La Resistenza romana fu il movimento di liberazione che operò a Roma durante l'occupazione tedesca della città. Durò dall'8 settembre 1943, con l'opposizione all'invasione tedesca da parte di alcuni reparti dell'esercito e gruppi di civili (particolarmente nota la battaglia di Porta San Paolo del 10 settembre), al 4 giugno 1944, data della liberazione della città da parte degli Alleati.

La resistenza coinvolse sia militari, sia un gran numero di cittadini romani, i quali si opposero, in modo palese o nascosto (talora passivamente e senza l'uso delle armi, oppure auto-organizzandosi in formazioni paramilitari)La renitenza alla leva della RSI fu a Roma circa il 15-20% superiore alla media. Secondo i dati dei Servizi segreti USA, solo il 2% dei cittadini romani si presentò spontaneamente alle chiamate al lavoro o alle armi imposte dai comandi del Reich (Cfr. Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, Bombardare Roma - Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944) - Il Mulino - Biblioteca storica, Bologna, 2007, ISBN 978-88-15-11546-1, pag. 13). alle forze tedesche e alle varie milizie fasciste.

Storia La difesa di Roma

Dopo l'annuncio via radio dell'Armistizio di Cassibile (ore 19.45 dell'8 settembre 1943) e la fuga da Roma del re Vittorio Emanuele III, il territorio italiano venne occupato dalle truppe tedesche. Le truppe italiane della capitale dal 25 luglio 1943 erano state poste nel Corpo d'armata motocorazzato al comando del generale Giacomo Carboni.

Il controllo di RomaAnthony Majanlahti, Amedeo Osti Guerrazzi, Roma occupata 1943-1944. Itinerari, storia, immagini, Il Saggiatore 2010 fu ottenuto con uno sforzo abbastanza limitato da parte dei tedeschi che, la sera dell'8 settembre erano già pronti ad attaccare, mentre le truppe italiane furono prese alla sprovvista. L'attacco tedesco si sviluppò partendo dal mare, sin dalla sera stessa, ad opera soprattutto della 2ª divisione paracadutisti, di stanza presso l'Aeroporto di Pratica di Mare e forte di circa 14.000 uomini. Solo nella mattina del 9 settembre i militari italiani della Divisione Piacenza, di stanza sui Castelli romani, ormai aggirata, s'impegnarono in un duro scontro tra Albano Laziale e Cecchina, ininfluente ai fini della difesa della CapitaleVedi anche: Battaglia di Villa Doria.

Tuttavia, nonostante la mancanza di ordini precisiLa Memoria OP 44, a firma del generale Mario Roatta, posta a conoscenza dei Comandanti di armata tra il 2 e il 5 settembre 1943, ordinava «di interrompere a qualunque costo, anche con attacchi in forze ai reparti armati di protezione, le ferrovie e le principali rotabili alpine» e di «agire con grandi unità o raggruppamenti mobili contro le truppe tedesche», ma era condizionata ad ordini successivi, che non vennero mai. Cfr.: Ruggero Zangrandi,1943: 25 luglio - 8 settembre, Feltrinelli, Milano, 1964, pagg. 486-7. o addirittura intimanti di evitare scontri con le truppe tedescheAlle ore 0.20 del 9 settembre, il Comandante generale delle Forze Armate, generale Vittorio Ambrosio diramò un dispaccio radio nel quale si prescriveva alle forze armate di non aprire il fuoco sulle truppe tedesche, se non in caso di attacco di queste ultime e di permettere comunque il loro transito inoffensivo. Cfr. Ruggero Zangrandi, cit., pagg. 480 e succ.ve, già nella sera dell'8 settembre, molti reparti dell'Esercito, dei Carabinieri ed alcuni della polizia, affiancati da alcune decine di cittadini volontari spontaneamente armati, tentarono invano di opporsi all'attacco delle truppe tedesche. La Granatieri di Sardegna reagì con forza all’avanzata tedesca ed al tentativo di disarmo ed ingaggiò furiosi combattimenti: gli scontri più accesi si ebbero nella giornata del 9, intorno alla zona del Ponte della Magliana, dell'E42 (l'attuale quartiere EUR) e del forte Ostiense; ed il 10, tra Porta San Paolo e la Passeggiata Archeologica. Nonostante la resistenza dei Granatieri di Sardegna, spronati dal generale Gioacchino Solinas e coadiuvati da altri reparti, primi tra tutti i Lancieri di Montebello, paracadutisti del X reggimento Arditi e da alcuni gruppi di civili, i tedeschi continuarono ad avanzare. La battaglia di Porta San Paolo, dove si ebbero 597 caduti, di cui 414 militari e 183 civiliProspetto statistico riassuntivo pubblicato in: Albo d'oro dei caduti nella difesa di Roma del settembre 1943, a cura dell'Associazione fra i Romani, Roma, 1968, pag. 79, è il primo evento della Resistenza italiana.

Le divisioni italiane schierate a nord della città ricevettero ordini contraddittori e quando iniziarono a muoversi verso il teatro degli scontri principali era troppo tardi: nel pomeriggio del 10 settembre i paracadutisti tedeschi avevano già superato ogni difesa e raggiunto il centro della città, e alle 16,00 il comando italiano accettò la richiesta tedesca di cessare il fuoco e di trasformare Roma in una città aperta, presidiata solo da pochi soldati italiani. Le truppe italiane però per due giorni tennero impegnate le efficienti 2ª Divisione Paracadutisti e 3ª Divisione Panzergrenadier, mentre il 9 gli alleati sbarcavano a Salerno.

Il Comando della "Città aperta di Roma" fu affidato quindi allo stesso generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo con parte della divisione Piave, con compiti di ordine pubblico.

L'occupazione tedesca L'11 settembre apparve sui muri di Roma il seguente editto di Albert Kesselring:

Osserva Claudio Fracassi che tale editto «fissava le nuove regole per la vita a Roma, tradendo esplicitamente l'accordo sulla "Città aperta" raggiunto appena un giorno prima con gli ex alleati italiani».. Qualche giorno dopo il primo atto della Repubblica Sociale Italiana (RSI) di Mussolini, proclamata il 23 settembre, fu di far disarmare le ultime truppe regie rimaste a Roma e il controllo tedesco divenne totale.

Il giornalista e scrittore Paolo Monelli ha tracciato il seguente quadro dell'occupazione nazista di Roma:

Il Fascio repubblicano costituito nella capitale rappresentò l'unico centro di raccolta dei pochi fascisti romaniSecondo la deposizione di Pietro Koch al processo contro di lui celebrato dopo la liberazione, poco prima di quest'ultima l'elenco degli «aderenti alla Rsi» a Roma contava circa tremila persone: citato in .. Un segno di scollamento della città dal fascismo e dello strapotere tedesco è stato rilevato nel maggior tasso di renitenza alla leva registrato a Roma rispetto al resto della RSI. I tedeschi tentarono infatti a più riprese di sabotare ogni tentativo fascista di ricostituire forze armate autonome, preferendo gestire autonomamente le risorse umane italiane attraverso retate di uomini atti al lavoro da inviare a elevare fortificazioni sui fronti di Anzio e Cassino, in Germania o, nell'Organizzazione Todt, anche in Alta ItaliaCfr. R. De Felice, Rosso e Nero, a cura di P. Chessa, Baldini&Castoldi, Milano, 1995, pag. 60, e Mussolini l'alleato, tomo II, Einaudi.. La renitenza alla leva fu superiore del 15-20% alla media, mentre, secondo i dati dei Servizi segreti USA, solo il 2% dei cittadini romani si presentò spontaneamente alle chiamate al lavoro o alle armi imposte dai comandi del ReichCfr. Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, "Bombardare Roma - Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944)", Il Mulino, Biblioteca storica, Bologna, 2007, ISBN 978-88-15-11546-1, pag. 13)..

I vertici militari e politici italiani furono in seguito incolpati di gravi negligenze ed omissioni nella mancata difesa di Roma.

Oltre alle deportazioni verso i lager nazisti, la città eterna - ancora ufficialmente "città aperta" - patì l'eccidio delle Fosse Ardeatine (335 uccisioni), il martirio dei 66 patrioti fucilati a Forte Bravetta ed altre violenze.

La resistenza

Il 9 settembre alle ore 16.30, a battaglia ancora in corso, sorse a Roma, in via Carlo Poma, il CLN - Comitato di Liberazione Nazionale, con la presenza di Pietro Nenni per il PSIUP, Giorgio Amendola per il PCI, Ugo La Malfa per il Partito d'Azione, Alcide De Gasperi per la Democrazia Cristiana, Meuccio Ruini per Democrazia del Lavoro e Alessandro Casati per i liberali.

La resistenza romana fu caratterizzata dalla varietà di riferimenti ideologici cui facevano capo i gruppi che la animarono: monarchici, azionisti, socialisti, comunisti, i militari del Fronte Militare Clandestino ed altre formazioni minori antifasciste che avevano come obiettivo soprattutto quello di essere riconosciuti come combattenti contro i tedeschi al momento dell'arrivo degli alleati a Roma, che si riteneva imminente soprattutto dopo lo sbarco di Anzio nel gennaio del 1944. Solo dopo la svolta di Salerno (aprile 1944) vi fu un'organizzazione vera e propria, tendente a fondare una disciplina condivisa dei partigiani che fino ad allora avevano operato isolatamente e talora in contrasto gli uni con gli altriAlberto Berzoni, Attentato e rappresaglia. Il PCI e via Rasella. La città inoltre, grazie alle ambasciate ancora attive nello Stato del Vaticano, era un crocevia per tutte le principali organizzazioni di spionaggio dei belligerantiSulla "guerra segreta" condotta a Roma e dai contorni tuttora oggetto di studio, vedere Peter Tompkins, L'altra Resistenza. Servizi segreti, partigiani e guerra di liberazione nel racconto di un protagonista, Il Saggiatore - 2005.

Sebbene il compito del CLN fosse quello di animare e coordinare la resistenza civile e militare, il suo contributo a Roma fu scarso ed episodico, cosicché l'iniziativa militare veniva presa dai singoli partiti e in particolare da quelli di sinistra, i quali – meglio organizzati e più forti – si muovevano in sostanziale autonomia, o dai gruppi che non facevano capo ai sei partiti del CLN.. I motivi per i quali la Giunta militare del CLN non riuscì a produrre un'azione efficace furono principalmente due: in primo luogo, l'entità del contributo alle azioni militari fu estremamente diversa da partito a partito, così da rendere irrealistico attribuire il medesimo peso a ciascun partito in sede di deliberazione collegiale; in secondo luogo, vi era una fondamentale divergenza politica, in seno alla Giunta, sul tipo di azioni da compiere: comunisti, socialisti e azionisti erano infatti intenzionati ad effettuare veri e propri atti di guerra, inclusi gli attentati terroristici, contro i nazifascisti; per contro democristiani, liberali e demolaburisti (concordi, in questo, con il Vaticano) intendevano limitarsi ad atti di propaganda non armata e di sabotaggio.. La Chiesa aveva una posizione molto sfavorevole alle azioni armate di resistenza, perché non le riteneva utili alla causa e anche perché temeva che tali azioni potessero da un lato avviare rappresaglie nei confronti della popolazione civile che aumentare l'influenza della componente di estrema sinistra..

Tale disaccordo di fondo nel CLN (che nel 1963 il comunista Amendola definì «più un centro di discussioni, spesso anche accademiche, che un organo di lavoro e di lotta»Luigi Cortesi, Bonomi, Ivanoe, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 12, 1971.) fece sì che, nella pratica, ciascun partito decidesse in modo autonomo quali azioni intraprendere, sebbene il carattere unitario del CLN rimanesse formalmente impregiudicato; il ruolo più importante fu allora giocato dal PCI, che, nei nove mesi di occupazione tedesca, poté contare, nella capitale, sull'apporto di circa tremila militanti (si consideri che il totale dei partigiani di ogni tendenza nella provincia di Roma, inclusi i comunisti, fu poi riconosciuto in seimiladuecento.).

In generale, quella dei partigiani a Roma durante l'occupazione tedesca fu la lotta di «un'eroica minoranza», che non riuscì a coinvolgere attivamente la grande massa della popolazione; la maggioranza dei romani condivise infatti un atteggiamento di tipo attendista e fu poco propensa alla resistenza attiva contro i nazifascisti, pur desiderando una rapida fine della guerra.

L'esponente comunista Giorgio Amendola ha così rievocato l'atteggiamento generale della popolazione romana nei confronti dei partigiani: