Deputato quasi ininterrottamente dal 1953 al 1996, europarlamentare dal 1989 al 1992 e dal 1999 al 2004, fu nominato senatore a vita nel 2005 da Carlo Azeglio Ciampi. Fu presidente della Camera nell'XI legislatura (1992-1994), quando succedette a Oscar Luigi Scalfaro eletto al Quirinale, e ministro dell'interno nel governo Prodi I (1996-1998).
Primo ex membro del Partito Comunista Italiano a rivestire la carica di capo dello Stato italiano, il 20 aprile 2013, per la prima volta nella storia repubblicana, fu eletto per un secondo mandato, divenendo così il presidente eletto in età più avanzata (87 anni) e, fino alle dimissioni, il più anziano capo di Stato d'Europa.Nei mesi successivi alla fine del mandato, la regina Elisabetta II del Regno Unito, nata nel 1926, ha superato il primato.
Come Capo dello Stato ha conferito l'incarico a cinque presidenti del Consiglio dei ministri: Romano Prodi (2006-2008), Silvio Berlusconi (2008-2011), Mario Monti (2011-2013), Enrico Letta (2013-2014) e Matteo Renzi (2014-2016); ha nominato cinque giudici della Corte costituzionale (Paolo Grossi nel 2009, Marta Cartabia nel 2011, Giuliano Amato nel 2013, Daria de Pretis e Nicolò Zanon nel 2014) e cinque senatori a vita (Mario Monti il 9 novembre 2011, Renzo Piano, Carlo Rubbia, Elena Cattaneo e Claudio Abbado il 30 agosto 2013).
Biografia Giovinezza e militanza nel Partito Comunista Italiano Nacque a Napoli da Giovanni (1883-1955), avvocato liberale, poeta e saggista, originario di Gallo di Comiziano, e da Carolina Bobbio, figlia di nobili napoletani di origine piemontese.Luigi Simonetti. Giovanni Napolitano (1883-1955), poeta e saggista. In: Cumignano e Gallo. Alle origini del comune di Comiziano. A cura di Carlo Ebanista. Cimitile, Tavolario Edizioni, 2012, pp. 183-198. Dal 1938 al 1941 studia al liceo classico Umberto I di Napoli, dove frequenta quarta e quinta ginnasio per poi saltare alla seconda liceo (erano gli anni della guerra). Nel dicembre successivo si trasferisce con la famiglia a Padova, e lì si diploma presso il liceo classico Tito Livio. Nel 1942 si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell'Università Federico II di Napoli.
Durante quegli anni entra a far parte del Gruppo Universitario Fascista di Napoli, collaborando con il settimanale IX Maggio dove tiene una rubrica di critica teatrale. Nel settimanale Napolitano respira un ambiente di forte vivacità e libertà intellettuale, e nel gruppo che si crea attorno ad esso incontra molti tra gli amici che di lì a poco diverranno quadri e dirigenti del PCI napoletano, tra i quali Massimo Caprara. Il giovane Napolitano, appassionato di letteratura e teatro (un interesse coltivato tra i banchi del liceo classico Umberto I di Napoli, con amici come Francesco Rosi, Giuseppe Patroni Griffi, Antonio Ghirelli, Raffaele La Capria, Luigi Compagnone), debutta anche come attore in un paio di piccole parti nella compagnia del GUF al Teatro degli Illusi presso Palazzo Nobile.
Nel 1944 entra in contatto con il gruppo di comunisti napoletani come Mario Palermo, e italo-tunisini come Maurizio Valenzi, che prepararono l'arrivo a Napoli di Palmiro Togliatti. L'anno dopo Napolitano aderisce al Partito Comunista Italiano, di cui è segretario federale a Napoli e Caserta. Due anni dopo, nel 1947, si laurea in giurisprudenza con una tesi di economia politica dal titolo: Il mancato sviluppo industriale del Mezzogiorno dopo l'Unità e la legge speciale per Napoli del 1904.
Eletto deputato nel 1953 – e successivamente sempre riconfermato (tranne che nella IV legislatura) nella circoscrizione di Napoli, fino al 1996 –, diviene responsabile della commissione meridionale del Comitato centrale del PCI, di cui era diventato membro a partire dall'VIII Congresso (1956), grazie all'appoggio che Togliatti aveva dato in quel periodo, a lui e ad altri giovani, nell'ottica della creazione di una nuova e più eterogenea dirigenza centrale.
In quell'anno, tra ottobre e novembre, si consuma da parte dell'Unione Sovietica la repressione dei moti ungheresi, che la dirigenza del PCI condannerà come controrivoluzionari (l'Unità arriva persino a definire gli operai insorti «teppisti» e «spregevoli provocatori»). Circa un mese dopo gli eventi della Rivoluzione ungherese del 1956, nel corso dell'VIII Congresso del PCI tenutosi a Roma dall'8 al 14 dicembre 1956, anche Napolitano, in sintonia con la linea dettata dal segretario del PCI Palmiro Togliatti, elogia l'intervento sovietico criticando le posizioni del compagno di partito Antonio Giolitti, dichiarando:
«Il compagno Giolitti […] poi ci ha detto che l'intervento sovietico poteva giustificarsi solo in funzione della politica dei blocchi contrapposti, quasi lasciandoci intendere […] che l'intervento sovietico si giustifica solo dal punto di vista delle esigenze militari e strategiche dell'Unione Sovietica; senza vedere come nel quadro della aggravata situazione internazionale, del pericolo del ritorno alla guerra fredda non solo ma dello scatenarsi di una guerra calda, l'intervento sovietico in Ungheria, evitando che nel cuore dell'Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all'Urss di intervenire con decisione e con forza per fermare l'aggressione imperialista nel Medio Oriente, abbia contribuito, oltre che ad impedire che l'Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, abbia contribuito in misura decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell'Urss ma a salvare la pace nel mondo».La citazione è estratta dagli Atti dell'VIII Congresso del PCI e si trova, ad es. in F. Froio, Il PCI nell'anno dell'Ungheria, L'Espresso, Roma 1980, p. 87; MicroMega, 9 (2006), p. 116; V. Meliadò, Il fallimento dei "101". Il PCI, l'Ungheria e gli intellettuali italiani, Liberal edizioni, Roma 2006, pp. 96-97, ed è disponibile su Wikiquote.
In effetti, rispetto a coloro che, in quel periodo, affermano che quella d'Ungheria è da considerare una legittima rivoluzione e che nel comunismo si devono sviluppare le prospettive di un'apertura democratica,La CGIL e vari intellettuali che, come in Francia, consumarono uno strappo notevole con il partito comunista, fino ad abbandonarlo come Calvino e vari esponenti del Manifesto dei 101. il travaglio di Napolitano rimane – come ammesso poi nella sua autobiografia politica Dal PCI al socialismo europeo – a livello di «grave tormento autocritico» riguardo a quella posizione. Successivamente illustra il proprio percorso politico – che seguiva la linea di Giorgio Amendola, il quale avrebbe contribuito alla prima evoluzione del partito,dalla concezione del ruolo del Partito comunista come «inseparabile dalle sorti del campo socialista guidato dall'URSS», contrapposto al fronte "imperialista", fino alla «via italiana al socialismo» con cui l'VIII Congresso del PCI propugnò una via democratica e nazionale di cui Napolitano si considererà sempre un allievo –, dichiarando che «la mia storia» non è «rimasta eguale al punto di partenza, ma» è «passata attraverso decisive evoluzioni della realtà internazionale e nazionale e attraverso personali, profonde, dichiarate revisioni».
Matrimonio Sposato dal 1959 con Clio Maria Bittoni con rito civile al Campidoglio, ha avuto due figli, Giovanni (nato nel 1961) e Giulio (nato nel 1969). Incarichi nel partito
Tra il 1960 e il 1962 è responsabile della sezione lavoro di massa. Successivamente, dal 1963 al 1966 è segretario della federazione comunista di Napoli.
Nel confronto interno seguito alla morte di Palmiro Togliatti nel 1964, Napolitano è uno degli esponenti moderati di maggior peso, parte della corrente del partito più attenta al Partito Socialista Italiano (che, rompendo il cosiddetto "fronte popolare", entrerà al governo con la Democrazia Cristiana) in contrapposizione a quella più legata al clima di ribellione precedente il Sessantotto.
Dopo essere entrato, a partire dal X Congresso, nella direzione nazionale del partito, dal 1966 al 1969 diviene coordinatore dell'ufficio di segreteria e dell'ufficio politico del PCI. Nel 1966 riveste l'incarico non ufficiale di vicesegretario di fatto del partito con Luigi Longo, finché due anni più tardi l'incarico sarà affidato a Enrico Berlinguer.
Tra il 1969 e il 1975, si occupa principalmente dei problemi della vita culturale del Paese, come responsabile della politica culturale dei comunisti italiani; il suo libro Intervista sul PCI con Eric Hobsbawm ha un certo successo, con traduzioni in oltre dieci paesi. Nel periodo della "solidarietà nazionale" (1976-79) è portavoce del partito nei rapporti con il governo Andreotti, sui temi dell'economia e del sindacato.
Negli anni 1970 svolge attività all'estero, tenendo conferenze negli istituti di politica internazionale nel Regno Unito, nella Germania Ovest – dove contribuisce al confronto con la socialdemocrazia europea, in special modo con l'Ostpolitik di Willy Brandt – e, cosa all'epoca inusuale per un politico italiano, nelle università statunitensi: nel 1978 fu il primo dirigente del Partito Comunista Italiano a ricevere un visto per recarsi negli Stati Uniti d'America, dove terrà conferenze e importanti incontri ad Aspen, Colorado, e all'Università di Harvard; l'invito ufficiale, nella sua veste politica, venne soltanto una decina di anni dopo, anche grazie all'interessamento di Giulio Andreotti, e diede luogo anche a un nuovo ciclo di conferenze presso le più prestigiose università statunitensi (Harvard, Yale, Chicago, Berkeley, Johns Hopkins-SAIS e CSIS di Washington).
Nel febbraio 1974, pochi giorni prima dell'espulsione di Aleksandr Solzenicyn dall'URSS, Napolitano è autore di una nota riservata del PCI che attaccava lo scrittore in quanto avrebbe danneggiato lo Stato sovietico e la distensione, ma al contempo invitava il PCUS a tollerarlo poiché la repressione sarebbe stata un aiuto ai nemici dello Stato sovietico. A espulsione avvenuta tuttavia scrive su l'Unità, e poi su Rinascita, un articolo in cui rifiuta qualsiasi dialogo con il dissidente deluso dal socialismo reale, definendo "aberranti" i giudizi politici espressi da Solzenicyn e mantenendo un giudizio ambiguo sulla decisione del Cremlino di esiliarlo.
Dal 1976 al 1979 diviene responsabile della politica economica del partito.
Transizione verso la socialdemocrazia europea Napolitano è stato uno degli esponenti storici della corrente della "destra" del PCI, nata verso la fine degli anni 1960 e ispirata ai valori del socialismo democratico, nel solco della tradizione segnata da Giorgio Amendola. Negli anni di maggior scontro interno la corrente di Napolitano viene detta dagli avversari "migliorista", nome coniato anche con una certa accezione dispregiativa facendo riferimento a un'azione politica che servisse a migliorare le condizioni di vita della classe lavoratrice senza però rivoluzionare strutturalmente il capitalismo.
Da Amendola eredita l'orientamento riformista di leader dell'ala moderata del PCI, proseguendo nella battaglia per far crescere l'europeismo del PCI fino a candidare al Parlamento europeo Altiero Spinelli; riuscì tuttavia a distanziarsi ulteriormente dall'Unione Sovietica condannando l'invasione dell'Afghanistan (giustificata, invece, da Amendola). La sua ferma critica all'URSS fu da allora accettata dalla maggioranza del partito.