Il suo nome è particolarmente legato alle polemiche sul sistema copernicano che egli, fautore dell'interpretazione letterale delle Scritture e sostenitore del modello astronomico di Tycho Brahe, condannò in diversi scritti. L'opera di Niccolò Copernico De revolutionibus, condannata nel 1616 dalla congregazione dell'Indice, fu revisionata secondo le proposte contenute nel suo De emendatione sex librorum Nicolai Copernici De revolutionibus e Galilei polemizzò con lui nella sua Lettera a Francesco Ingoli.

Biografia Laureato all'Università di Padova in diritto civile e canonico il 17 maggio 1601, entrò nell'Ordine dei chierici teatini e studiò astronomia, scrivendo nel 1604 il breve saggio De stella anni 1604 e nel 1607 un De cometa anni 1607. Al servizio dal 1606 del legato pontificio in Romagna, il cardinale Bonifazio Caetani (1567-1617), lo seguì a Roma quando questi fu nominato membro della Congregazione dell'Indice.

L'Ingoli frequentò spesso l'Accademia fondata da Federico Cesi. Quale fosse l'impostazione scientifica dell'Ingoli si può evincere dalla lettera al cardinale Caetani del 9 agosto 1613, nella quale scriveva di essere stato due giorni prima a uno di questi conviti, dove si disputava di matematica, di filosofia e di teologia: «Vi erano peripatetici, paracelsisti e telesiani. V. S. Ill.ma si può imaginare se si andò da accordo. Vi fu uno che sosteneva li cieli essere animati; se li fu adosso di mala maniera. Io li dissi, primo, che questa opinione era dannata come erronea nella Sorbona di Parisi. Secondo, che nel primo capo del Genesi si numerano li fini a' quali sono fatti da Dio le creature, et che a' corpi celesti fu detto ut essent in signa et tempora, et non ut intelligentia, che questo è il principal fine dell'anima intellettiva [...]».In Archivio Caetani, Roma, Fondo generale, n. 140739.

Nel febbraio del 1616 Galileo Galilei concludeva le sue Considerazioni circa l'opinione copernicana, che egli affermava essere «fondata sopra potentissime ed efficacissime ragioni»,G. Galilei, Opere, Edizione nazionale, V, p. 353. invitando i suoi oppositori a confutarla, se potevano, cominciando «dall'inquisizioni astronomiche e naturali e non dalle scritturali».G. Galilei, Opere, cit., V, p. 365. Il 5 marzo 1616 fu pubblicato il decreto della Congregazione dell'Indice con il quale si condannava l'astronomia copernicana in quanto «falsa dottrina pitagorica, del tutto contraria alla sacra e divina Scrittura», si proibiva la Lettera sulla mobilità della terra e stabilità del sole di Paolo Antonio Foscarini e si sospendevano, in attesa di «espurgazione», gli In Job commentaria di Diego de Zúñiga e le stesse De revolutionibus orbium di Niccolò Copernico.

«De situ et quiete Terrae» Se la curia romana aveva condannato l'ipotesi copernicana per sole ragioni d'incompatibilità con le Scritture, l'Ingoli si assunse il compito di confutarla anche sulla base di argomentazioni fisiche e astronomiche: nel 1616 pubblicò così la De situ et quiete Terrae contra Copernici systema Disputatio, indirizzata direttamente a Galilei. L'Ingoli porta venti argomenti a favore dell'ipotesi geocentrica di cui quattro sono di natura teologica. Nel Genesi Dio disse «fiant luminaria in firmamento Caeli», dove le luminaria, che sono per l'Ingoli il Sole e la Luna, si trovano nell'«espansione del cielo» e perciò non possono trovarsi al suo centro.G. Galilei, Opere, cit., V, p. 408: «in ipso Caeli expanso seu extenso [...] unde sicut Luna non est in centro sed in Caelo expanso, ita quoque Sol [...]». Il secondo argomento è quello dell'opposizione tra cielo e inferno, il quale è al centro della Terra e dunque «un luogo remotissimo dal cielo».G. Galilei, Opere, cit., V, ivi. L'Ingoli cita poi il passo famoso di Giosuè e conclude le argomentazioni teologiche ricordando il decreto sull'edizione e l'uso dei libri sacri stabilito dal Concilio tridentino: «non si può negare che a quei santi padri dispiaccia un'interpretazione contraria al consenso dei Padri».De situ et quiete Terrae, in G. Galilei, Opere, cit., V, p. 411: «negari non potest, quin sacris illis patribus Sacrae Scripturae interpretatio contra consensum Patrum displiceat».

Le argomentazioni scientifiche presentate dall'Ingoli sono tratte, insieme con alcuni richiami a Tolomeo e ad Aristotele, soprattutto dal primo degli Epistolarum astronomicarum libri di Tycho Brahe, scritto in polemica contro il copernicano Christoph Rothmann. Uno solo è il personale contributo scientifico dell'Ingoli, attinente al principio della parallasse, da lui svolto con un risultato «a dir poco sconfortante».M. Bucciantini, Contro Galileo. Alle origini dell'affaire, 1995, p. 90. Da Tycho, Ingoli riprende il noto argomento della torre, secondo il quale una sfera di piombo lasciata cadere da una torre altissima non dovrebbe attingere il punto della Terra alla base della sua perpendicolare, a causa del moto di rotazione terrestre; un argomento dell'astronomo danese contro il movimento terrestre intorno al Sole era la considerazione che le comete - che Tycho supponeva si muovessero circolarmente - distanti dalla Terra quanto le stelle fisse e in opposizione al Sole, avrebbero dovuto mostrare gli apparenti arresti e retrogradazioni quali si osservano nel moto dei pianeti, cosa che invece non avveniva.

Un altro argomento a favore della tradizionale descrizione dell'Universo, ripreso da Aristotele e condiviso dal «moderno» Brahe, è che la Terra sia un corpo grave e come tale destinato a occuparne il centro, a differenza dei corpi celesti, che sarebbero invece privi di gravità.De situ et quiete Terrae, in G. Galilei, Opere, cit., V, p. 407: «corpora celestia nullam habere gravitatem». Dio diede alla Terra, «per la sua stabilità, un corpo pigro, crasso, inadatto al movimento perpetuo e circolare», mentre i corpi celesti, sostiene Tycho Brahe, «lucidi e ignei», sono particolarmente «adatti a un moto velocissimo e continuo, quasi a mostrare come in uno specchio la divina maestà».Epistolarum astronomicarum libri, I, in T. Brahe, Opera omnia, VI, p. 221.

In conclusione, l'Ingoli invitava Galileo a rispondere alle sue argomentazioni scientifiche, un invito che Galilei non raccolse, stante il clima non favorevole alle polemiche, dopo il decreto della Congregazione dell'Indice e il suo incontro con il cardinale Bellarmino. Anche il Campanella, che si era offerto di intervenire a favore di Galileo contro lo scritto dell'Ingoli, non ricevette risposta.Lettera di Campanella a Galilei, 3 novembre 1616, in G. Galilei, Opere, cit., XII, p. 287: «m'è capitato in mano un discorso di un Ravennate contrario al filosofar suo e di Copernico, et haverei risposto se V. S. si fosse degnata significarmi ch'habbia hauto a caro la questione mia».

Il 10 marzo 1616, cinque giorni dopo la pubblicazione del decreto di proibizione del sistema copernicano, Francesco Ingoli fu nominato, su proposta del cardinale e membro del Sant'Uffizio Orazio Lancellotti, consultore della Congregazione dell'Indice. Poiché nel decreto del 5 marzo si prevedeva la «correzione» dei De revolutionibus orbium, eliminandovi i passi dove l'eliocentrismo era presentato quale realtà naturale e non modello ipotetico, il 2 aprile 1618 egli presentò alla congregazione una sua De emendatione sex librorum Nicolai Copernici De revolutionibus, che fu fatta esaminare dai lettori di matematica del Collegio romano. Il 1º luglio i matematici gesuiti del Collegio, tra i quali Christoph Grienberger e Orazio Grassi, approvarono la relazione dell'Ingoli e la congregazione stabilì che il libro di Copernico fosse emendato seguendo le sue proposte.Copernico, Galilei e la Chiesa. Fine della controversia (1820). Gli atti del Sant'Uffizio, 1992, pp. 144-149.

La risposta di Keplero e la replica dell'Ingoli La notizia del decreto dell'Indice giunse anche in Germania, da dove Keplero, nel settembre del 1617, chiedeva maggiori informazioni al protomedico della corte imperiale a Praga, l'italiano Tommaso Mingoni, che gli fece pervenire, tramite suoi amici di Roma e di Padova, anche la Disputatio dell'Ingoli. Nel maggio del 1618 Mingoni ricevette dall'astronomo tedesco i primi tre libri della sua nuova Epitome astronomiae copernicanae e una Responsio ad Ingoli disputationem.

Keplero respinge le varie argomentazioni anti-copernicane contenute del De situ et quiete Terrae e sostiene che la Scrittura si occupa di fede e di problemi etici, mentre quando accenna a questioni che riguardano la forma e la struttura della natura essa adopera un linguaggio aderente al senso comune che i dati sensibili offrono all'uomo, mentre il compito della scienza è di andare oltre le apparenze, scoprendo l'autentica realtà dei fenomeni. Non ha perciò senso - come propongono l'Ingoli e i teologi del tempo - rimanere fermi al significato letterale offerto dai passi della Bibbia che trattano della conformazione della natura, né è necessario - come invece ritenevano Galileo e Foscarini - che lo scienziato si trasformi in un teologo per proporre nuove interpretazioni scritturali che accordino scienza e Bibbia: «questo mondo va lasciato alle dispute umane, come scrive il sapiente: i profeti tendono a cose più alte, alla lode di Dio e ai dogmi».«relinquitur hic mundus disputationibus hominum, ut scribit sapiens: tendunt enim Prophetae ad altiora, ad laudem Dei et ad Dogma [...]», in A. Favaro, Responsio, in Nuovi studi galileani, p. 179.

Cinque mesi dopo, il 13 ottobre 1618, Ingoli rispondeva con le sue Replicationes De situ et motu Terrae contra Copernicum ad Ioannis Kepleri Caesari mathemathici Impugnationes contra disputationem de eadem re ad d. Galilaeum de Galilaeis Gymnasii Pisani mathematicum celeberrimum scriptam, dedicate al maestro di camera di Paolo V e consigliere dell'imperatore, Ludovico Ridolfi, che lo aveva sollecitato a intervenire affinché perdessero forza «quei falsi dogmi di Copernico che da qualche anno a questa parte hanno trovato credito per l'attivismo e lo zelo di alcuni individui troppo amanti delle novità, e finalmente sarebbero rientrati nell'oscurità che merita la loro incertezza».«quae paucis ab hinc annis falsa dogmata Copernici [...] ad obscuritates propriae eorum incertitudinis revertantur», Replicationes Francisci Ingoli, in M. Bucciantini, Contro Galileo, cit., p. 178.

Le argomentazioni dell'Ingoli sono tratte dalla Scrittura, dalla filosofia di Aristotele e dalla teologia di Tommaso d'Aquino: così, egli scrive che «non ci risulta che Dio abbia impresso il movimento alla Terra, anzi dalla Sacra Scrittura apprendiamo l'immobilità della Terra [...] Non si può dubitare dell'assurdità dell'opinione che la Terra possieda un'anima motrice; in primo luogo, perché secondo l'ordine naturale l'anima motrice presuppone sempre quella sensitiva, come accade negli animali, o quella vegetativa, come nelle piante [...] In secondo luogo, se anche si ammettesse nella Terra un'anima vegetativa, essa non avrebbe le capacità di movimento richieste da Keplero: infatti l'anima motrice che accompagna quella vegetativa non è capace di conferire altro moto che quello di crescita, proprio quello che Keplero nega alla Terra».Replicationes Francisci Ingoli, in M. Bucciantini, Contro Galileo, cit., pp. 201-202. Poi, all'invito di Keplero di tenere separate la scienza e la fede, Francesco Ingoli non poteva che rispondere negativamente, poiché «tranne sant'Agostino, gli altri santi interpretano la Scrittura in senso non figurato».«praeter S. August., alij sancti tenent Scripturam non figurate», Replicationes Francisci Ingoli, in M. Bucciantini, Contro Galileo, cit., p. 190.