Per parlare di storia della critica letteraria bisogna intendere o fondare un canone letterario di riferimento che assumendo valore lo distribuisce. L'amore di Dante per Virgilio, unito alla sua riflessione sulla lingua, principalmente svolta nel De vulgari eloquentia, sono il centro di quel distacco problematico dalla latinità e del nuovo giudizio critico. Quando Dante tesse le lodi degli 11 poeti invita il lettore a frequentarne direttamente i testi (II, VI 7), ponendo attenzione a questi più che ai loro autori, cercando di rendere stabile una legislazione poetica verso una "suprema contructio" che sembra alludere a una tecnica (e a una dignità orgogliosa da "miglior fabbri") speciale, la cui conoscenza è motivo di studiocfr. l'ed. di Pier Vincenzo Mengaldo, in Opere minori, Ricciardi, Milano-Napoli 1979, vol. II..
La parola latina più vicina a quella di "critico" è "censor", usata da Orazio e Ovidio, ma anche "iudex litteratus", locuzione apparsa in Vitruvio e meno noto "criticus", termine apparso in Cicerone. Anche Petrarca usò il termine di "iudex" da opporre a quello di "conditor" o autoreMichele Feo, Petrarca e Boccaccio: critica e filologia, in E. Malato, cit., pp. 103-129, in part. p. 104, ma più che all'analisi metodica di opere altrui, era interessato alla precettistica e a difendere la metrica come norma e misura che mentre frena i sentimenti dell'autore li agevola attraverso il ritmo, lo stesso ritmo che poi muoverà il lettore alla dolcezza musicale.
La "pre-critica" Tradizione latina a parte, le prime attenzioni ai testi italiani da parte di altri testi italiani nascono contemporaneamente allo sviluppo del volgare, quando, per esempio Boccaccio legge Dante o i figli del grande poeta, Jacopo e Pietro, ne diffondono la Commedia commentata. D'altra parte, anche il De vulgari eloquentia o l'Epistola a Cangrande, sebbene in latino, s'occupano criticamente (ovverosia a livello di interpretazione) di letteratura italiana.
Anche Petrarca mostrerà subito attenzione filologica (se non si ammette che la stessa "imitazione" ne è in qualche modo una lettura critica), specialmente a Firenze, con gli studi di Cristoforo Landino o il Comento de' miei sonetti di Lorenzo de' Medici.
Nel XV secolo, umanisti quali Lorenzo Valla, Domizio Calderini o Giovanni Pontano, tra gli altri, si ponevano interrogativi circa vincoli e usi della poesia, soprattutto in chiave "pedagogica" (sebbene anche la pedagogia, intesa come scienza moderna dovesse ancora arrivare). Un grande professore (e poeta) come Angelo Poliziano deve essere a sua volta considerato un interprete e un critico (lo testimoniano i suoi Miscellanea). E con lui i vari Marsilio Ficino, Pico della Mirandola o appena dopo Gian Giorgio Trissino (che traduce in italiano il De vulgari eloquentia di Dante).
Il Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua di Niccolò Machiavelli, sebbene circolasse (fino all'edizione del 1730) in forma manoscritta, e altre opere di Muratori o Gravina (e più tardi di Cesarotti) facevano della questione della lingua una forma di critica, o almeno di ricerca del metodo da applicare alla lettura di opere letterarie.
Di generi letterari si occupò anche Pietro Bembo (con le Prose della volgar lingua del 1525) e un poco tutti gli eruditi del XVI secolo che dibattevano intorno alla Poetica di Aristotele e alle idee di Platone (in qualche modo si possono prendere ad esempio di una rispettiva preferenza Ludovico Castelvetro e Iacopo Mazzoni).
Anche le polemiche sul Pastor fido di Battista Guarini rientrano nella nozione di critica prima della critica, ma il grosso degli interventi verteva ancora intorno a Dante e Petrarca (sul primo va considerata almeno la Esposizione di Bernardino Daniello e sul secondo gli "avertimenti" di Giulio Camillo Delminio). Tutto il secolo critico si può ridurre, semplificando un poco, alla ricerca di una "norma" e di un "canone" che la promuova.
Successivamente al centro della critica si è andata sistemando la discussione sul poema eroico, con la fortuna dell'Ariosto e del Tasso, le cui opere vennero ben presto commentate (per esempio da Giraldi Cinzio o da Simone Gentili). Lo stesso Tasso vi partecipò con i suoi Discorsi dell'arte poetica.
L'attività delle centinaia di accademie letterarie che sorgono sul territorio italiano in tutta l'età barocca, consiste nello speculare, imitare, discutere di letteratura come fosse un grande gioco sociale. Si inserisce in questo ambito anche un modo di comporre "consapevole" dell'aspetto retorico, come nei casi dei Ragguagli di Parnaso di Traiano Boccalini o dell'Adone di Marino e lo scatenamento delle secolari querelles tra classico e moderno, immaginario e realtà, aderenza o incongurenza rispetto ai modelli.
Tra le personalità di maggior rilievo si può indagare Emanuele Tesauro e Alessandro Tassoni, ma non si dovrebbe trascurare neanche Galileo, tra i primi a dare una chiave di lettura "scientifica" (anche se esplicitata in poche note) delle opere letterarie.
Se la riflessione teorica prende ancora grande spazio nel pensiero di studiosi quali Giovanni Mario Crescimbeni o Giovanbattista Vico (oltre ai citati Gravina e Muratori), con il XVIII secolo inizia la storiografia letteraria. Hanno tale impostazioni certe ricerche di Giacinto Gimma e Francesco Saverio Quadrio, ma soprattutto è il momento della Storia della letteratura italiana di Girolamo Tiraboschi, uscita in due edizioni di 14 (1772-81) e 16 (1787-94) volumiEzio Raimondi, Letteratura e scienza nella Storia del Tiraboschi, in R. Cremante e W. Tega (a cura di), Scienza e letteratura nella cultura italiana del Settecento, Il Mulino, Bologna 1984, pp. 295-330..
Con l'Illuminismo la ricerca della verità prende un nuovo slancio e si discute su questioni di buon gusto e di giudizio estetico come "facoltà" umaneValeriano Bozal, Il gusto, Il Mulino, Bologna 1996.. Sotto l'influenza di opere dall'estero (Montesquieu, Addison, Burke, o il sensismo di Condillac ecc.) scende in campo la critica di Saverio Bettinelli o Ignazio Martignoni, o si allena il pensiero di un poeta come Giuseppe Parini (che privilegia con il suo Discorso sopra la poesia la funzione poetica del "diletto" e del movimento degli affetti).
La questione della lingua continua nelle opere di Francesco Algarotti, quello del confronto con l'antico nel Saggio sopra la favola (1786) di Aurelio de' Giorgi Bertola, ma soprattutto la critica trova posto, accanto all'espansione del giornalismo periodico, su riviste come Il Caffè e la Frusta letteraria, dirette rispettivamente da Pietro Verri e Giuseppe Baretti.
Un altro sviluppo della critica (nel secolo di Metastasio, Goldoni ed Alfieri) si va esercitando sul teatro, come in Del verso tragico (1710) di Pier Jacopo Martello o nei trattati di Scipione Maffei e Giuseppe Gorini Corio. In questo ambito vanno ascritte anche le polemiche di Gasparo Gozzi.
Il primo Ottocento
All'inizio del XIX secolo, tra romanticismo e classicismo, si apre la polemica della purezza della lingua (è l'epoca delle conquiste napoleoniche e dell'Impero austriaco). L'Accademia della Crusca giunge alla quinta edizione del suo vocabolario (coordinata da Vincenzo Monti) e si rinnova. Al dibattito partecipano tutti i maggiori letterati del tempo, da Foscolo a Leopardi, da Manzoni al Monti, includendo intellettuali come Antonio Cesari, Basilio Puoti, Giulio Perticari, Gino Capponi, Niccolò Tommaseo o Pietro Giordani, più o meno in odore di resistenza e rifondazione della libertà di pensiero italiano (angolatura resa ancora più evidente negli interventi critici di Giuseppe Mazzini, Carlo Tenca o Carlo Cattaneo).
Tra le riviste si segnalano "Il Conciliatore", "Biblioteca Italiana", "Antologia" (1821-32) di Vieusseux, o il "Politecnico" di Cattaneo, tra le storie della letteratura, le opere di Paolo Emiliani Giudici, Cesare Cantù, Luigi Settembrini, e soprattutto di Francesco De Sanctis.
Francesco De Sanctis
La moderna critica letteraria italiana inizia con Francesco De Sanctis (1817-1883).
De Sanctis accompagnava agli studi letterari un'intensa attività politica (fu parlamentare e più volte Ministro della pubblica istruzione nei primi anni del Regno d'Italia). In lui, infatti, il lavoro di letterato si unisce sempre a un fervido impegno civile, che all'indomani dei moti risorgimentali sgorga dalla necessità di definire l'identità politica e intellettuale della nuova Italia. La sua produzione di uomo di lettere ha lasciato ai posteri molti saggi critici e un'imponente Storia della letteratura italiana, con la quale tenta di colmare un vuoto che avverte come non più tollerabile: la mancanza di una storia letteraria italiana che presupponga "una filosofia dell'arte", ma che sia anche "storia esatta della vita nazionale", e insieme "storia della lingua e delle forme".
Per De Sanctis la parola nelle opere letterarie ha sempre al suo interno un'idea, un contenuto, perché le parole sono "specchio del pensiero". Allo stesso tempo il contenuto non è trasposto nell'opera come concetto astratto, ma viene trasfigurato in una forma che lo rende vivo, cioè che dà espressione al contenuto stesso, rendendolo artistico.
Da questa visione della natura dell'arte discende anche il compito del critico: le parole, cioè la forma, non devono essere valutate in base a criteri estetici esteriori, come faceva il purismo, perché altrimenti si manca di cogliere l'idea che vi sta dietro.
Ugualmente il critico deve guardarsi dagli eccessi di contenutismo ed evitare di giudicare se il contenuto di un'opera sia "vero o falso, importante o frivolo, morale o immorale, utile o dannoso", perché queste sono categorie estranee allo studio della letteratura come fatto in sé, cioè come fatto essenzialmente artistico e formale, che deve essere valutato in base a criteri indipendenti da altri, e interni alla sua natura.
Ecco come lo stesso De Sanctis spiega la propria idea dell'arte letteraria e della critica che ad essa si deve applicare:
L'arte non diventa tuttavia qualcosa di mistico, generato dallo "spirito" (termine centrale della filosofia e dell'estetica romantica) e svincolato da ogni tipo di determinazione materiale. Al contrario, la forma in sé quasi non è comprensibile se non risale a quella che De Sanctis chiama la "base".
Il compito del critico "scientifico" è considerato quello di approfondire la genesi di un'opera ma al tempo stesso considerarla come produzione indipendente e autonoma dalla realtà; guardare al contenuto ma solo come a un elemento generatore della forma; considerare lo stile come essenza dell'arte, ma senza scivolare in una letteratura puramente estetizzante.
De Sanctis getta le basi di alcuni filoni principali della critica moderna, la quale si svilupperà, per esempio, come critica stilistica, sociologica, psicologica a seconda dell'ingrediente del fatto artistico a cui verrà data maggiore importanzaHilde March, La critica letteraria e il testo argomentativo, p. 220..
La critica positivistica e il "metodo storico"
Alla fine dell'Ottocento si sviluppò la critica positivistica, con Giosuè Carducci, professore e critico, oltre che poeta. La critica di ispirazione positivistica si staccò dalla concezione desanctiana, sottoponendo la letteratura a una interpretazione di tipo meccanicistico e deterministico (considerando cioè l'opera come conseguenza necessaria, determinata in maniera meccanica, dalle circostanze storico-geografiche e socio-ambientali: la "razza", il "luogo" e il "momento", come sosteneva il critico francese Hippolyte Taine, 1828-1893).