Biografia Nacque a Prato l'8 sett. 1823 da Rosa Cipriani e Giovanni, di Gabriello Livi, un fornaio. Sposò Giuseppina Costantini dalla quale ebbe sei figli, tra quali Ridolfo, antropologo, e Giovanni, storico.

La formazione e l'esperienza politica Nonostante le umili origini, ricevette un’ottima istruzione frequentando il prestigioso Collego Cicognini di Prato e seguendo le lezioni di Atto Vannucci e Giuseppe Arcangeli, grandi patrioti. Frequentò anche il seminario arcivescovile di Prato di Mons. Giovanni Pierallini, per 4 anni. Si iscrisse alla facoltà di medicina dell'Università di Pisa. Nel 1848, giunto all'ultimo anno di Medicina, allo scoppio dei moti antecedenti alla Prima guerra d'indipendenza, si dedicò agli ideali patriottici e fu tra i primi studenti ad arruolarsi nel Battaglione universitario toscano, prendendo anche parte alla battaglia di Curtatone e Montanara. Fallito il tentativo, tornò a Pisa, dove si laureò, per poi recarsi a Firenze, per specializzarsi in psichiatria presso l'Istituto di studi superiori e di perfezionamento di Firenze, compiendo il tirocinio pratico presso Maurizio Bufalini.

L’esperienza politica Nato in un contesto occupato dalle questioni politiche che stavano per scuotere la Toscana e l’Italia, documentò il tutto tramite quaderni (nominati “Zibaldone” o “Sunti di lettura”), per contribuire alla comprensione di fenomeni che caratterizzarono il Risorgimento. Tali documenti iniziano intorno al 1844, poco prima del biennio rivoluzionario fino alla sconfitta nel campo di battaglia di Curtatone e Montanara del 29 maggio 1848. Fu variamente definito come neoguelfo, moderato, patriota e a volte anche fondatore della Giovine Italia nella città di Prato, dove frequentò numerosi salotti fino alla vigilia della guerra del ’48, confrontandosi con opinioni diverse circa il bene comune della patria e poter imparare dalla generazione di patrioti precedente, derivate dall’influenza Mazziniana degli anni ’30.

L'ambiente moderato della cittadina universitaria condizionò il suo pensiero politico, influenzato anche dalla ritrosia verso il clero intransigente e moralmente corrotto, soprattutto riguardo l’educazione scolastica, per la quale Livi si soffermò sulle proteste degli scolari e alla petizione per impedire che a Pisa fosse istituito un collegio per l’educazione femminile gestito dalle suore.

Gli incarichi e le opere principali Nel 1855, iniziata la professione, durante il colera, fu invitato a lavorare presso Barberino di Mugello, da cui ricavò un importante studio del contesto colerico ne Il cholera in Barberino di Mugello. Nel 1858 fu nominato direttore dell'ospedale psichiatrico di San Niccolò di Siena dalla Confraternita dei disciplinati di Siena e professore di medicina legale e d’igiene all'Università di Siena, mentre nel 1873 accettò la direzione del grande ospedale psichiatrico S. Lazzaro di Reggio Emilia, che organizzò come centro scientifico per gli studi di psichiatria.

Nel 1875 fondò la Rivista sperimentale di freniatria e di medicina legale, insieme ai suoi allievi Enrico Morselli e Augusto Tamburini, così da conferire alla psichiatria un prestigio che avrebbe potuto raggiungere grazie alla collaborazione con le discipline giuridiche e antropologiche.

Lo studio sulla Freniatria All’epoca in cui Livi cominciò il suo percorso formativo aveva adottato, indirizzato da Puccinotti e Bufalini, i principi di un metodo scientifico che lo avrebbe guidato anche nell'affrontare i problemi sociali e nella salda difesa delle scienze mediche dal riduzionismo materialistico. Il fine del medico doveva, quindi, essere la ricerca di un punto d’incontro tra lo studio della materia, il culto dell’idea e dell’arte. Studio e sperimentalismo avevano lo scopo di verificare l’ipotesi che secondo Livi "è uno strumento, è una chiave per raggiungere la verità, non è la verità: è un mezzo che può mutarsi quando non fa buona buona prova, non è il fine che sta immutabile eterno ad aspettare chi lo raggiunga".

Livi pose la sua attenzione sui sintomi della malattia e sui fenomeni fisici e psichici che essa mostrava, teorizzando il fatto che la necessità dello psichiatra era quella di studiare l’uomo fisico e morale insieme. Livi nella sua intera vita pubblicò soltanto uno scritto di anatomia patologica "Anatomia Patologica della paralisi progressiva”, in cui propose una classificazione delle malattie mentali distinguendo quattro facoltà dell’anima: sensitiva o percettiva, affettiva, conoscitiva e volitiva, ossia il libero arbitrio, e teorizzò che la pazzia fosse sempre causata dalla lesione di una sola o più di esse.

Nel primo caso si aveva la monomania, o monofrenia, nel secondo le polifrenie, forme complesse, che potevano essere di tipo maniacale, ossia le iperfrenie, o di tipo demenziale, le afrenie. In posizione intermedia si collocava la lipemania, causata da esaltamento di un affetto, ma che tendeva anche all’annullamento. Livi scelse di usare la radice greca fren al posto di psiche per sottolineare la natura patologica della malattia mentale e ricavare da questa la parola “frenopatia”, da cui derivano le parole monofrenie, polifrenie, iperfrenie, afrenie.

La Società Italiana di Freniatria La carriera di Livi come psichiatra presso il manicomio San Niccolò di Siena iniziò nel 1862 e terminò nel 1873. Dopo la sua elezione alla direzione medica cominciò a stringere rapporti personali con altri alienisti tra cui Andrea Verga e Biagio Miraglia. La proposta di Livi di affermare un giornale di psichiatria non era nuova, infatti lo stesso Verga nella prefazione all’Appendice psichiatrica affermava che la rivista avrebbe dovuto essere un mezzo di avvicinamento tra gli alienisti sparsi per l’Italia.

Il Congresso degli Scienziati Italiani del 1862 vide il debutto di Livi all’interno della comunità degli alienisti e il concretizzarsi di alcuni pensieri comuni. Nel 1864 Verga e Castiglioni fondarono il periodico indipendente “Archivio Italiano per le malattie nervose” e la collaborazione di Livi a questo si concretizzò nello scritto “Frenologia Forense”, che apparve sul periodico dal 1864 al 1868. Lo scopo del giornale era quello di diffondere la psichiatria all’interno delle facoltà mediche. Alla creazione della Società Italiana di Freniatria si sarebbe arrivati solo nel 1873.

Istituto senese San Niccolò Durante gli anni di direzione al San Niccolò di Siena, Livi apportò significative novità con lo scopo di renderlo un luogo di eccellenza per la cura morale e per le malattie nervose. Come prima cosa Livi stilò una lista con le varie modifiche da apportare: in primis si trovava la separazione assoluta dei sessi all’interno dell’istituto. Ovviamente la separazione riguardava anche i vari tipi di malattie e i diversi tipi di trattamenti ed esigenze. Vennero costruiti, quindi, dei padiglioni separati con al centro i locali destinati alla cucina, uffici, lavanderia e cappella ai cui lati si estendevano i due compartimenti maschile e femminile, la cosiddetta struttura “a ventaglio”. La figura del medico sempre presente poteva essere garantita dall’abitazione all’interno dell’istituto. Livi inoltre propose anche la creazione di una colonia a poca distanza dal manicomio, in cui poter inviare i malati a svolgere i lavori campestri accompagnati da un cuoco e un sorvegliante. Per la cura morale erano poi necessari sale di ricreazione, di visita e scuole. Livi organizzò il San Niccolò come un villaggio articolato in padiglioni destinati allo svolgimento di vari lavori: cucitura e rammendo, falegnameria, lavanderia, lavori agricoli che servivano, oltre allo scopo terapeutico, anche a rendere l'Istituto autonomo dalle risorse finanziarie della Compagnia. L’istituto non avrebbe dovuto accogliere solo malati poveri, ma anche pazienti agiati. L’unico compromesso che Livi dovette accettare fu quello di mantenere la posizione all’interno delle mura cittadine. La costruzione si sarebbe dovuta compiere man mano, con un prestito, ma i termini fissati dal direttore non vennero rispettati. Il progetto fu iniziato dall’architetto Rossi, ma non vide una fine e dopo poco Rossi morì. Nel 1866 fece visita al San Niccolò l’architetto Azzurri con il quale Livi progettò un edificio che rispondesse ai dettami scientifici vigenti. Nel 1870 si dette avvio ai lavori, ma per problemi economici si arrestarono nuovamente. Si propose al comune il modo di ottenere un prestito dal Monte dei Paschi di Siena, quindi in un certo senso i lavori del manicomio erano stati avviati.

Metodi di cura Mentre per le modifiche strutturali dell’istituto San Niccolò Livi dovette aspettare diversi anni, invece i cambiamenti relativi alla cura del paziente furono subito messi in atto. La cura della follia richiedeva due parti: la cura somatica e la cura morale e igienica combinate tra di loro per ristabilire un equilibrio psico-fisico. Molto importante era dunque conoscere la storia di un paziente, il suo vissuto per capire da dove potesse derivare la pazzia, analizzando anche l’ambiente sociale nel quale viveva. Livi insistette sulla necessità della “modula” informativa, un documento compilato da un medico, che accompagnava il paziente all’ingresso e avrebbe dovuto indagare sulle cause fisiche e morali della malattia e la possibile ereditarietà.

Livi non credeva né in un trattamento puramente fisico né in quello totalmente psicologico. Il metodo di cura fisico più efficace era quello della revulsione insistente dell’organo che è sede della condizione morbosa, necessaria a provocare uno stato infiammatorio che stimolasse il corpo ad espellere il morbo. Le cartelle cliniche testimoniano l’uso di salassi, sanguisughe, emetici e purgativi. Altri importanti elementi di cura fisica erano i bagni freddi per calmare l’agitazione, tiepidi e prolungati per riattivare la circolazione sanguigna periferica. La cura con il bromuro apparve nelle pagine dell’Archivio Italiano nel 1864 e fu usato come anticonvulsivo, grazie alle proprietà di inibizione del sistema nervoso motorio e sui nervi spinali. Più tardi nel 1869 si diffuse l’uso del cloralio, un sedativo migliore della morfina.

La cura morale fu ampiamente usata all’interno del San Niccolò e secondo Livi richiedeva una grande capacità da parte del medico. Molto importante per Livi era anche il concetto di disciplina sia per i malati che per il personale, che era imposta anche attraverso il lavoro visto come una vera e propria terapia per eliminare l'inattività e per inculcare nei pazienti il senso del dovere e lo spirito di comunità. Al San Niccolò oltre alla cura del lavoro, si svolgevano attività ricreative e anche feste volte a rompere l’isolamento del manicomio rispetto alla città, si usciva e si godeva dei permessi domiciliari e degli incontri con le famiglie che potevano essere accolti o meno dal medico. Si puntava dunque sulla guarigione sociale.

La morte e il ricordo a Prato e Reggio Emilia Il 4 Giugno 1877 a Livorno, dove si era recato in veste di perito a un processo, fu colpito da ictus e morì. Data la sua influenza sia in campo medico sia in politica, gli furono dedicati postumi il liceo scientifico e linguistico di Prato e la biblioteca scientifica dell'ex-ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia.

Medicina sociale