Con il termine Pasque piemontesi si indicano le persecuzioni in Piemonte, di cui furono vittima i valdesi delle cosiddette valli Valdesi, in special modo nell'anno 1655, ad opera dell'esercito del Ducato di Savoia. Le campagne militari, fermate poi da un movimento di opinione internazionale, portarono alla morte, secondo le fonti valdesi, di 1712 persone. Furono alla base dell'inizio delle guerre sabaudo-valdesi.
Antefatti I rapporti tra le comunità di professione religiosa valdese del Piemonte occidentale ed il ducato di Savoia si inasprirono dopo la morte di Vittorio Amedeo I di Savoia (1637), con la salita al trono di Carlo Emanuele II di Savoia sotto la reggenza della madre, Maria Cristina di Borbone-Francia. Le lotte tra quest'ultima e i fratelli di Vittorio Amedeo, che volevano per sé la reggenza, portarono entrambe le parti in gioco a tentare di ingraziarsi per quanto più possibile il potere ecclesiastico della Chiesa cattolica.
In questo quadro, tradendo gli impegni assunti con la Pace di Cavour, il governo ducale operò una progressiva riduzione delle libertà della comunità valdese abitante nelle valli occidentali del Piemonte, che fu costretta a ritirarsi sempre più all'interno delle montagne, mentre al contempo veniva favorita una "cattolicizzazione" forzata degli stessi, con l'installazione di conventi e l'incentivazione alla conversione alla fede ufficiale cattolica. Editti successivi ridussero via via le libertà dei suddetti valdesi, fino all'editto del 15 maggio 1650. Alexis Muston, The Israel of the Alps - a complete history of the Waldenses of Piedmont and their colonies, traduzione inglese di John Montgomery, Baptist Standard Bearer, 2000; ISBN 1-57978-533-6; vol. I, parte II, capitolo VI (edizione storica del 1866 disponibile su Google Books)
Negli anni successivi, si verificarono quindi diversi episodi volti ad accrescere la tensione e cercare un casus belli. Nel 1653 i valdesi furono accusati dell'incendio del convento di Villar Pellice. Questo evento, peraltro, non ostacolò la firma, lo stesso anno, di un trattato tra Ducato e comunità valdese che ripristinava almeno in parte i preesistenti privilegi, annullando il decreto del 1650. Successivamente, altri giovani valdesi furono accusati di avere abbattuto un pilone votivo, ed altri ancora di aver ostacolato lo svolgimento di una processione cattolica facendola attraversare da un asino imbizzarrito.
Nello stesso periodo morì la marchesa di Pianezza (alle porte di Torino), personaggio molto attivo nell'opera di cattolicizzazione delle valli. La marchesa, morente, lasciò il suo patrimonio al marito marchese di Pianezza, Carlo Emanuele di Simiana, militare di carriera ed alto funzionario della Propaganda Fide, con la clausola che egli avrebbe dovuto usarlo per facilitare la conversione dei Valdesi. Il Muston sostiene che la congregazione Propaganda Fide, appoggiata dalla Compagnia di Gesù, fu molto attiva nell'esercitare pressioni sui duchi di Savoia e sugli ambienti di corte (ivi compresi i marchesi di Pianezza), nell'intento finale di "estirpare l'eresia dalle valli".
Il Ducato di Savoia iniziò a preparare un'azione militare. A questo scopo, il governo del Ducato pensava di approfittare anche del passaggio di truppe francesi di ritorno da Modena, acquartierandole nelle valli valdesi ed utilizzandole per l'azione militare. Il vero casus belli avvenne nel 1655, con l'uccisione di un sacerdote cattolico a Torre Pellice: l'assassino (tale Berru), dietro promessa dell'immunità, accusò falsamente il moderatore valdese Jean Léger, che fu condannato a morte in contumacia.
Un editto del 15 gennaio 1655 richiese l'applicazione del decreto del 1650, in particolare ove esso prevedeva che i Valdesi abbandonassero i territori più a valle e si ritirassero nei soli territori di Angrogna, Bobbio Pellice, Villar Pellice e Rorà. I Valdesi riuscirono ad ottenere che il decreto fosse temporaneamente limitato ai soli capi famiglia, che si trasferirono quasi tutti ad Angrogna, e nel contempo tentarono di stabilire un tavolo di trattativa con il Ducato, che affidò la gestione della cosa al concilio di Propaganda Fide. Le trattative durarono fino all'aprile del 1655, quando un'ultima legazione valdese avrebbe dovuto essere ricevuta dal marchese di Pianezza. Questi però li fece attendere a vuoto, ed il 16 aprile, nottetempo, lasciò la città, e raggiunse il suo esercito che era già in marcia verso le valli valdesi. Alexis Muston, op. cit. vol. I, parte II, capitolo VII
La presa di Torre Pellice Le operazioni militari ebbero inizio il 17 aprile 1655, quando il marchese di Pianezza chiese alla città di Torre Pellice il permesso di acquartierarvi 800 soldati e 300 cavalieri. I Valdesi rifiutarono, asserendo che non avrebbero potuto dare ospitalità in una città dove non erano più residenti ai sensi del decreto del 15 gennaio. La sera stessa, le truppe del marchese risalirono la valle indisturbate, e si accamparono sotto le mura di Torre Pellice. I Valdesi, incerti sul significato delle operazioni del marchese, e temendo di peggiorare le relazioni con il Duca, non si disposero alla difesa. Solo Giosuè JanavelSpesso italianizzato in Giosuè Gianavello; i due nomi ricorrono indifferentemente nella documentazione storica, un abitante di Rorà, era favorevole ad iniziare subito un'azione di resistenza attiva, ed anzi fin dal febbraio precedente aveva cominciato a radunare volontari per eventuali operazioni militari.
Il marchese ripeté la richiesta di acquartieramento, e ad un nuovo rifiuto dei valdesi lanciò un ultimatum alla città. Gli abitanti predisposero in tutta fretta delle difese, e verso le 10 di sera le truppe del marchese attaccarono la città. Dopo circa tre ore di combattimenti durante le quali entrambi gli schieramenti mantennero le postazioni, gli attaccanti riuscirono ad aggirare le barricate dei difensori e ad entrare in città da tergo. I difensori, ora accerchiati, riuscirono a sfondare il secondo fronte degli assalitori ed a fuggire, ritirandosi sulle montagne, mentre le truppe del marchese prendevano possesso della città. Il giorno successivo, Domenica delle Palme, le truppe del marchese partirono in caccia dei fuggitivi, mentre verso sera arrivarono a Torre Pellice nuove truppe del Ducato.
L'esercito del marchese contava ora su diverse migliaia di uomini. Le cifre esatte divergono; il Muston parla di 15.000 uomini, citando la testimonianza di Jean Léger, presente ai fatti; il sito del Comune di Inverso Pinasca, appoggiandosi a studi storiografici più recenti, parla di 4.000 uomini; sabaudia.org porta la cifra a 40.000 uomini, senza peraltro citare fonti. Le truppe erano divise in 4 reggimenti, comandati rispettivamente dal Signor de Petitbourg, dal marchese Galeazzo, dal principe di Montafon, e dal marchese di San Damiano.
Si trattava di un esercito piuttosto eterogeneo: ai soldati si univano volontari, criminali comuni ed un contingente di irlandesi. Questi ultimi erano stati cacciati dall'Inghilterra di Cromwell per aver commesso diversi massacri di protestanti e si erano aggregati alle truppe del Pianezza dietro promessa di ricevere in pagamento le terre che sarebbero state conquistate ai Valdesi. Alexis Muston, op. cit. vol. I, parte II, capitolo VIII
Le stragi Domenica 18 aprile, dopo la fuga, i Valdesi fuggiti da Torre Pellice si erano rifugiati sulle montagne, e lì cominciarono a preparare le difese. Il giorno seguente, 19 aprile, le truppe del Pianezza attaccarono i Valdesi a Torre Pellice, Luserna San Giovanni, Angrogna e Bricherasio, ma furono respinti in ogni occasione. Il giorno successivo, 20 aprile, vi furono nuovi attacchi a Luserna San Giovanni ed a Tagliaretto, anche questi respinti. Il Pianezza cambiò allora tattica. La mattina del 21 aprile fece convocare i rappresentanti dei Valdesi; a questi dichiarò che gli attacchi non erano stati voluti da lui, ma che erano dovuti all'indisciplina delle truppe, che si erano abbandonate ad azioni non autorizzate.
Imputando questi fatti alla difficoltà di tenere a bada un esercito così numeroso, propose di separare le truppe ed alloggiarle a piccoli gruppi in tutti i paesi dell'alta valle, in modo che fossero più facilmente controllabili. I rappresentanti valdesi appoggiarono il progetto quasi all'unanimità, con le sole eccezioni di Léger e Janavel. Quest'ultimo rientrò a Rorà, mentre quella sera stessa le truppe del marchese si installarono nella valle principale ed in valle Angrogna. In quest'ultima valle era prevista la presenza di un solo reggimento. Se ne presentarono invece due, ed uno di essi diede fuoco alle case di Tagliaretto.
L'incendio allarmò gli abitanti della valle, dove, come detto, si erano rifugiati quasi tutti i capi famiglia fuggiti dalla pianura e dalla bassa valle in seguito all'editto del 25 gennaio; tutti gli uomini validi fuggirono in val Chisone, allora sotto dominio francese, lasciando in paese solo donne, vecchi e bambini. Nella valle principale, la risalita delle truppe avvenne invece con meno clamore; vi furono comunque episodi isolati di violenza, con case bruciate e persone uccise, ma la notizia di questi fatti non ebbe modo di diffondersi. La val Pellice venne così completamente occupata dalle truppe del marchese, tranne la zona di Rorà, che rimase non presidiata.
Nei giorni seguenti, le truppe del marchese mantennero un certo contegno, cercando di guadagnarsi la fiducia della popolazione. Ad Angrogna, in particolare, cercarono di convincere la popolazione rimasta a richiamare in patria i fuggitivi, alcuni dei quali effettivamente rientrarono in paese. Sabato 24 aprile, vigilia di Pasqua, alle 4 del mattino, un segnale convenuto dal castello di Torre Pellice diede inizio alle operazioni. I soldati assalirono con le armi la popolazione civile, abbandonandosi a stupri e torture, e gran parte della popolazione venne massacrata sul posto. Gli Irlandesi, in particolare, si distinsero per ferocia.
Parte dei Valdesi superstiti riuscì a rifugiarsi nel Queyras, mentre molti dei restanti superstiti furono imprigionati e condotti in diverse carceri, dove molti di loro sarebbero rimasti per anni, sottoposti ad ulteriori torture; molti altri furono convinti con la forza a convertirsi al cattolicesimo. I bambini rimasti orfani o comunque dispersi vennero raccolti ed affidati a famiglie cattoliche. Si salvò solo la popolazione di San Martino, in val Germanasca, che, avvertita dal cattolico Emanuele Bocchiardo, riuscì a riparare in alta val Chisone. Nelle valli, il culto protestante venne proibito, e la popolazione rimanente fu forzata ad abiurare. Il comandante di uno dei quattro reggimenti, il Signore de Petitbourg, venuto a conoscenza dei piani del marchese, si rifiutò di prendervi parte, e rassegnò le dimissioni dal comando.
Bilancio delle stragi
Le vittime si concentrarono soprattutto a Pra del Torno, Villar Pellice, Bobbio Pellice, Rorà, Prali. Il bilancio finale, secondo un documento valdese del 1656, fu di 1712 morti tra uomini e donne; inoltre, 148 bambini furono portati via dalle valli ed affidati a famiglie cattoliche.
Secondo fonti ducali, le vittime furono molte meno. Diversi documenti citati dal Muston parlano di poche decine di morti; un documento parla di 50 morti, un altro di 10 o 12 morti. Una relazione ufficiale dell'11 maggio parla però di 160 morti a Bobbio Pellice e di 150 a Villar Pellice; il Muston, estrapolando questi dati all'intera valle, stima almeno 2000 morti.
Il marchese di Pianezza asserì sempre che non vi era stata alcuna azione contro la popolazione civile, ma nel diario di uno degli ufficiali del marchese di San Damiano vengono confermate diverse scene di tortura. Lo stesso signor de Petitbourg, il 27 novembre 1655, fece pubblicare una dichiarazione giurata, sottoscritta davanti a testimoni, in cui dichiarava di essere stato testimone oculare delle torture e delle uccisioni indiscriminate di civili.
La difesa di Rorà