Biografia Origini e formazione come virtuoso di Cusani (1700-1723) Giovanni Carestini nacque a Monte Filottrano, ora Filottrano (Ancona), il 13 dicembre 1700 e venne battezzato due giorni dopo dal parroco Nicola Gentiloni col nome di Giovanni Maria Bernardino. I suoi genitori furono Marco Felice Carestini di Monte Filottrano e Vittoria Costantini di Camerano (Ancona), mentre i padrini di battesimo i nobili del luogo Felice Larcioni e Olimpia Felice Gentiloni. Aveva inoltre una sorella maggiore, Isabella, e un fratello minore, Francesco Saverio.
Non si conosce nient’altro a proposito della sua infanzia, in quanto le prime notizie note successive al suo battesimo già lo vedevano impegnato nel canto, in particolare nel 1714 a San Severino Marche nell’oratorio di Antonio Caldara Santo Stefano Re d’Ungheria, nel quale il giovanissimo Carestini interpretò il ruolo di Gisella. In quell’anno egli doveva già trovarsi presso la nobile famiglia milanese Cusani, in particolare sotto la tutela del cardinale Agostino Cusani (da cui il soprannome Cusanino), che lo prese sotto la propria ala all’età di dodici anni e che si occupò di sostenere la sua formazione alla scuola del Duomo di Milano, nonché di favorire i suoi primi impieghi negli anni a venire. Korsmeier ipotizza che Carestini possa aver subìto l’operazione di evirazione fra i nove e i dieci anni e che, prima di stabilirsi nella città lombarda, abbia avuto una prima formazione ad Ancona.
A Milano, il 26 dicembre 1719, Carestini debuttò nell’opera Porsena di Giuseppe Vignati al Teatro Regio Ducale, nella quale partecipò nel ruolo minore di Mesenzio. Già poco tempo a seguire, prima il 7 e poi l’8 gennaio del 1720, cantò ancora, sempre a Milano: rispettivamente alla Casa professa di S. Fedele nel Dialogo pastorale a gloria del nato Redentore di Giovanni Perroni e di nuovo al Teatro Regio Ducale nella Pace fra Seleuco e Tolomeo di Francesco Gasparini. Nel primo, un’esecuzione sacra, interpretò l’angelo, mentre nella seconda, un’opera alla sua prima assoluta, il personaggio di Agide.
Cusani si caricò della cura e della protezione di Carestini quando aveva da poco ottenuto la carica cardinalizia e, formando un promettente castrato, poteva contare su un virtuoso personale che lo accompagnasse costantemente nelle cerimonie e che desse prestigio al proprio nome quando questi partecipava a delle opere. Difatti Carestini, negli spettacoli sopra menzionati, compare nei libretti come «virtuoso di camera del Card. Cusani» e figura così anche successivamente, quando si trovò impiegato a Roma. Fin quando il giovane virtuoso fosse stato alle dipendenze del cardinale doveva versare parte dei suoi guadagni al suo patrono.
Quando fu nell’Urbe, durante la stagione di Carnevale 1720-1721 al Teatro Capranica, Carestini interpretò Costanza nella Griselda di Alessandro Scarlatti e Fausta nel Crispo di Giovanni Battista Bononcini. A proposito di quest'ultima opera si può leggere una lettera del 28 gennaio 1721 di Margherita Balletti, moglie del compositore dell’opera Bononcini, la quale afferma che Carestini «à tutto quello che ci vuole per ben cantare» e che l’unica cosa che gli manca è l’esperienza.
Sul finire del 1721 partecipò invece al Teatro Alibert come Fausto nel Flavio Anicio Olibrio di Nicola Porpora e come Candaule nella Sofonisba di Luca Antonio Predieri. L’anno successivo apparve di nuovo al Teatro Capranica, prima nel ruolo di Pilade nellOreste di Benedetto Miccheli e poi, all’inizio del 1723, nei panni di Alceste nellErcole sul Termodonte di Antonio Vivaldi.
Virtuoso del Kaiser (1723-1725)
Dopo la prima esperienza romana, fu impiegato dall’aprile del 1723 fino all’ottobre del 1725 nella cappella della corte imperiale di Vienna, emancipandosi quindi dalla famiglia Cusani, che si era occupata di formarlo e introdurlo nel mondo del teatro in musica. In estate, infatti, partì alla volta di Praga, in cui partecipò ai grandiosi festeggiamenti per la cerimonia d’incoronazione di Carlo VI a re di Boemia, cantando nell’opera Costanza e fortezza di Johann Joseph Fux, eseguita il 28 agosto 1723. A Vienna si esibì poi l’anno dopo di nuovo in un oratorio di Caldara La morte e sepoltura di Cristo, il primo marzo.
Dal finire del 1724 fino a tutto il 1725 fu invece attivo a Venezia, dove partecipò a due opere di Giovanni Porta, entrambe su libretto di Domenico Lalli: La Mariane e Ulisse al Teatro S. Angelo, nella prima interpretava Ottaviano e nella seconda Telemaco. Il ruolo di Ottaviano è emblematico perché si crea un legame, non di poco conto per l’epoca, fra il personaggio interpretato dal virtuoso Carestini e la carica ricoperta dal suo mecenate, appunto l’imperatore asburgico.
Cantò poi, sempre nella città lagunare, nella parte di Odenato nellAmore eroico di Giovanni Francesco Brusa al Teatro S. Samuele, nelle vesti di Antioco nel Seleuco di Giovanni Zuccari ancora al S. Angelo, nel ruolo di Erminio nel Siface di Nicola Porpora al S. Giovanni Grisostomo e nei panni di Medarse nel Siroe Re di Persia di Leonardo Vinci al Teatro Grimani, entrambe queste ultime su libretto di Metastasio e rappresentate il medesimo giorno, il 26 dicembre 1725. Carestini in questa data non figura più nei libretti come virtuoso dell’imperatore, poiché il suo contratto era finito nel mese di ottobre dello stesso anno.
Per la fine del 1725, per tutto il 1726 e per la prima parte del 1727 Carestini partecipò dunque agli spettacoli solo a proprio nome, anche se «il 25 aprile 1726 fu accolto dall’Accademia Filarmonica di Bologna “a voti pieni”: in questo stesso periodo dovette entrare alle dipendenze del duca di Parma Francesco Maria Farnese». Tuttavia, soltanto l’anno successivo Carestini sarebbe stato ufficialmente riconosciuto come dipendente e protetto del duca parmense. In questo arco di tempo in cui ancora figurava come cantante in proprio partecipò a I fratelli riconosciuti di Giovanni Maria Capelli a Parma, nel quale fu ancora sul palco con Farinelli, e poi di nuovo a un Siroe Re di Persia, ma stavolta musicato da Giovanni Porta, rappresentato a Firenze e non più nei panni di Medarse, come nella versione di Vinci, ma in quelli del protagonista eponimo. Infine fu nellIngratitudine castigata di Vincenzo Chiocchetti e nel pasticcio Il più fedel tra i vassalli a Genova. Rispetto a questo pasticcio, il librettista Francesco Silvani fa capire nella prefazione come nella stesura il ruolo dei cantanti, fra cui Carestini, fosse stato incisivo: «Se lo vedrai con qualche mutazioni, massimamente d’arie […] fu solamente mera necessità di servire a cenni di chi comanda ed incontrare il genio de virtuosi cantanti».
Virtuoso del duca di Parma (1727-1730) Il 22 aprile 1727 il duca parmense Antonio Farnese rilasciò a Carestini una patente di virtuoso, stilata su una pergamena col sigillo ducale, che recita il seguente testo:
Grazie a questo documento, Carestini poté dunque essere legittimato a trarre numerosi benefici: avere riconosciute le sue doti artistiche, certificare il suo legame col duca in qualità di suo professionista e dipendente e avere libertà di movimento, assicurata nei confini del ducato e fortemente raccomandata anche al di fuori di questi. Tali privilegi gli garantirono protezione, sostentamento finanziario e gli permisero di usare la patente sia come passaporto che come lettera di raccomandazione da usare per gli ingaggi, che poteva ora ottenere, potenzialmente, pressoché ovunque grazie alla maggiore mobilità.
La sicurezza di viaggi più semplici, assieme a tutti i vantaggi sopra detti, permise a Carestini di concentrarsi al massimo sulla propria carriera. Infatti, durante i tre anni al servizio del duca, partecipò a una ventina di produzioni, muovendosi in tutta l’Italia settentrionale e centrale e spingendosi anche a sud, fino a Napoli: fu prima a Reggio Emilia per un nuovo Siroe Re di Persia di Antonio Vivaldi, poi a Milano per Il Tamerlano di Antonio Giaij, mentre per il Carnevale 1727-1728 fu per la seconda volta a Roma, dove cantò al Teatro delle Dame (ex Alibert) nellIpermestra di Francesco Feo e nel Catone in Utica di Leonardo Vinci, opera con libretto di Metastasio in cui Carestini interpretò il personaggio di Cesare.
La rivalità con Bernacchi Dopo il secondo soggiorno romano apparve per il resto del 1728 e parte del 1729 a Napoli, dove nel Teatro S. Bartolomeo il primo maggio cantò nellAttalo Re di Bitinia di Johann Adolf Hasse nel ruolo principale, poi nel Clitarco o sia Il più fedel tra gli amici di Pietro Scarlatti e infine, durante il Carnevale, nel Flavio Anicio Olibrio musicato da Leonardo Vinci e, ancora, in un’opera di Hasse, L’Ulderica.
A Napoli fu anche protagonista di una contesa, con tanto di fazioni nobiliari, con il collega Antonio Bernacchi, pure impiegato nella città partenopea nello stesso periodo. Di questo fatto ne scrisse il conte Francesco Maria Zambeccari al fratello in una lettera del 2 marzo 1729:
In ogni caso Carestini, nonostante la “vittoria” sul rivale, non rimase a lungo a Napoli, poiché nel maggio partì per cantare a Venezia prima nella Sulpizia fedele di Antonio Pollarolo e poi nella Dorinda di Baldassarre Galuppi. Fu poi in agosto a Milano per La fortezza al cimento di Tomaso Albinoni, mentre per il Carnevale 1729-1730 per la terza volta a Roma.
La rivalità con Farinelli Nell’Urbe cantò in tre opere, tutte su libretto di Metastasio e tutte musicate da Leonardo Vinci: La contesa dei numi in cui era nei panni di Giove, Alessandro nell’Indie in cui era Poro e Artaserse in cui interpretava Arbace.
Artaserse fu l’ultimo libretto che Metastasio scrisse a Roma prima di stabilirsi come poeta cesareo a Vienna e aveva dunque per questo fatto una certa importanza. A musicarlo a distanza di pochissimo tempo proprio nella stessa stagione furono, appunto, Leonardo Vinci per rappresentarlo a Roma in prima assoluta al Teatro delle Dame e Johann Adolf Hasse, invece, per la prima assoluta al S. Giovanni Grisostomo di Venezia. Le due città e teatri rivali approfittarono delle circostanze per accrescere ulteriormente la loro competizione, assegnando lo stesso ruolo di Arbace ai due campioni vocali del momento: Carestini e Farinelli; l’uno per Roma e l’altro per Venezia. Come si è scritto, fra i due non correva buon sangue e lo testimonia lo stesso Farinelli in un paio di lettere. Una di queste si riferisce proprio allArtaserse e in particolare ad un’aria in esso contenuta che, divenuta cavallo di battaglia di Carestini, Farinelli non voleva cantare per non essere associato in nessun modo al rivale:
“Vo solcando un mar crudele” era proprio l’aria finale del primo atto dellArtaserse e, presente nel libretto originario, fu musicata solo da Vinci poiché Farinelli chiese che per lui fosse scritta appositamente una nuova aria (in sostituzione Hasse musicò “Parto qual pastorello”), in modo da «mantenere ben distinto il proprio profilo professionale e la propria identità di artista», come osserva Anzani. Se in quell’occasione Farinelli nella lettera era stato allusivo verso Carestini, in un’epistola dell’anno successivo si mostra invece molto più diretto, dato che il rivale pare avesse tentato di sabotare senza successo una sua esibizione a Milano, città d’adozione di Carestini, che ivi aveva numerosi contatti:
Questa alta competitività fra i due si sarebbe replicata pochi anni dopo a Londra, quando Carestini fu assunto da Georg Friedrich Händel per la propria compagnia d’opera e Farinelli per la rivale Opera of the Nobility.