Le tombe dei glossatori della Scuola bolognese conservano le spoglie di alcuni fra i primi e più importanti professori di quello che nel Medioevo veniva chiamato lo studium, cioè l'Università, che a Bologna era rinomato soprattutto per l'insegnamento della Giurisprudenza: erano detti glossatori perché commentavano i testi di diritto romano con aggiunte esplicative a margine, le «glosse», per rendere più chiari i contenuti dei passi in esame. Queste nuove figure professionali, cardini della vita politica e culturale cittadina, scelsero di essere seppellite in luoghi di grande visibilità urbanistica.
Non è possibile ricostruire esattamente il contesto cimiteriale su cui le tombe sorgevano; la loro presenza isolata non corrisponde alla condizione in cui si trovavano in passato. È noto che sul sagrato della basilica di San Domenico si trovavano anche i resti di altri importantissimi maestri, tra cui Salatiele di Martino di Papa (1280), Federico della Scala, Pietro Capretto de' Lambertini (1292), Guido Monadi (1293), Dino del Mugello (1298), Tommasino di Guido Ubaldini (1295); presso la Basilica di san Francesco sono attestate, a partire già dal 1261, offerte relative al cimitero, per monumenti esterni, prima ancora dell'ultimazione dei lavori della chiesa: Lambertino Ramponi (1269), Giovanni da Varignana (1274), Giovanni Pavanesi (1278). Dei monumenti di questi personaggi oggi non è rimasta alcuna traccia se non documentaria. Dai sepoltuari della chiesa e dagli altri documenti non emergono in modo omogeneo indicazioni relative alla natura di queste tombe, alla loro collocazione e al loro orientamento, perché la modalità di compilazione dei documenti non è molto rigorosa. In ogni caso, il cimitero doveva essere posto sul retro della chiesa, ovvero in piazza Malpighi, come tradizione delle chiese gotiche; in tale posizione si trovano ancora oggi le due arche superstiti.
I cinque mausolei che oggi si possono ancora vedere sorgono in due luoghi di Bologna: piazza Malpighi, adiacente a Piazza San Francesco, e piazza San Domenico, e sono tutti ascrivibili alla seconda metà del XIII secolo. Sono costituiti, con poche variazioni, da un'edicola sormontata da una piramide, che poggia su un numero variabile di colonnine di marmo, erette su un piedistallo o su un altro ordine di pilastrini, secondo una struttura definita "free standing tomb" quanto alla collocazione nello spazio; "a baldacchino" quanto alla copertura. All'interno dell'edicola è posta un'arca di marmo, leggermente rialzata su bassi sostegni.
Tutti e cinque i mausolei sono stati soggetti a interpolazioni successive, distruzioni, rifacimenti e anche a parziale ricostruzione. Dal punto di vista tipologico, si tratta di monumenti sepolcrali piuttosto peculiari perché la loro forma è estremamente specifica e non trova riscontro puntuale in quasi nessun altro caso italiano.
Alfonso Rubbiani, l'architetto bolognese cui la Deputazione di Storia Patria per le province di Romagna aveva affidato, nel 1886, il restauro dei tre mausolei di San Francesco in vista dei festeggiamenti per l'ottavo centenario dell'Università di Bologna, in una delle sue relazioni racconta che, «mentre la Commissione permanente di Belle Arti aveva approvato il progetto per la ricostruzione delle tre tombe, il signor Ministro dell'Istruzione notificava con suo dispaccio da Roma di rinunziare al proposito di eseguirlo, non essendosi potuto ottenere che il Ministro del Tesoro si assumesse la spesa occorrente [...]». Fu l'opera di interessamento della regina Margherita di Savoia, che «graziosamente soggiunse che ritornando in Roma se ne sarebbe occupata personalmente», a permettere di avviare i lavori.A. Rubbiani, 1890, pp. 159-150
Tomba di Odofredo Denari
La prima tomba di cui si ha notizia è quella di Odofredo Denari, situata presso San Francesco, fatta costruire attorno al 1265.
Nel 1497 e nel 1574 vennero portati a termine i primi restauri ad opera di due discendenti, Lorenzo Odofredi e Girolamo del fu Lorenzo Odofredi. Il primo aveva rinnovato il monumento, facendo costruire un plinto di mattoni entro il peristilio inferiore, all'interno del quale aveva fatto murare le sponde maggiori dell'arca originaria – i cui frammenti vennero utilizzati nel restauro ottocentesco – , e aveva fatto sistemare il cappello a piramide. Si sa, comunque, che fino al 1713, anno della costruzione della cappella Malvezzi Lombardi in San Francesco ad opera dell'architetto Alfonso Torreggiani, le ceneri di Odofredo si trovavano ancora nella tomba.
La cappella, aggettante rispetto alla chiesa, finì per inglobare anche il monumento. Rubbiani ci informa che Gandolfi, lontano discendente del legista, «con soverchia compiacenza lasciò diroccare quasi tutto il mausoleo di Odofredo perché l'immoderata ambizione di spaziosità del Torreggiani fosse pagaA. Rubbiani, 1890, pp. 132-133». Per la sua opera di ripristino, Rubbiani si servì delle testimonianze antiquarie rese da alcuni eruditi nelle loro opere: i disegni dell'Oretti, le incisioni del libro di Sarti e quelle cinquecentesche di Rybisch e del Fendt, di cui peraltro egli stesso ammette: «Molto vi è fatto di memoria, per poca precisione degli schizzi presi dal vero; quindi come documenti per un ristauro essi non hanno che un valore indicativoA. Rubbiani, 1890, p. 132».
Rispetto allo stato attuale del monumento, sappiamo che, al posto dello zoccolo di mattoni che si vede oggi, la base era costituita da un peristilio di colonne, di cui solo tre sono arrivate indenni al XIX secolo, mentre per la parte superiore originali sono quattro colonnine della loggetta. I rilievi di Rubbiani ci informano che la pianta, di forma rettangolare, doveva misurare 3.50 metri × 2.50 circa, e che raggiungeva un'altezza approssimativa di 11 metri; la piramide sola doveva misurarne 4.
Le colonne sono di «marmo bianco di cava greca; e i capitelli a tronchi di piramide ornati di foglie di palmizio, come se ne riscontrano in San Vitale di Ravenna, hanno sentimento bizantino e ricordo d'Oriente […] Colonnette e capitelli della piccola loggia sono in pietra d'Istria meno le quattro angolari, più robuste, in marmo grecoA. Rubbiani, 1890, p. 140; Viscione 2024, pp. 584-585.»; nelle quattro facce dei capitelli, risalenti probabilmente all'VIII secolo come le colonne (forse resti di un ciborio), era inciso lo stemma di Odofredo, raffigurante tre piccole aquile, abrase nel periodo delle Repubblica Cisalpina come avvenne a tanti esempi di araldica nello stesso periodo; la descrizione procede con le misure delle lastre di macigno del piano superiore (0.19 metri). Gli archetti sono riconosciuti come elementi dell'intervento del 1497, nel quale era stata ripristinata anche la piramide.
Le spalle del sarcofago sono verosimilmente dei plutei opistografi importati dall'Oriente col tramite di Venezia, in quegli anni un eccenzionale emporio di antichità orientali.
L'interno doveva essere stato intonacato e dipinto o rivestito in mattoni vetrati, come appariva nei monumenti di Rolandino de' Passaggeri e di Egidio Foscherari. Per gli interni del monumento di Odofredo e di Accursio, Rubbiani proponeva di «riprodurre il tipo a mattoni vetrati, verdi, azzurri, gialli e bianchi, secondo la gamma posseduta dalle nostre fornaci nel XIII secoloF. Bocchi, 1995, p. 78».
Nel corso dei lavori del 1888, l'architetto Rubbiani offrì resoconti dettagliati all'adunanza della Deputazione di Storia Patria per la Romagna, in cui specificò i passi del percorso e le sue difficoltà. Al termine del restauro si erano isolate «le sole tre belle colonne di marmo greco», si erano rafforzati «con traverse di ferro gli architravi di marmo», «disposti in modo più intelligibile gli avanzi dell'antica arca» , murate le lapidi trovate (quelle relative ai due interventi rinascimentali e quelle del Settecento) «nel muro che fa fondo agli avanzi della tombaA. Rubbiani, 1890, pp. 154-155.». I resti di uno scheletro, trovato in una piccola arca sotto «gli avanzi del monumento» e analizzati dall'«egregio» Dottor Giulio Melotti (che ne confermò l'appartenenza indicativa al periodo odofrediano), furono chiusi in una cassa di quercia con iscrizione di piombo; infine, e il monumento fu circondato da una cancellata di ferro a protezione.
Tomba di Rolandino dei Romanzi
Il secondo monumento in ordine di tempo ad esserci pervenuto (1285) è quello di Rolandino de' Romanzi.
«Fino al 1803 – la sua arca – reggevasi ancora, cadente, sgretolata ma senza danno di mutilazioni. Nicchiata dietro il portico della Seliciata, lanciava ancora la sua guglia più in alto del tetto di esso, e lì accanto era la pesa pubblica del fienoA. Rubbiani, 1890, p. 135».
Nel 1769 l'arca era già nascosta da un muro, eretto forse per rafforzare la struttura barcollante o per impedire che «in quell'angolo deserto e buio la tomba di Rolandino de' Romanzi giovasse ai malfattori per agguati notturni»; il Sarti, nel medesimo anno, la descriveva in questo modo:
«Obiit Rolandinus Bononiae anno MCCLXXXIV, III idus Septembris, ornatus ipse quoque magnifico et splendido sepulcro, quod Guidestus filius erigendum curavit […] Ejus iconographiam damus. Ac moles ipsa sepulcri satis integra adhuc superest, undequaque cospicua […]M. Sarti, 1888-1896, p. 182»
Il modello tombale esplicitato nel testamento del giurista specificava di far riferimento alla tomba di Odofredo: «et faciendo scripneum arche predicte de marmore altitudinis et magnitudinis in omni quadra prout est scripneum dicte arche dicti domini Odofredi…citato in A. Rubbiani, 1890, pp. 144-145»; ma, nonostante la sostanziale aderenza all'esempio della tomba precedente, sono stati riscontrati nel monumento più recente elementi di grande pregio dal punto di vista stilistico, che, in alcuni casi, rappresentano un'evoluzione verso forme gotiche.
Nelle pagine che Bruno Breveglieri dedica alla scrittura a Bologna nel Duecento, le iscrizioni del monumento di Rolandino sono citate come esempi di pregio nell'esito dell'elaborazione della maiuscola gotica, «con l'adozione di un sistema completamente bilineare, senza più giochi di lettere di altezza variabile, incluse o sovrapposte [...] una scrittura molto tipizzata, di ariosa impaginazione, con sottili, leziosi filetti di coronamento dei tratti e una particolare forma della I. Una vera moda grafica, di successo sia nelle scritture esposte di committenza pubblica [...] sia in epigrafi assolutamente privateB. Breveglieri, 2000, pp. 65-67». Nuova è anche la presenza dei quattro leoni stilofori, uno dei quali sostituito nell'Ottocento in una prima approssimativa sistemazione, ed estremamente più articolati sono i capitelli e la decorazione della cornice di marmo, che, rispetto alla semplicità assoluta del modello, presentano motivi vegetali piuttosto elaborati; o meglio, nelle parole del restauratore, «l'artista ha poetizzato tutto un tralcio serpeggiante di una cucurbitacea nostranaA. Rubbiani, 1890, p.142».
I maestri che lavorarono al monumento, Alberto di Guidobono e Albertino di Enrico, ingaggiati dal figlio di Rolandino, Guidesto, alla morte del padre, avvenuta nel 1284, mostrarono, in effetti, di voler superare l'arca di Odofredo, proponendo «melius intaglatum et alio intaglocitato in A. Rubbiani, 1890, pp. 143-146». Il contratto, stipulato tra il discendente e gli artisti di fronte al notaio «Tomaxio quondam Ursolini», ci è pervenuto, e offre informazioni preziose rispetto all'uso dei marmi veronesi, sia bianchi che vermigli, al loro pagamento (255 lire di bolognini solo per il materiale), ad alcune decorazioni (croce, acroterii, cornice, leoni, scudo di marmo con incisione) e misure (ceppo di 9 piedi e mezzo per lato e altezza di 10 piedi) che hanno facilitato il compito di Rubbiani. Per l'interno della piramide il restauratore aveva preferito la tecnica a intonaco e pittura, considerando questa semplificazione più tardiva e perciò più consona al monumento.