (e sono diminuiti, quindi, i salari reali). Al massimo, lo faranno quando diminuiscono i salari monetari.In realtà, per Keynes, l'esistenza di una correlazione diretta tra salari monetari e salari reali è molto dubbia, vedi . Inoltre, i lavoratori (o, meglio, le organizzazioni che firmano i contratti collettivi) non decidono in base ai salari reali, sui quali non possono influire, ma in base a quelli monetari. Di conseguenza, il salario reale non può essere considerato come uguale alla disutilità del lavoro, perché i lavoratori non possono far sì che i due valori coincidano.

Keynes non esclude, quindi, la possibilità che esista disoccupazione involontaria, che egli definisce in questi termini: