Mulatta di umili origini, «considerata la prima importante cantante di colore della storia della musica occidentale»,Dinko Fabris, Serenata Hasse al Sannazaro in concerto la "Cappella Neapolitana", «la Repubblica», 30 gennaio 2019. All'inizio del nuovo secolo XIX, un'altra importante prima donna di colore si sarebbe affermata all'Opéra di Parigi, Caroline Branchu, nota semplicemente come Madame Branchu. fu tra le figure più rilevanti del periodo aureo del belcanto, nella prima metà del Settecento, ed è stata definita come «la prima "divina" in chiave di contralto» nella storia del teatro lirico.Celletti, La grana..., p. 238.

Biografia Le origini e i rapporti familiari Nacque a Firenze nel 1701 (secondo il nostro «stile moderno» di datazione), figlia di Alessandro e di Maria Antonia Rapacciuoli. Il padre, soprannominato "il moretto" per le sue ascendenze africane,Secondo Vitali, «l'alta nobiltà fiorentina di fine Seicento ... amava circondarsi di servitori di origine africana, liberati negli scontri navali fra i Cavalieri dell'Ordine Stefaniano di Pisa e i corsari barbareschi e subito fatti battezzare» (La solitudine amica..., pp. 273-274). faceva il lacché per il famoso cantante evirato (e faccendiere di Ferdinando de' Medici) Francesco De Castris (circa 1650-1724). Alla nascita della bimba, quest'ultimo accettò di tenere a battesimo la neonata insieme ad un'altra famosa figura del teatro lirico dell'epoca il soprano Vittoria Tarquini (ca. 1670–1746),Il fatto è attestato da Vincenzo Lora, ma non è invece menzionato dalle altre fonti principali in quanto non risulta dall'atto di battesimo riportato dall'Ademollo alla fine dell'Ottocento (p. 309). Il documento fu però evidentemente trascritto in modo impreciso nella parte che segue (accreditando fra l'altro un uomo - o una donna chiamata Andrea - per il ruolo di madrina o comare): «e comare l'Andrea Pasquini nei Farinelli del popolo suddetto, e per detta, Caterina di Giovanni Borguè». Il testo corretto dell'atto è stato invece riportato da Maria Augusta Timpanaro Morelli e si legge come segue: «e per comare Vettoria di Andrea Tarquini ne' Farinelli, sempre del popolo di San Frediano, e per detta, Caterina di Giovanni Borguè» (Per Tommaso Crudeli: nel 255º anniversario della morte, 1745-2000, Firenze, Olshki, 2000, p. 31, ). chiamata "la Bombace" (o "la Bambagia"), nei confronti della quale la Tesi fu evidentemente debitrice del nome proprio.E chissà che alla Bombace non si debba anche altro: lei pure, come poi sarebbe stato per la Tesi, rimase famosa non tanto per il virtuosismo canoro fine a sé stesso, quanto come grande tragedienne, e non è difficile congetturare, nel silenzio delle fonti, che una parte delle sue doti di attrice possa essere stata in qualche modo tramandata come eredità alla figlioccia di battesimo. Di lei si disse poi, tra l'altro, che aveva intrattenuto una relazione con Händel all'epoca del soggiorno in Italia di quest'ultimo.Christopher Hogwood, Handel (edizione rivista), Londra, Thames and Hudson, 2007, pp. 38-39 . Relazione peraltro inizialmente attribuita anche alla stessa Tesi, a costo però inevitabilmente di retrodatare di almeno una decina d'anni la sua data di nascita.Florence Ashton Marshall, Tesi-Tramontini, Vittoria, in Sir George Grove (a cura di), A Dictionary of Music and Musicians, Londra, Macmillan, IV, 1900, ad nomen (accessibile in Wikisource).

La Tesi aveva due fratelli, Cosimo e Giovanni, ai quali rimase legata per tutta la vita, soprattutto al secondo, sordomuto e affetto da deficit mentale e quindi non autosufficiente. Ancora nel suo testamento, nel nominare il marito erede universale dell'ingentissimo patrimonio che aveva accumulato, costituiva però dei congrui legati in favore dei fratelli e dei nipoti, tali da consentire, in particolare a Giovanni, la concreta possibilità di concludere la propria esistenza conservando il livello di assistenza e il domicilio che lei gli aveva garantito in vita.Al testamento della Tesi è in particolar modo dedicato il saggio di Michael Lorenz citato in bibliografia. Il saggio contiene, oltre alla traduzione inglese dell'atto, siglato a Vienna nel 1773, anche un link da cui si può scaricare la riproduzione testuale dell'originale in italiano.

La vicenda umana di Vittoria Tesi è stata avvolta da una leggenda riguardante il suo matrimonio, originata, quando la cantante era ancora viva, dai resoconti di Charles Burney,Charles Burney, The present state of music in Germany, the Netherlands, and United provinces, Londra, T. Becket and Co. 1773, I, p. 318. e di Carl Ditters von DittersdorfCarl Ditters von Dittersdorf, Lebensbeschreibung, Lipsia, Breitkopf und Härtel, 1801; riedito a cura di Norbert Miller, Monaco, Kösel Vig., 1967, pp. 35 s. Sia pure con particolari anche molto diversi tra loro (per l'uno il marito era un fornaio girovago letteralmente raccattato a caso per strada, con l'unica prerogativa di essere italiano; per l'altro un semplice barbiere di teatro), si sarebbe trattato di un matrimonio bianco di pura convenienza, contratto dalla cantante in fretta e furia (dalla sera alla mattina) per sfuggire definitivamente alla corte pressante di un altolocato nobiluomo. Questi era disposto anche ad impalmarla ed era anzi sull'orlo di farle la proposta ufficiale, ma lei per qualche motivo rifiutava radicalmente le sue avances, senza però voler o poter infliggergli l'onta di una ripulsa diretta. Secondo Francesco Lora, invece, anche alla luce dei documenti nel frattempo rinvenuti negli archivi ecclesiastici di Bologna, il veneziano Giacomo Palmerino Tramontini (1705-1785) era in effetti nipote di un gioielliere e dedito agli affari Già Croce lo definiva «uomo astuto e sagace negli affari» (Un prelato..., p. 29). Metastasio riferirà che a Vienna nel 1773 godeva del titolo onorario di Handelsrat, ossia «consigliere di commercio» (Vitali, La solitudine amica..., p. 274). ed era da considerarsi "in verità un partito invidiabile": le nozze ebbero luogo a Bologna nel 1731 e non furono affatto celebrate dalla sera alla mattina in quanto "la dispensa dalle pubblicazioni fu concessa soltanto dopo alcune settimane, preso atto dei troppi luoghi ove la nubenda aveva soggiornato (tra le deposizioni figura un autobiografico e non sempre attendibile resoconto dei viaggi)". Certo non dovette trattarsi di un matrimonio convenzionale. Della mancanza di fedeltà reciproca tra i due contraenti, ebbe modo di dare conto il grande filosofo Benedetto Croce nell'ambito della sua attività collaterale di storico. Nella sua opera sui teatri di Napoli, riferisce di una vicenda del 1737, in occasione della quale la Tesi dovette licenziare due servitori che tenevano bordone al "Tramontino, pessimo soggetto," nelle sue tresche amorose con una signora fiorentina presso la quale egli intendeva anzi fuggire con tutti i suoi averi. Dopodiché, uno dei due, sempre sostenuto dal marito, arrivò perfino a minacciare di sfregiarla, costringendola a chiedere soccorso all'Uditore Generale Alfonso Ulloa Severino (1687-1762) addirittura irrompendo nel suo palco nel corso di una recitaCroce, I teatri..., p. 339. Tutto l'episodio è raccontato in una lettera dello stesso Ulloa ampiamente citata da Croce, alla quale si riferiscono le parti tra virgolette. Quanto alla cantante stessa, Croce pubblicò nel 1946 un libriccino contenente le lettere d'amore (tutt'altro che platonico) da lei inviate al prelato, tombeur de femmes, e futuro cardinale Enea Silvio Piccolomini nel corso di una relazione durata alcuni anni e iniziata praticamente in contemporanea con l'episodio precedentemente citato.Croce, Un prelato ..., op.cit.. Di un'altra scappatella amorosa della Tesi, questa volta con Gaspare Brambilla, agente commerciale del conte Sicinio Pepoli di Bologna, dà conto Carlo Vitali nel libro da lui curato sul carteggio di Farinelli con il conte (p. 273). La prova del consumato tradimento sarebbe contenuta nell'annotazione manuale apposta dalla cantante in calce a una lettera di Farinelli al Brambilla del 7 luglio 1731 (e quindi neanche tre mesi dopo le nozze con Tramontini). Dando del tu all'uomo e chiamandolo con un'affettuosa storpiatura napoletana del suo cognome (paraltro usata talvolta anche da Farinelli), la Tesi scriveva (riferendosi a un terribile temporale che aveva colto la troupe a Fano): «Paprilla mio oh che paura a Bologna ti conterò il tutto adio e ti saluto» (p. 80). Farinelli, del resto, dimostrava di non gradire «i liberi costumi e le frequentazioni pericolose» della sua compagna di tournée (p. 195). Ancora nel suo testamento, del resto, si colgono i segni del rapporto non convenzionale che la legava al Tramontini. Nel mentre lo nominava erede universale, in sede di costituzione dell'ingente fondo fiduciario di ottomila fiorini a favore del suo "povero" fratello Giovanni, che aveva "la disgrazia di essere muto, sordo e scemo", si dimostrava a parole fiduciosa che il "[suo] caro marito" avrebbe continuato a prendersi cura ed ospitare il cognato anche dopo la morte di lei, ma, più concretamente, si cautelava apponendo la clausola: "con l'intelligenza però e sotto la direzione degli miei Esecutori Testamentari". Egualmente, la Tesi attribuiva anche un legato di duemila fiorini, oltre a tutto il suo guardaroba, alla cameriera di colore, la «mia Mora Maria, che hò allevata da fanciulla, e la quale m'hà fedelmente servita per tanti anni» (e che dopo la sua morte avrebbe cambiato il proprio nome da Maria Labita a Maria Victoria Tramontini, vivendo quindi da agiata pensionata fino al 1801): prima di far ciò si premurava di dichiarare formalmente che tutto quel che si trovava nella camera della fantesca era di proprietà della stessa, e «che la detta mora tiene in mano del mio marito un picciolo di lei capitaluccio di zecchini quaranta». A indice della diffidenza che nutriva nei confronti del coniuge, nel fissare, subito dopo, l'entità del legato, la Tesi si riteneva in dovere di specificare ulteriormente: «ben inteso, che in tal somma di duemila fiorini non resti compreso il picciolo sudetto suo capitale degli zecchini quaranta.»Di Maria Labita rimangono le tracce in una famosa reprimenda indirizzata da Leopold Mozart al figlio il 12 febbraio 1778: in un passaggio della lettera viene rievocato l'incontro che i Mozart avevano avuto nel 1762, nella residenza del principe Hildburghausen, con la Tesi, in occasione del quale il piccolo Wolfgang aveva voluto dare un bacio "alla sua moretta", «l'unica donna africana – commenta Lorenz – che risulti documentalmente esser stata baciata da Mozart» (Lorenz, cit., paragrafo: "Maria Victoria Tramontini (Maria Labita)"). D'altronde, quando la cantante morì, Tramontini si risposò immediatamente, ancor prima di reclamare l'eredità.Lorenz, cit., paragrafo: "Giacomo Tramontini".

La grande carriera

Forse non casualmente viste le caratteristiche di coloro che l'avevano tenuta a battesimo, la Tesi fu avviata giovanissima allo studio del canto (e anche della danza e della recitazioneAdemollo, p. 309.), in particolare nella scuola che il cantante Francesco Redi aveva aperto a Firenze nel 1706. Dopo il trasferimento della famiglia a Bologna nel 1715, lo studio proseguì con Francesco Campeggi, e fu perfezionato con Antonio Bernacchi,Mancini, p. 19. famoso castrato all'epoca ancora sulla scena (si sarebbe esibito in seguito anche con l'ex allieva), ma destinato a fondare una delle principali scuole di canto del Settecento.Celletti, Storia ..., p. 73. La Tesi seppe comunque trarre profitto dai suoi studi e fu in grado, nel 1716, a poco più di quindici anni, di esordire a Parma in una ripresa de Il Dafni di Emanuele d'Astorga,Il nome del leggendario d'Astorga viene fatto dalle fonti più recenti (Vitali, Lorenz e Lora). Secondo Croll e, in forma solo dubitativa, il CORAGO, invece, l'opera era da attribuire a Alessandro Scarlatti. esibendosi quindi, l'anno successivo, a Bologna e conquistandosi subito, sin da queste prime apparizioni, una buona rinomanza.